Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Il tempo dei diritti, quello dei doveri e le convenienze mafiose

Posted by fidest press agency su martedì, 20 marzo 2018

L’idea ricorrente è che la stessa logica di sfruttamento della manodopera senza diritti si pone alla mercé di un capitalismo senza scrupoli e sostenuto per giunta da governi deboli se non conniventi a dispetto del voto popolare di segno opposto vanificando ciò che resta di buono e di giusto nella coscienza collettiva. E la mafia in questa logica trova possibilità espansive illimitate come sta accadendo nel Nord Italia, già da anni, per restare in casa nostra, anche se altrove, ovviamente, non è da meno per quanto si è adusi chiamarla con altri nomi.
A mio avviso il successo mafioso o anche di altri sodalizi del genere si fonda essenzialmente sulle debolezze umane dalla prostituzione alla droga e trova, altresì, proseliti nella stessa classe politica che cerca consensi elettorali, voti di scambio e risorse finanziarie per foraggiarsi.
Il segreto di questo successo la mafia l’ottiene dalla sua capacità d’essere una sorta di società segreta con regole rigide e rispetto delle gerarchie. In questo modo diventa per coloro che si rivolgono a lei sinonimo di certezze e di riservatezza. E’ capace, per sostenere i loro affiliati o chi la contatta per dei favori, di commettere dei delitti, anche eccellenti, conservando al tempo stesso il primato dell’efficacia e della risolutezza e quel che più conta della segretezza anche se a tratti vi sono state delle sbavature.
Questa sua caratteristica la fa notare il Sales allorché osserva: “E’ avvenuto in diverse parti del mondo che una forma di violenza privata sia diventata una forza organizzata e stabile, pur operando in contrasto con le leggi dello Stato.” E soggiunge: “Quando l’uso della violenza privata conquista spazio e potere e si dà una forma organizzata, il consolidarsi di questo stesso potere sottrae credibilità e legittimità agli ordinamenti statali e a chi li rappresenta. Ciò genera nella popolazione una graduale perdita di fiducia e di sicurezza, e di conseguenza una condizione di paura che viene superata non appena le forze dello Stato riprendono il controllo del territorio e via via ridimensionano, chi è stato causa di tale situazione.” E qui di certo non parliamo di una “violenza episodica” ma “organizzata” e persino stabile sul luogo mostrando l’incapacità o la scarsa reattività dello Stato a porvi rimedio anche in virtù di leggi permissive e garantiste o peggio ancora di complicità a livello istituzionale.
Come possono reagire i cittadini interessati? Di certo con la consapevolezza che non c’è rimedio e che convenga accettare la legge del più forte per evitare guai maggiori. Questo accade anche laddove lo Stato riesce in qualche modo a ristabilire la legalità perché non dimostra di farlo in maniera continuativa ma si limita a qualche caso e non di più. E’ così che anche nella parte sana della società si diventa, a volte, conniventi perché si “tace per paura”.
Il tutto diventa una spirale perversa che non permette allo Stato, che decide di reagire, di trovare la collaborazione con la popolazione perché il timore di ritorsioni è senza dubbio maggiore del suo senso civico. Significa pure che il sopruso esercitato e il danno subito tendono sempre più a racchiudersi in un fatto privato e non pubblico e la prova provata l’abbiamo avuta in Italia con la stagione dei sequestri di persona a scopo estorsivo. Giustamente il giudice Giuseppe Gennari nel suo libro “Le fondamenta della città” rilevava che “la scelta di tacere è quasi sempre il risultato di una banale ed efficientistica analisi di costi e benefici.” Nel citato periodo penso all’atteggiamento assunto da un noto imprenditore lombardo che minacciato dalla mafia che intendeva rapire un suo congiunto mobilitò amici e conoscenti per avvicinare i capi mafiosi residenti in Sicilia e tentare, tramite loro, un accordo che evitasse la realizzazione di questo progetto criminale. Dopo una non breve trattativa fu raggiunta l’intesa, ma a un prezzo molto elevato per l’industriale che si vide legato mani e piedi agli interessi lombardi della mafia siciliana. Si ritrovò in casa un picciotto con il compito di fare da garante e per scongiurare che gli affiliati lombardi dell’organizzazione o di altri gruppi come la ‘ndrangheta potessero interferirvi. L’intesa nel tempo si consolidò avendo l’imprenditore deciso d’impegnarsi in prima persona in politica. Fu un momento magico per la mafia e il seguito lo lascio immaginare ai lettori anche se i soliti ben informati ne hanno piena consapevolezza e si rendono conto che questa pesante ipoteca grava ancora sulla testa non solo dei diretti interessati ma su tutta la classe politica italiana e sul mondo imprenditoriale.
Ciò che posso soggiungere è che il tutto fu condito abbondantemente da convenienze, da opportunità economiche e di potere. E’ che alla fine furono gli italiani a subirne le conseguenze non tanto e non solo dal punto di vista della sistematica dilapidazione dei beni pubblici ma nei rapporti istituzionali dove la mafia fece prevalere il suo solido legame con i plenipotenziari della politica e della finanza per dettare le sue leggi. I guasti sono sotto gli occhi di tutti: appalti miliardari, o di poche centinaia di migliaia di euro, rigorosamente truccati, corruzione dilagante e incontenibile, leggi disattese, istituzioni prese letteralmente d’assalto con infiltrazioni mafiose a tutti i livelli di go-verno e di amministrazione. E agli italiani non rimane altro che subire, o nella migliore delle ipotesi guardare dall’altra parte, per badare ai propri interessi personali per cercare di salvare il salvabile, sia pure con affanno.
Alla fine ci ritroviamo con tante persone sconcertate che non si fidano più del prossimo anche se è un componente della famiglia. Riducono la loro partecipazione al voto schifati da una politica asservita ai poteri forti e alla malavita organizzata, si vedono erosi i propri diritti ad opera dei loro stessi rappresentanti istituzionali, (amministratori e governanti) e si sentono intrappolati in casa propria da un crescendo di azioni criminali che mettono a dura prova i loro sudati risparmi e il potere d’acquisto per le necessità familiari. Ma ciò che è davvero drammatico è quella sensazione d’incertezza e di precarietà che non permette loro di guardare il futuro speranzosi di tempi migliori. E’ una spirale perversa che dobbiamo spezzare se vogliamo, in qualche modo, uscirne onorevolmente. Ci riusciremo? Si se pensiamo alla politica in positivo e se riusciamo a scremarla dalle lusinghe dell’imbonitore di turno. (Riccardo Alfonso)

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