Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Lavoro tra previdenza e assistenza

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 luglio 2018

Se mi limito a considerare l’emergere dei nuovi modelli d’organizzazione del lavoro, mi sembra per lo meno strano che anche sul fronte “previdenziale” non si possa essere conseguenti.
Considero, ad esempio, la tendenza oggi in atto dell’accresciuto numero, rispetto al passato, degli impieghi temporanei, come una vera e propria anomalia del sistema, sebbene la sua impostazione possa avere una sua validità, sia pure a determinate condizioni.
Mi riferisco alla cosiddetta “forza lavoro contingente” costituita da chi è occupato in impieghi a tempo parziale, temporanei o sono lavoratori autonomi. Questo fenomeno è tipico di una società che si evolve nel settore dell’informatica e della comunicazione. Significa, anche, che in futuro il lavoro si baserà sempre più sulla conoscenza e diventerà sempre più dematerializzato. Se la tendenza è questa sarà necessario, quanto prima, inventare nuovi strumenti per garantire la flessibilità degli impieghi, ma senza generare disoccupazione. D’altra parte la stessa educazione e formazione non potranno non essere radicalmente mutate.
Ho persino prefigurato scenari diversi con i miei progetti di fattibilità, dove ho paventato la possibilità di risolvere i processi evolutivi del lavoro attraverso forme previdenziali con cadenza decennale. Ho considerato la previdenza nient’altro che una forma di assicurazione dove il beneficiario paga un certo premio mensile e dopo due lustri si trova nella possibilità di trasformare i suoi versamenti in una piccola rendita o nel rilanciare la stessa per raddoppiarne l’importo nel decennio successivo e così via. Nel frattempo si possono aprire vari scenari dove, ad esempio, il fattore disoccupazione, per un cinquantenne, non diventi tanto drammatico quanto accade ora se ha alle spalle una rendita realizzata con venti o trent’anni di lavoro. Può sempre avere una disponibilità economica sia pure modesta. Non solo. Può andare alla ricerca di un lavoro meno retribuito ben sapendo che può avere la compensazione con la rendita che nel frattempo percepisce contestualmente. Nel frattempo si possono intersecare altre forme lavorative volte a ridurre i tempi morti come quelli delle ore spese per recarsi dalla propria abitazione al posto di lavoro, in specie se la distanza è ragguardevole e il traffico è snervante. E in questo le tecnologie ci possono offrire un supporto rilevante.
Ho già parlato, in uno dei miei precedenti libri, del telelavoro e dell’homework e vi ritorno ora solo per dire che al riguardo non esiste una normativa precisa che li regoli. Eppure i vantaggi sono indubbi sia nel settore pubblico sia in quello privato.
Il primo è il fattore tempo e, secondo, la sua capacità di essere in grado di determinare consistenti aumenti di produttività. Considero poi una circostanza, non marginale, poiché le attrezzature elettroniche potranno aumentare la produttività del lavoro o, alternativamente, ridurre il numero degli addetti, ma stimolando, nello stesso tempo, la creazione di nuove professioni.
Non dimentico che gli scenari futuri, in specie se li consideriamo come una sorta di proiezione esasperata di quanto accade oggigiorno, ci presenteranno un ambiente socio-economico più competitivo, le differenze di reddito si accentueranno e il lavoro verrà sempre più regolato a livello aziendale, dove i sindacati sono deboli. Ciò potrà diminuire la disoccupazione ma farà aumentare la povertà. La soluzione ideale mi sembra un’altra ed è offerta dalla cooperazione. Essa comporta sistemi di produzione orientati in senso globale, una maggiore libertà di scelta nell’allocazione del tempo e genera cambiamenti radicali nelle norme di lavoro.
Tutte queste riflessioni, in parte raccolte da studi e ricerche recenti, mi danno la misura dell’arretratezza dell’Italia sia per quanto riguarda la strumentazione hardware sia per gli aspetti normativi e giuridici. Posso annotare sino a oggi che solo la Telecom, in Italia, ha introdotto, con un accordo stipulato con i sindacati nel 1995, le nuove modalità di prestazione lavorativa, mentre all’estero i casi non si contano più. Da allora a oggi sono trascorsi numerosi anni, ma i progressi ottenuti son misera cosa rispetto alle attese del mondo del lavoro.
E’ evidente che sta emergendo un nuovo paradigma sociale, ma la nostra incapacità è stanziale, fermi come siamo al calcolo, con il bilancino del farmacista, degli anni di “anzianità” e delle pensioni “d’annata”. Tutto questo ciacolare al vento ci mette nelle condizioni di arretrare pericolosamente.
Al solo pensiero, ad esempio, di dover sconvolgere la gerarchia delle funzioni e dei ruoli, la cosa ci traumatizza e ci lascia notti insonni. Sta di fatto che molti, in futuro, sceglieranno di lavorare a casa e quando lo capiremo, ci renderemo anche conto che queste cose potevamo già farle senza essere considerati antesignani al tempo che li proponemmo.
Non vi è dubbio, a questo punto, considerare la forza lavoro come una delle parti essenziali dell’attività imprenditoriale e le rispettive forme di riorganizzazione vanno stimolate in termini di efficienza, produttività e allocazione. Nel loro insieme sono destinate a gestire i rispettivi progressi e a vincere o a perdere le sfide per il futuro.
R.J. Forbes nel suo libro “L’uomo fa il mondo” (Piccola biblioteca Einaudi) asseriva che “Nel nostro mondo moderno tanto la tecnologia quanto l’ingegneria sono branche di scienza applicata.” E rilevava: “Durante tutta la sua lunga esistenza sulla terra, l’uomo ha dovuto usare la propria intelligenza, osservare la natura intorno a lui, ricordare i fatti percepiti, e cercare di utilizzarli in modo d’accrescere sicurezza e benessere.” Su questo punto, ovviamente, s’incentra la mia attenzione nel prefigurare il lavoro come una parte essenziale e imprescindibile per la stessa esistenza umana e che noi dobbiamo garantire, in assoluto, a tutti unitamente a una valida istruzione, l’assistenza sanitaria e il diritto all’accesso alle fonti energetiche e alimentari. In proposito ho sostenuto che dobbiamo assicurare due diritti: alla vita e a vivere e che mentre per il primo abbiamo riservato un interesse prioritario nel secondo, non è stata la stessa cosa. Abbiamo, in altri termini, lasciato, dopo il primo vagito, che una moltitudine di esseri umani fosse lasciata a se stessa con le miserie dei loro genitori, con la penuria di acqua e di cibo, con l’esposizione a gravi malattie e un’istruzione carente. Ai sopravvissuti di questa difficile fase che parte dai primi anni della propria vita all’età adulta e sino alla vecchiaia, non abbiamo offerto che poche garanzie per vivere un’esistenza decente. Il tutto si è voluto tradurre in termini di rassegnazione e con la speranza tanto vaga quanto lontana di un futuro migliore oltre la vita. Come se soffrire, subire maltrattamenti e angherie d’ogni genere fosse il prezzo da pagare per il nostro diritto a vivere, in altre parole una colpa d’attribuire a chi peccati non ne ha. E’ tempo d’invertire tale perversa tendenza e di farlo all’inizio, sul piano culturale e religioso, perché tagliare la tunica per darne la metà a chi ha freddo e spezzare un tozzo di pane per dividerlo per chi ha fame non è solo un gesto di fede ma di giustizia, di civiltà e di libertà. (Riccardo Alfonso)

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