Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 55

La via delle “grandi riforme”

Posted by fidest press agency su martedì, 14 agosto 2018

Essa è stata ostacolata non dalla nostra più profonda sincerità, ma dalla nostra più sottile forma d’ipocrisia. La società non tollera nessuna forma d’eroismo e di genio, semmai è costretta a subirli, ma pronta ad annullarli alla prima occasione.
Anela invece a una forma mediocre d’esistenza che possa nei secoli perpetuarsi senza contrasti, senza esaltazioni. Ciò potrebbe essere accettabile se non ci fosse la logica evolutiva della specie che include anche i suoi aspetti sociali e istituzionali. La ragione, probabilmente, si può spiegare nel fatto che non è il nostro io intimo a vivere, ma quello della comunità, in altre parole un io assolutamente anti individuale, falso, piccolo, meschino. Riluttare è opera spesso vana. Chi rifiuta si bandisce dal consorzio umano. Chi non conserva l’apparenza, spasima e soffre terribilmente la realtà: ingannare il mondo non è oramai nella pratica quotidiana un’azione disonesta. I maestri anzi in quest’arte di sottigliezze sono i vincitori. Quando uno è giunto alla vittoria nessuno si domanda come vi sia pervenuto. Il trionfo si adora e non si discute. La storia è piena dei patimenti di tutti che, alle consuetudini, riluttarono indomiti e vissero in carestia e sofferenza quanto non in rischio e in battaglia. Dante, esule è proclamato barattiero, Tasso, Amleto in perpetua lotta con se stesso, e infiniti altri minori, testimoniano validamente quanto tragico è il contrasto tra il mondo interiore dei sentimenti ed il mondo esterno fatto di parole e d’eventi mediocri.
Da qui ebbero origine altre risposte “rivoluzionarie” rispetto a quella marxista-leninista, ma di segno opposto: il nazismo, il fascismo e, buon ultimo, il franchismo per parlare di quelle più note. Le nazioni coinvolte furono, nello specifico una rivoluzione, quella marxista-leninista e poi stalinista, sempre più votata all’internazionalizzazione del suo progetto ideologico per una concezione statuale del ruolo guida nell’economia dei paesi in opposizione a quello capitalistico e logicamente portato alla privatizzazione dei mercati e al loro libero scambio e con uno Stato sempre più limitato nei suoi interventi di politica economica. Nello stesso tempo, man mano che questa visione prendeva corpo, taluni Stati, tra quelli considerati i più deboli ed esposti al fascino di un’ideologia accattivante per le masse tenute emarginate dai poteri vigenti, adottarono delle contromisure ritenute più valide e radicali di quanto non si potesse fare con le regole richieste da una democrazia compiuta. Da qui l’idea di una rivoluzione di segno opposto: destra contro sinistra. D’altra parte era necessario farlo anche perché le rivoluzioni non si nutrono solo di principi liberatori per le masse angariate, ma diventavano anche uno strumento di potere e di dominio interno ed internazionale. Alla fine tutto poteva trasformarsi in una sorta di “artificio” per giustificare un ricambio radicale della classe dirigente e non “scaricabile” in altro modo. Si poteva anche intenderla come una semplice operazione di potere nel senso: fino ad ora ci sei stato tu, ora anche a me fai godere gli stessi privilegi.
La rivoluzione, così interpretata, si poteva capire solo se riusciva a farci nascondere il corpo e l’anima sotto un unico frac. Diventava un modo per coprirsi, con un’elegante abilità, del velo rivoluzionario per la conservazione dei privilegi legati al padronato. Pur con questi limiti, le rivoluzioni, nella loro generalità, cercarono di esprimere un qualcosa che si voleva puro e originale e sperare che tale aspirazione ideale potesse imboccare, alla fine, la strada giusta. (Riccardo Alfonso)

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