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Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 318

Sindrome del Qt lungo: come stimare e gestire il rischio aritmico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 aprile 2018

Da uno studio pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology e coordinato da Silvia Priori dell’Università di Pavia, emergono nuovi dati utili per determinare il rischio aritmico nei pazienti con sindrome del QT lungo (LQTS). Lo studio mette in luce inoltre la superiorità del nadololo rispetto ad altri beta-bloccanti per la riduzione di tale rischio. Secondo i risultati ottenuti dai ricercatori, indipendentemente dal genotipo GT lungo, il rischio stimato di eventi aritmici potenzialmente letali (LAE), tra cui morte cardiaca improvvisa e tachicardia ventricolare polimorfa emodinamicamente non tollerata, aumenta del 15% a ogni incremento di 10 millisecondi del QT corretto (QTc). L’analisi è il seguito di uno studio pubblicato nel 2003 sul New England Journal of Medicine, in cui Priori e colleghi dimostravano che il rischio aritmico viene modulato sia dal QTc sia dal locus della mutazione causale in una coorte di 647 pazienti con sindrome del QT lungo. Al nuovo studio, invece, hanno preso parte 1.710 individui con sindrome del QT lungo provenienti da 812 famiglie e seguiti per una mediana di 7,1 anni, tutti portatori di una singola mutazione in uno dei principali geni della sindrome del QT lungo: KCNQ1 (locus LQT1), KCNH2 (locus LQT2) o SCN5A (locus LQT3). E i risultati parlano chiaro: in un confronto inter-genotipo, il rischio nei pazienti con LQT2 e LQT3 aumenta del 130 e del 157% a qualsiasi durata QTc rispetto ai pazienti con LQT1. «Con questi dati, possiamo seguire meglio i nostri pazienti sottolineando l’importanza dell’aderenza alla terapia, inoltre se un bambino che ha bisogno di un defibrillatore cardioversore impiantabile, possiamo motivare alla famiglia perché viene consigliato un intervento così difficile. Non solo: possiamo finalmente spiegare con chiarezza perché, per esempio, un fratello ha bisogno di un defibrillatore mentre nell’altro basta invece un semplice â-bloccante» aggiunge la ricercatrice. «Sulla base della dimensione e della durata del follow-up, questi dati supportano e rinforzano le conclusioni emerse in precedenza. In altri termini, questi risultati risolvono la questione di quale â-bloccante sia il migliore per mitigare il rischio aritmico nei pazienti con sindrome del QT lungo» scrive Andrew Grace, dell’Università di Cambridge, Regno Unito, in un editoriale di accompagnamento. Fonte: doctor33 – J Am Coll Cardiol. 2018. doi: 10.1016/j.jacc.2018.01.078 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29650123)

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