Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Le correnti migratorie nel mondo tendono a crescere: per ridurle occorre un nuovo modo per gestirle

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 luglio 2018

Credo che a pochi possa sfuggire l’aspetto destabilizzante conseguente alle vaste correnti migratorie sia per i paesi che le determinano, sia per quelli che le ricevono e i conseguenti effetti distorsivi legati alla salute degli stessi soggetti più deboli appartenenti alle varie comunità.
D’altra parte pensare solo al contingente, serve a poco. Occorre una svolta radicale nel modo di interfacciarsi con questa cruda realtà.
Se, per contro, ciò accade, è perché è molto forte la consapevolezza che ci stiamo avviando verso una cultura del rinnovamento senza averne assunte responsabilmente le conseguenze che possono derivarne. Non voglio, nello stesso tempo, che le molte teorizzazioni sul concetto di produzione e produttività, di progresso e di benessere restino lettera morta per il 90% della popolazione mondiale. Che senso avrebbe?
Oggi sembriamo sconvolti e preoccupati per i consistenti e caotici flussi immigratori come se nel passato non ve ne fossero stati di altri. Non è questo il punto.
La verità è che allora li sopportammo poiché esisteva una diversa logica di produrre e di lavorare. Per crescere, economicamente parlando, avevamo un crescente bisogno di manodopera.
Allora la sottraemmo all’agricoltura e ai paesi che registravano un basso livello d’industrializza-zione e non fu un grosso danno. Il fenomeno fu anche interno. Ho ricordato l’esodo della manodopera dal Sud al nord dell’Italia. Una circostanza, beninteso, comune a molti altri paesi del mondo in specie se i loro territori avevano sviluppato, da una parte, un’industrializzazione più avanzata e, dall’altra, erano rimasti arretrati.
Ora cosa sta cambiando perché l’immigrazione da un bene tende a trasformarsi in un maleficio, sia pure esorcizzato da tante pretestuose giustificazioni che lasciano il tempo che trovano? Tutto questo ha, ovviamente, una spiegazione. Abbiamo imboccato una via che ci porta verso esperienze dissimili, verso una cultura diversa. Siamo arrivati a una svolta, ma ancora non ne abbiamo acquistata tutta intera la consapevolezza.
Qui sta il punto del nostro dramma esistenziale. D’altra parte i segnali sono inequivocabili. Per millenni abbiamo fondato la ragione della nostra crescita nel numero degli abitanti di una regione e di un continente. Più eravamo e più creavamo ricchezza. Niente di più realistico del detto evangelico “crescete e prolificate”. Oggi le cose stanno mutando. L’essere umano incomincia a rendersi conto che il benessere può venire solo se la torta terrestre è divisa in pochi.
Lo dobbiamo perché i danni arrecati non ci permettono un’agricoltura capace di nutrire tante bocche, perché l’equilibrio naturale è saltato per i veleni che abbiamo immesso nell’atmosfera, per i ritmi che abbiamo imposto al nostro vivere quotidiano.
Possiamo, ad esempio, immaginare, da qui a qualche anno, una circolazione automobilistica, nelle aree urbane, di un 20% inferiore all’attuale? Assolutamente no.
Direi, semmai, che è più pensabile un suo incremento, anche se modesto. Eppure tutti noi sappiamo che questa circostanza, congiunta a molte altre, è diventata insostenibile.
Il mio timore è che un bel giorno ci sarà chi si chiederà come sia possibile salvare il salvabile e se non sia il caso di eliminare drasticamente le esuberanze esistenti partendo da quelle ammalorate. E quali potrebbero essere se non il popolo degli umani?
Incominciamo dai vecchi che non producono più, dai disoccupati che sono la parte più ecce-dentaria del mondo, dai malati terminali e via dicendo. (Riccardo Alfonso)

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