Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 340

Il “vizietto” contagioso

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 marzo 2018

L’originalità del pensiero e la chiarezza delle proprie idee non ci rende immuni dal “vizietto” contagioso che serpeggia in tutte le generazioni dopo che Adamo ed Eva abbandonarono il loro “paradiso celeste” per ritrovarsi in quello che a rotazione, per ciascuno di noi, ha significato affrontare i tre gradi di vicissitudini dal Paradiso, al Purgatorio e l’Inferno o negli altalenanti accadimenti. Fu il risultato di una cultura che si colloca a monte di quella classico-ellenistica, si alimenta della tragedia antica con il suo “Antigone ed Edipo” e si mescola sino ai giorni nostri nelle diverse situazioni storiche socio-culturali e nelle concezioni etico-religiose delle civiltà attraversate.
E’ che, come accadde a Spinoza nelle sue opere, si parlò molto di Dio e della Natura ma non altrettanto dell’uomo come singolo e dei suoi problemi. Questa esclusione fece perdere di vista il fine che è quello di garantire la libertà civile e religiosa all’essere umano e, mediante la ragione, la libertà delle passioni. E’ una prerogativa che gli avrebbe permesso di acquistare una dignità che nessun altro essere creato possiede. Una libertà, quindi, che sostituisce il sistema irrazionale dell’esistenza, e con tutte le sue contraddizioni, per passare a una forma superiore mediante una scelta personale e responsabile. Solo in questo modo l’uomo singolo può assurgere al suo più importante compito di aprirsi a una nuova vita e a una nuova funzione illuminata dalle proprie scelte e accadimenti. Questa prerogativa l’uomo sembra averla smarrita nel momento in cui non può raccogliere i frutti della sua libertà se è costretto a soggiacere al bisogno e a perdere la dignità. Abbiamo smarrito il tema unificante della nostra vita privilegiando le differenze che ci allontanano anni luce dal riconoscerci tutti figli dello stesso Padre.
E tutto ciò ci condanna all’infelicità. Scrive Blake, dopo averci invitato a leggere sui visi della gente, incontrata durante il giorno, il loro stato d’animo: “Vi è un segno su ogni viso in cui mi imbatto. Segni di debolezza, di afflizione”. E soggiunge Bertrand Russell: “L’infelicità la incontrerete ovunque, sebbene sotto diversi aspetti. Supponete di essere a New York, la più tipicamente moderna delle grandi città. Fermatevi in una strada affollata durante le ore di lavoro, o lungo una passeggiata nei giorni festivi, o in un locale da ballo alla sera, sgombrate la mente dal vostro io e lasciate che, una dopo l’altra, le personalità di quegli ignoti si impadroniscano di voi. Vedrete che ognuna di quelle folle diverse ha i suoi particolari dispiaceri. Nella folla delle ore di lavoro riconoscere l’ansietà, un’eccessiva concentrazione, la dispepsia, la mancanza d’interesse per tutto quanto non sia la lotta per la vita, l’incapacità di divertirsi e di rendersi conto dell’esistenza dei propri simili. Lungo una passeggiata nei giorni di festa incontrerete uomini e donne, tutti esenti da preoccupazioni finanziarie, e alcuni molto ricchi, occupati nella ricerca del piacere. Questa ricerca è condotta da tutti a un passo uniforme, al passo dell’automobile più lenta del corteo; è impossibile vedere il nastro della strada, tanto è gremito d’automobili, o il panorama circostante, poiché a distrarsi guardando di lato si rischierebbe di provocare un incidente; tutti gli occupanti di tutte le automobili sono assorti nel desiderio di sorpassare le altre automobili, ciò che non possono fare a causa dell’affollamento, se le loro menti si distraggono da questa preoccupazione, come capita a volte a coloro che non stanno al volante, un’indicibile noia li coglie, imprimendo sulle loro fisionomie una meschina espressione di scontento.”
E questa è solo, a mio avviso, l’aspetto più “mondano” dell’infelicità mentre il vero dramma sta “nel mancato cambiamento del sistema sociale, con l’abolizione della guerra, dello sfruttamento economico, nel rifiuto all’educazione alla crudeltà e alla paura e nel negare alla povertà, e all’emarginazione il diritto d’asilo.” Io credo che tale scontento sia dovuto in gran parte a un modo errato di considerare il mondo, a un’etica sbagliata, ad abitudini errate, che portano alla distruzione di quel gusto e di quell’appetito naturale per le cose possibili dai quali alla fine dipende tutta la felicità, sia degli uomini, sia degli animali”. (Riccardo Alfonso)

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