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Storie ferragostane: Lo spavento della morte è nello spettro dell’estinzione

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 agosto 2018

Quando gli uomini non fabbricavano che tuguri di fango o capanne di paglia che le intemperie distruggevano, essi ergevano tumuli per i morti, e impiegarono la pietra prima per le sepolture che per le abitazioni. Non le case dei vivi, ma quelle dei morti hanno resistito con la loro solidità al logorio dei secoli. “La stessa coscienza – scrive Todisco – che distingue gli uomini dagli animali è quella che, comprendendo l’enormità della morte, se ne spaventa al punto da rifiutarla, talché non hanno torto quegli studiosi del comportamento umano da Philippe Ariés a Jean-Didier Urbain, da Ernest Becker a Edgar Morin a Luigi De Marchi, i quali interpretano la storia della civiltà come “formazione reattiva” nei confronti dello spettro dell’estinzione”.Il desiderio d’immortalità è, da sempre, un tratto caratteristico della famiglia Anthropos, come disse suggestivamente il Tasso nei versi:
Muoiono le città, muoiono i regni
Copre i fasti e le pompe arena e erba
E l’uomo d’esser mortal par che si sdegni.
Il diniego della morte, tuttavia, non è uguale in tutte le epoche e in tutte le latitudini. Sembra aver raggiunto un’espressione estrema in Occidente dall’Ottocento, con l’insorgere di due fenomeni tra i più indicativi della storia moderna: la rivoluzione industriale che dà all’uomo, nuovo Prometeo, l’impressione di poter prendere in mano il proprio destino; e la crisi dei valori, o dei fondamenti, valsi a dare un senso non effimero alla sua fragile esistenza.
“L’incertezza metafisica – osserva Todisco – per un verso, la grande speranza scientifica progressiva dall’altro, hanno portato gradualmente l’Occidente moderno e postmoderno ad assumere un atteggiamento apparentemente contraddittorio: da un lato il progetto di “sconfiggere” la morte e di raggiungere l’immortalità non nell’al di là ma nell’al di qua; dall’altro il nascondimento meticoloso del fenomeno della morte, la sua cancellazione, dalla scena pubblica e visibile, come testimonia, per esempio, la progressiva riduzione dei riti funebri, una volta solenni e partecipativi, ad atti sbrigativi e semiclandestini per sbarazzarsi al più presto dei “cari estinti”. “Non è un caso, a mio parere, che proprio il Paese all’avanguardia del rifiuto della morte è anche il più avanzato nella scienza e nella tecnica, quindi più impegnato nella guerra a morte”. L’American way of life, che per tutti i Paesi del mondo, compresi gli acerrimi nemici, costituisce il modello privilegiato di riferimento, è segnato dal rigetto radicale della morte, che si esprime in positivo nei ritrovati e nelle pratiche tese a prolungare la vita sempre più; e, in negativo, nella continua rimozione psichica del lutto. “En attendant” che la morte sia sconfitta in laboratorio, si fa finta che non ci sia. Fra gli infiniti esempi di rapida negazione della morte è indicativo il finale di “Nashville”, il bel film di Altman, in cui una cantante di un complesso girovago, mentre si esibisce sopra un palco elettorale all’aperto, davanti ad una gran folla, è stesa dal colpo di pistola di un giovane attentatore confuso nella calca. Qualche attimo di panico. Poi la “voce” della sventurata, che è trasportata esanime fuori della scena, occupa il suo posto e attacca imperterrita una trascinante canzone del repertorio sul leit-motiv “It don’t worry me” ed invita briosamente il pubblico a cantare con lei. Il pubblico risponde e la tragedia finisce in una specie di tripudio corale ritmico esorcistico in cui ritorna il verso liberatore: “It don’t worry me” – ciò non mi riguarda – che tutti scandiscono in crescendo.
E’ un modo per mettere a fuoco due aspetti evidenti dell’evento della morte contemporanea: la sua “privatizzazione”, da una parte, e la sua “medicalizzazione” dall’altra. Nella società della produzione, dell’efficientismo, la morte è spogliata d’ogni sacralità, dignità, significato simbolico, degradata a mero inceppo meccanico. (Riccardo Alfonso) (I precedenti sono reperibili sulla pagina “confronti” settima parte)

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