Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 299

L’Università del Mezzogiorno

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 luglio 2018

di Giuseppe BIANCHI. La Svimez ha recentemente dedicato un proprio seminario ai problemi dell’Università nel Mezzogiorno, coordinato dal direttore dell’Istituto Luca Bianchi e partecipato da autorevoli membri di questo mondo. Tre sono i fenomeni posti al centro del dibattito.Il numero crescente di giovani che, laureatosi al Sud, si trasferiscono poi nelle regioni centro-settentrionali. 200 mila i laureati emigrati nel periodo 2001-2015 che, tenendo conto del costo medio della loro formazione calcolato dall’OCSE, porta ad una cifra di 26 miliardi trasferiti dal Sud alle aree più avvantaggiate.Secondo, l’attitudine più recente dei giovani meridionali di anticipare la loro delocalizzazione andando a studiare nelle Università del Centro-Nord. Su 680 mila giovani meridionali iscritti all’università ben 175 mila, pari al 26% studiano in un Ateneo collocato fuori dal Mezzogiorno. Anche questa forma di emigrazione ha un costo, minori consumi privati e pubblici nei territori abbandonati dagli studenti che Luca Bianchi ha stimato in circa 3 miliardi di euro. Infine che la grande maggioranza dei giovani che abbandonano il Mezzogiorno non ritornano nelle terre di origine, rendendo definitiva la perdita di capitale umano.Un ulteriore circolo vizioso che penalizza il Mezzogiorno: una economia debole che crea emigrazione dei giovani più qualificati impoverendo di risorse pubbliche e private i territori che si avvitano in una decrescita progressiva.Che si può chiedere alle università per uscire da tale situazione? C’è una risposta quasi obbligata: accrescere la loro capacità di creare competenze spendibili sul mercato del lavoro, una volta assodato che il semplice titolo di studio non è più garanzia di occupabilità, nonostante l’equivalente valore legale.
Ma quali sono le competenze domandate da territori privi di attività economiche importanti? La risposta deve essere selettiva perché il Mezzogiorno non è tutto uguale e perché non è vero che nel Mezzogiorno non è possibile fare impresa. Ci sono le medie imprese studiate dalla Fondazione La Malfa che, per quanto ridotte in numero a causa della grande crisi, quelle rimaste progrediscono nella competitività non meno delle pari imprese del Nord più avanzato. Ci sono i distretti monitorati da Intesa S. Paolo che segnano una recuperata vitalità nell’export, soprattutto nell’agro-alimentare.
Le aree più sviluppate del Mezzogiorno dal punto di vista degli insediamenti industriali e della presenta di un terziario avanzato che include anche centri universitari di eccellenza. In queste aree il problema è di estendere le buone pratiche già in atto di cooperazione fra singole imprese ed Università, sperimentando nuove formule istituzionali di raccordo tra i due mondi, oggi non dialoganti, al fine di arrivare ad una migliore calibratura dei rapporti fra domanda ed offerta di competenze. Un salto di qualità che da un lato deve impegnare il sistema delle imprese nel sostenere investimenti nella ricerca universitaria e nell’offrire borse di studio ai giovani più meritevoli; dall’altro un sistema universitario che, in presenza di una sostituzione di risorse private rispetto a quelle pubbliche (entro limiti da definire) si spinge su nuove frontiere in termini di autonomia gestionale e di responsabilità di risultato.Dal lato opposto le aree più sfavorite del Mezzogiorno nelle quali potenziare gli investimenti pubblici nella formazione universitaria dei giovani. Va osservato che la grande crisi ha interrotto quel processo di riallineamento nelle tre circoscrizioni territoriali nei tassi di proseguimento dalla scuola superiore all’Università. Molti giovani nel Mezzogiorno sono oggi intrappolati nell’emarginazione sociale a causa dell’impoverimento delle loro famiglie. Se a questi giovani è precluso il lavoro nei luoghi di residenza si consenta loro almeno l’accesso agevolato allo studio tramite forme di sostegno finanziario per metterli in condizione di cercare fortuna altrove. Una fortuna che l’Università deve aiutare riducendo l’attuale proliferazione dei corsi (spesso a tutela dei posti di lavoro dei docenti) ed inserendo nelle diverse culture disciplinari le nuove metodologie della conoscenza che favoriscano approcci interdisciplinari orientati al “problem solving” ed allo studio di gruppo. Diamo a questi giovani una ciambella di salvataggio per affrontare i marosi del mercato del lavoro.

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