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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

Storie ferragostane: Se mi guardo allo specchio

Posted by fidest press agency su martedì, 7 agosto 2018

Ho studiato poco perché mi scarseggiava la voglia e, in definitiva, non comprendevo a cosa potesse servire tanta “scienza” per dovermi limitare, in ogni caso, a un modesto impiego, dopo averlo, probabilmente, elemosinato a lungo. Ho vissuto un’esistenza “grigia” dove i valori della vita, sebbene illuminati, qua e là, da un affetto e da una carezza, hanno finito con l’infrangersi nel cupo grigiore della perdita delle persone amate o, pur amandole, per averle abbandonate al loro destino per una logica esistenziale in se ingiusta e crudele, ma pur consumata sino all’ultima goccia.
Persino il veleno dell’eutanasia mi pare all’agrodolce se vedo qualcuno che si dibatte nell’abulia e nella sofferenza e penso che dolce potrebbe essergli la morte, ma non credo d’avere la forza e la determinazione di staccare la spina, l’alimentatore o qualsiasi altra cosa per lasciarlo andare sulla sponda opposta. Vi è anche chi, nella disperazione, fa violenza a se stesso sino alle estreme conseguenze, ma vorrei essere dentro di lui mentre precipita dai piani alti di un palazzo e chiedergli, dopo aver spiccato il volo, se in quella manciata di secondi, che gli restano tra la vita e la morte, non vorrebbe tornare indietro mentre guarda con terrore l’impatto tremendo che lo attende. Forse la speranza è nata e tramandata ai posteri proprio misurando la stessa idea della morte che l’ansia e il timore suscitano. Non potrebbe essere altrimenti se ci mettiamo dalla parte di chi continua a vivere nell’indigenza estrema, di chi soffre e stringe i denti con forza, di chi è vittima d’ingiustizie, d’angherie d’ogni genere ma lotta per sopravvivere e pensa che alla fine giungeranno momenti migliori. Ora se vedo negli altri il peggio, mi rendo conto che: non sono il disperato che è costretto a migrare alla ricerca di una nuova patria, non sono l’ebreo errante della storia e delle circostanze, non vago per le strade alla ricerca di un ricovero per la notte, non tendo la mano per un’elemosina dal mio prossimo.
Non sono, tuttavia, nemmeno il figlio dell’opulenza. Sono povero, ma non disperato. Sono prigioniero, ma non carcerato. Sono un suddito, ma non uno schiavo.
In questo modo un giorno morirò, ma se, secondo certe credenze, un bel momento dovrò presentarmi a qualcuno, per il rendiconto delle mie azioni, non vorrei dimenticarmi della profonda tristezza che ha dominato incontrastata la mia esistenza. (Riccardo Alfonso) (I precedenti sono reperibili sulla pagina “confronti” quarta parte)

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