Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

Noi siamo dei pittori che disputano e gareggiano con la natura

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 agosto 2018

La natura è equilibrio e armonia. L’armonia regge l’universo. La pittura che è, per eccellenza, disputa e gara con la natura non può, a meno d’essere armonica, di ritrarre l’armonia che è della natura. Il deforme è contro ogni regola d’armonia e la pittura, che si compiacesse unica-mente del deforme, verrebbe meno all’alto suo ufficio tenendo presente in proposito le parole di Leonardo: “Quella scienza è più utile della quale il frutto sia più comunicabile.” E ancora: “La pittura ha il suo fine comunicabile a tutte le generazioni dell’universo, perché il suo fine è subietto della virtù visiva, e non passa per l’orecchio al senso comune, col medesimo modo che vi passa per il vedere.”
Potrei obiettare che la pittura è perfettamente inutile ai ciechi, ma io so che Leonardo parla all’uomo normale, alla natura ovvero, non al deforme, che è in natura, e la cecità è una deformazione della natura. Il cieco, dinanzi alla pittura che pur ode magnificare, precipita dolentemente in un abisso d’ombre e sente maggiore il peso della sua cecità.
E’ questo il confronto tra le vite che vivono e sono vissute. E’ questa la luce che traspare e fende la cecità e le restituisce la vista attraverso l’armonia del creato. Ancora una volta non dobbiamo dimenticarlo.
Non dobbiamo volere che tutto si estingue con la nostra vita. Il presente non è costituito d’altro se non dalla morale sopravvivenza della virtù, della sapienza, del valore e degli eroismi di coloro che ci hanno preceduti e l’avvenire è, senza dubbio, costituito da tutto il bene che ci proponiamo sopravviva in noi.
In ciò consiste la vera continuazione della vita del singolo e dell’universo. Poiché a noi si nega vivere lungamente – osservava Cicerone – lasciamo almeno qualcosa che faccia testimonianza dell’essere noi vissuti.”
Solo in questo modo la vita non giunge vana. Solo in questo modo la nostra opera proporrà dei fini che oltrepasseranno la nostra vita e si protenderanno nell’avvenire come al cielo si protenderanno i rami carichi di bei frutti.
Sopravvivere a sé vuol dire lasciare in chi fu compagno nel cammino, desiderio grande di noi, lunga brama di noi. Le elevazioni cui aspirammo in vita diventeranno le aspirazioni di coloro che sopravvivranno e il ricordo che di noi affidiamo al passato è la nostra vita che si prolunga. E questa non è una storia che apre il suo capitolo inneggiando ai grandi e disdegnando gli altri, i sevi della gleba. Gli uni condottieri e gli altri oscuri gregari. L’essere umano, come tutto il creato, rappresenta un disegno unitario che ha la sua ragione d’essere proprio perché esiste un fiore per offrire a un’ape di raccoglierne il nettare. E questa catena non si spezza perché esistono tante diversità capaci di amalgamarsi tra di loro, di fondersi, di riprodursi, di ricrearsi in altre situazioni e condizioni.
E’ questo quel patrimonio comune che rende grande ciascuno di noi anche se piccoli siamo nati per restare piccoli.
Il deserto si apre a coloro che nulla impressero nella vita e la vissero di ombre e d’inerzie, inanità per le quali la morte è paurosa estinzione:
Né infelice è chi muor; ma chi, morendo,
guarda i giorni passati ed alcun’orma
da sé lasciata di virtù non trova.
S. Pellico

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