Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

Un sogno nel cassettino dei ricordi

Posted by fidest press agency su martedì, 24 luglio 2018

Uno dei miei sogni chiuso a doppia mandata nel cassetto dei miei ricordi è stato quello di poter avere la capacità di scrivere un’opera che fosse ripresa da un regista o da un drammaturgo per poter calcare in qualche modo gli eventi sia se scorrono lungo un tracciato di celluloide sia a teatro o vice versa.
Questo perché lo spettacolo mi ha sempre affascinato. Intendo, ovviamente, quelle rappresentazioni che riescono a coniugare alla perfezione l’abilità dell’attore e del cast nel suo insieme e a farne una trama avvincente.
Credo che tutto questo non dipenda solo da una mia particolare inclinazione quanto dalla capacità innata negli esseri umani di voler immaginare le storie narrate nei libri dando un’anima e una sembianza ai personaggi descritti dall’autore come se possedessimo la facoltà d’immedesimarci nella parte e dare corpo alle ombre.
Sono altresì convinto che i maggiori capolavori che hanno in qualche modo calcato le scene con le loro trame e l’abilità degli interpreti, siano il ricavato di molte letture da parte degli autori teatrali e cinematografici.
Un filone che ho trovato molto interessante, anche perché a me è parso congeniale allo spirito dell’arte, sono le opere dei romanzieri e novellisti russi del XIX secolo. Essi, a mio avviso, hanno dimostrato ampiamente la carica portentosa che esprimono i loro scritti, le situazioni che rappresentano raccolte da una realtà che è a volte quella personale e quindi misurata con il metro dell’esperienza diretta o desunte da quelle vissute da amici e familiari.
Un argomento che ho rilanciato in alcuni miei scritti è quello che proviene dalla suggestiva monografia di un caso curioso descritto da Leonid Andreief. Si tratta dello sviluppo graduale della follia in un medico nella fase ancora imprecisa del male, quando il germe della demenza si è affermato nel senso che la volontà è quasi nulla e l’uomo sente il bisogno imperioso di fare ciò che l’idea fissa gli suggerisce (nel caso particolare si tratta di assassinare un amico) per quanto la coscienza non sia completamente abolita.
Questo delitto è compiuto dal medico nello stato di semi-coscienza dove vi albergano, conflittualmente, due tendenze contrapposte sino al punto da convincerlo d’essere realmente matto. Da qui le mie riflessioni sulla follia e se essa non fosse solo un atto demenziale ma un codice di comportamento derivante da un’anomalia genetica che inverte i valori ma al tempo stesso fa capire al soggetto, che sta vivendo questa realtà, che qualcosa non funziona nel suo modo di ragionare se la maggioranza dei propri simili è di tutt’altro avviso. Alla fine è così forte il condizionamento proveniente dalle sue alterazioni mentali, e qui parlo soprattutto del mio personaggio, che prevale la violenza e del male che genera se ne fa una ragione e, purtroppo, in favore della sua devianza. Così a mio avviso nasce e vive tra di noi il carnefice che non comprende, e di conseguenza non accetta, i valori condivisi e fa della brutalità la sua ragione d’essere.
E come non ritrovare, a questo punto, il comune filone della trama da me imbastita nelle novelle di Andreief con la sensibilità morbosa, l’ironia fredda e quasi ingenua, la visione allucinante delle anomalie e degli orrori della vita che condividono caratteri predominanti delle nostre storie.
In questo l’Andreief dipinge anche l’isolamento morale dell’uomo per il quale il mondo è divenuto un deserto e la vita un gioco d’ombre. Ciò che forma dunque l’essenza dell’ingegno dell’Andreief è l’impressionabilità estrema, l’audacia nel descrivere i caratteri negativi della realtà, delle malinconie, dei dolori della vita.
Da questo punto di vista egli ha continuato l’opera di Edgardo Poe, del quale l’influenza ha dovuto subire e trapela in modo incontestabile. Egual passione spinge questi due scrittori allo studio della solitudine, del silenzio, della morte. Ma, mentre la fantasia del grande scrittore Americano si muove libera attraverso il mondo e i secoli, mentre i personaggi che egli studia abitano castelli che crollano, rocche a picco, e sognano impeti di gloria, l’Andreief per contro si appiglia alla realtà immediata. I suoi eroi sono gente che egli vede intorno a sé, abitano i sottosuoli umidi, le case sordide, la loro vita volgare si chiude con una morte volgare. E’ un realismo che costituisce la forza e la bellezza dell’opera di Leonida Andreief.
Alla lettura ci si persuade che il dramma nasce precisamente dalla vitalità indistruttibile dei sentimenti umani e delle aspirazioni a una esistenza migliore: vitalità che s’incontra spesso negli esseri più miserabili e abbietti. Nel loro oscuro destino vi sono talora momenti di luce.
Non occorre che un tenue incidente, una circostanza futile faccia da volano per trasmutarli. In loro è connaturata una sensibilità profonda, un ardente amore della vita che cerca di farsi strada da fondo di queste anime oscure. Non è, indubbiamente, la classica rondine che può preannunciare la primavera ma è l’effimera apparizione di una falena mentre le tenebre si avvicinano a grandi passi e l’oscurità ci avvolge impenetrabile.
Così la penna del letterato s’intinge con l’inchiostro della vita e quel pennino caricato dall’infuso di energia che con coraggio s’immerge nelle storie che animano gli eventi graffiando con la sua punta irregolare le pagine bianche prima di riempirle di caratteri dal colore nero di china. Così queste opere sono catturate dal pensiero e rese visibili con le parole e poi ancora con i gesti e le espressioni del viso e noi avremo la possibilità di una rappresentazione visiva e parlata di tutte queste storie a tratti rimescolate e rigenerate nella narrazione scenica. (Riccardo Alfonso)

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