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Storie ferragostane: L’arbitro tra il carnefice e la vittima

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 agosto 2018

Oggi ci sentiamo arbitri della vita e della morte d’altri esseri umani. Ma in buona sostanza arbitri di chi e per che cosa? Tutto quello che abbiamo creato intorno a noi, ha più le sembianze di una grossa impalcatura tesa a nascondere una realtà che conosciamo, ma che dobbiamo tenere irrivelata. E’ un velo che abbiamo cercato di squarciare in mille modi diversi e che continuiamo a farlo persino riesumando i vari background culturali, quasi a significare una ricerca di radici che giustifichino la ritualità cruenta e gli eccidi cerimoniali.
Pensiamo alla lugubre fantasmagoria delle messe nere, con casi di soppressione di vittime umane e di bestie, e a manifestazioni d’altro genere, dove si plagiano le menti e si umiliano i corpi.
L’ascendente storico in Europa, come altrove – basta pensare alle etnie arcaiche precolombiane degli aztechi – ci fa ritrovare la figura del demonio cristiano e delle streghe, del sacerdote officiante o della vittima immolata. E’ il terreno più fertile per richiamare l’istinto alla negazione del mondo attuale sino a toccare i limiti del delirio psicopatologico.
Questo sincretismo mondiale dei temi satanici attraverso le antiche credenze, opportunamente riesumate, ci conduce, in linea diretta, alla ricerca di una negazione del presente attraverso lo stordimento della droga e della violenza.
Non a caso proprio nel Messico precolombiano, tra le forme offertorie umane, la più imponente era quella della “morte sacrificale” consistente nell’ablazione del cuore ancora pulsante della vittima, che si offriva al sole, perché non precipitasse in un crescente declino fino a provocare la fine dell’universo e del tempo. Ancora più atroce era il culto di Xipe Totec: “Nostro Signore lo Scuoiato” in cui erano presentati uomini scuoiati vivi. Nel rito d’uccisione, sacrificatore e vittima ingurgitavano una bevanda inebriante, il pulque, mentre il sacerdote ingeriva anche il sangue ancora caldo della vittima. I tormenti e le violenze esercitate sul suo corpo potenziavano il rapporto con il divino. Restava, alla base di questi riti sacrificali, la ricerca spasmodica di un possibile contatto con un’entità di cui non si conoscevano i poteri e la portata.
Si voleva scuotere, in qualche modo, con la preghiera o la violenza, o nel loro insieme, questo mancato “accostamento”, ravvisandone la necessità del dialogo, per capire, per conoscere, per spiegare, per sperare.
Il tutto ci richiama a una sola riflessione, a un unico tema: quello della morte. Il suo mistero, come quello della vita, ci ha da sempre tormentato. Abbiamo cercato all’esterno e dentro di noi di comprendere il suo fine estremo, di carpirne l’ultimo respiro, di andare con lui, per ritornarvi in qualche modo, con quella verità che ci sfugge. D’altra parte, al cospetto della morte, l’atteggiamento umano è stato sempre lo stesso. E’ stato quello del-a negazione.
Ricorda in proposito Alfredo Todisco, a margine di un convegno internazionale dedicato al tema “La morte oggi”, che “le prime e più remote tracce del mammifero verticale, le sepolture neandertaliane che risalgono a 100mila anni fa, al Paleolitico medio, mostrano che nell’immaginario di quei nostri progenitori, i defunti dovevano continuare a vivere in qualche modo, oltre l’ultima ora. Unamuno, nel “sentimento tragico della vita” vede il salto massimo della bestia all’uomo nel fatto che questi “es un animal guardamuertos”. E’ l’unico vivente della terra che conserva i suoi morti. La sua povera coscienza fugge davanti al pensiero dell’annullamento irrimediabile”. Riccardo Alfonso) (I precedenti sono reperibili sulla pagina “confronti” sesta parte)

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