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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Dall’uomo osservatore al saggio che medita: non c’è primato ma solo continuità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

E’ un discorso che ci porterebbe molto lontano. Talune scoperte e invenzioni hanno avuto, infatti, più autori e c’è chi l’ha spuntata rispetto al “concorrente” solo per un’incollatura.
D’altra parte, mi faceva osservare un noto pianista, le note musicali sono solo sette e da quando la musica ha incominciato ad accompagnarci nella vita, sono state composte centinaia di migliaia di melodie e non si può dire che talune non risentissero la cadenza, la tonalità e il ritmo di altre già udite.
Mi sembra quasi di riandare a quei filmati che hanno la caratteristica di tenere aperto il finale lasciando al lettore di trovarlo secondo i propri gusti e personali intuizioni. Persino la storia, per la quale molti critici si affrettano a ricordarci che non si ripete, mostra chiari segni di un replicare sconcertante sia pure sotto “mentite spoglie”.
Certo non vi sono gli stessi protagonisti e le situazioni ambientali sono mutate, ma taluni passaggi restano invariati.
In proposito in un altro mio libro ho fatto l’esempio delle scuole militari di guerra in Europa e non solo, dove s’insegnava, tra l’altro, la tattica nelle operazioni militari e il modo di spostare gli eserciti sui campi di battaglia per contrastare l’avversario o per difendersi. Facevo notare, in proposito, che l’insegnamento non differiva di molto da una scuola militare all’altra. E le grandi e impreviste vittorie che si conseguivano erano solo il frutto di azioni militari compiute da condottieri non provenienti dall’apparato militare tradizionale come fu il caso di Napoleone Bonaparte e le “intuizioni” di Hitler nella seconda guerra mondiale. La stessa campagna di Russia condotta dai tedeschi e suoi alleati, nella prima e nella seconda guerra mondiale, fu persa mettendo a confronto, nel primo caso, la tecnica militare tradizionale con una logorante guerra di posizione e dove le sortite dei rispettivi eserciti raggiungevano il misero risultato di una conquista di pochi metri di terreno e al prezzo di enormi perdite in vite umane. Nel secondo conflitto mondiale, invece, si partì molto bene con una guerra di movimento con l’obiettivo di neutralizzare la tattica sia degli eserciti franco-britannici a occidente sia dei russi che era quella di ritirarsi per costringere il nemico di penetrare rapidamente nel suo territorio e con il solo intento di separarlo dalle fonti di rifornimento che, per loro natura, procedevano più lentamente.
I tedeschi in questa circostanza avevano pensato d’ovviare l’inconveniente cercando d’impossessarsi dei vettovagliamenti nemici in termini alimentari, di forniture militari e di risorse energetiche.
L’errore fatale fu, invece, quello d’impantanarsi, a un certo punto del conflitto, in una “guerra di posizione”, nella ridotta russa di Stalingrado, e qui lo sbaglio, a onore del vero, non fu degli stati maggiori tedeschi ma dipese dalla cocciutaggine di Hitler. L’esercito tedesco, infatti, nel tentativo di sbloccare Stalingrado costrinse la quarta armata corazzata a intraprendere una battaglia difensiva a Sud del Don. La logica avrebbe voluto, e gli stati maggiori tedeschi erano dello stesso avviso, che s’imponesse un ripiegamento per due precisi motivi:
1. Mancava il necessario collegamento tra la prima e la quarta divisione corazzata per contenere la forte pressione russa nell’area;
2. il clima rigido dell’inverno russo congelava e paralizzava un’armata costituita per una guerra mobile nelle regioni temperate dell’Europa centrale.
Solo davanti alle evidenti difficoltà riscontrate dall’esercito tedesco Hitler decise di far ripiegare il gruppo di armate, ma oramai la frittata era fatta e la ritirata rischiò di diventare una completa disfatta.

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