Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 316

Usi e abitudini di uno spettatore visti da un cronista

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 luglio 2018

Andare a teatro o al cinema, stare comodamente seduti nel salotto di casa davanti al monitor del televisore o del computer mentre seguiamo uno spettacolo d’evasione o navighiamo tra i siti credo sia diventato un rituale al quale pochi si sottraggono ora per motivi di lavoro o per altre ragioni. A me è toccato il compito di raccogliere i comunicati stampa che preannunciano un evento teatrale, una serata musicale, una sfilata di moda e a volte con invito. E’ raro che vi partecipi ma mi lusinga l’idea che potrei andarci per poter avere l’opportunità di verificare personalmente la professionalità degli attori e la solidità della trama. Devo, invece, fidarmi, di ciò che altri hanno visto e giudicato. Quando mi decido a fare il passo importante e a prendere posto nella sala, ora spaziosa ora di modeste dimensioni, di un teatro cerco subito di mettermi dalla parte dello spettatore curioso e non del critico severo.
Alle prime, a volte, noto un applauso di troppo, e penso alla claque che è utilizzata dai fan per irrobustire una trama un po’ debole e una comicità che al più riesce solo a strappare un sorrisetto. Per questo motivo cerco di andare alla seconda o terza rappresentazione e già se trovo la sala gremita o semi vuota penso che il “passa parola” abbia sortito il suo effetto tra un pubblico abituato a frequentare i teatri e non sempre si fida degli articoli che appaiono all’indomani della prima. Ora nel passare la mano a questa mia raccolta di ciò che mi hanno comunicato, e gli autori non sono sempre dei giornalisti tra gli addetti alla stesura di un “pezzo”, ma sono per lo più dei dipendenti o degli incaricati all’informazione mediatica e, quindi, sono portati a dare del lavoro teatrale o dello spettacolo in genere una misura elogiativa sopra le righe, devo, a onor del vero, spezzare una lancia in favore di questa categoria e precisare che tra loro ho avuto modo d’apprezzare l’obiettività di giudizio anche attraverso la loro moderazione nell’uso degli aggettivi elogiativi. Vi ho intravisto, forse esagerando nel giudizio, un certo linguaggio criptato dove si vuole far intendere con un diverso uso o privazione di aggettivi la vera natura della trama e l’abilità dei suoi interpreti.
Resta tuttavia la considerazione che un racconto presentato dagli attori non ha solo bisogno, per essere gradevole, di una buona recitazione e di una trama avvincente ma anche di una regia attenta, di una scenografia adatta, di costumi appropriati e persino di luci confacenti alle varie circostanze che i vari passaggi recitativi e scenici richiedono.
Il tutto forma un insieme che va considerato nel momento in cui si alza il sipario e ci troviamo immersi in un mondo fatto a volte di fantasia e altre che ricalcano la realtà di tutti i giorni forse enfatizzata, forse caricata di paradossi, ma pur sempre rappresentativa del nostro modo di vivere e di agire in particolari circostanze e necessità. Così dovremmo sempre e comunque guardare i movimenti e le parole degli attori e non distrarci con i nostri pensieri perché quelli che contano in tale preciso momento stanno navigando nel proscenio. (Riccardo Alfonso)

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