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Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 328

Le rivoluzioni sono una panacea necessaria o ci lasciano l’amaro in bocca?

Posted by fidest press agency su martedì, 14 agosto 2018

Dipende, probabilmente proprio da questo motivo se la prima grande rivoluzione sul finire del XVIII secolo, e che ha trovato il suo sbocco finale in quello successivo, ha lasciato molti dubbi sia tra i contemporanei sia da parte dei posteri. Con tale eredità, non del tutto confortante, c’imbattemmo, nel XX secolo, in un’altra rivoluzione. Eravamo nel 1917, nel pieno di una grande guerra mondiale che vide dispiegarsi il confronto tra due imperialismi: quello russo e quello austro-tedesco. La pace separata voluta dai russi, sia per contenere i rovesci militari, sia per cercare di controllare la situazione interna che stava precipitando in una rivolta di popolo, siglò l’inizio di un cambiamento degli equilibri istituzionali interni. Il tutto accadde in maniera traumatica, per i lutti e le distruzioni che generarono prima una guerra non voluta e non preparata, se non dalle alte gerarchie militari e dai potentati aristocratici e borghesi russi, e poi da una rivoluzione che si scatenò per ogni dove nell’immenso impero russo provocando genocidi ed enormi atti di vandalismo.
Se dovessimo brevemente monitorare la rivoluzione d’ottobre dei marxisti-leninisti, che ha lasciato una profonda traccia di sé nei tre quarti del XX secolo, potremmo limitarci con il dire che essa è uscita da tale ruolino di marcia, pur avendo una sua intrinseca validità, poiché ha, di fatto, disatteso la volontà delle masse dopo averle portate a illudersi di riuscire finalmente ottenere il riconoscimento dei propri diritti.
Il socialismo reale che, per altro, si volle esportare come un modello di governo valido per tutti quei paesi a democrazia non compiuta o che soggiacevano al dominio di dittature non solo illiberali, com’è ovvio che lo siano state per loro stessa definizione ma feroci, per l’esercizio sistematico della violenza fisica e del sopruso, e quindi negatrici dei più elementari diritti dell’uomo, mostrò anch’esso il volto disumano di un’ideologia diventata aberrante.
Va, però, subito precisato che gli errori del comunismo sono stati determinati, in massima parte, dall’impudenza politica di coloro che ne furono i leader più autorevoli, e, quindi, non tanto dalla sua caratura ideologica. Questa, per contro, aveva vigorosi motivi per reggere il confronto con i sistemi ai quali si opponeva ivi compreso il capitalismo di stampo occidentale. Nello specifico il giudizio critico dei marxisti-leninisti era dotato di validi motivi di contrasto per quel grado di cinismo e logiche affaristiche di cui si permeava la società capitalistica rendendo sempre più conflittuale il rapporto con i più deboli e gli emarginati.
In altri termini il marxismo-leninismo ebbe la pretesa di rimettere in gioco gli emarginati dal nuovo credo capitalistico. E, si badi bene, tale disagio proveniva sia dai paesi emergenti, e da poco affrancati dal colonialismo occidentale, che dagli stessi paesi che avevano scelto una forma di democrazia che potremmo definire, in qualche modo, “compiuta” com’è stato per l’Italia. Non a caso, in questo Paese, operava stabilmente il più forte partito comunista dell’Occidente. Il male comune era costituito dalle logiche consumistiche del capitalismo. Queste avevano confinato la classe operaia e, più in generale i proletari di tutto il mondo, riducendoli a un meccanismo produttivo senza volontà e capacità decisionali. La risposta, ovviamente, poteva essere duplice: culturale e politica o rivoluzionaria.
Quest’ultima avrebbe avuto, semmai, una maggiore capacità d’incidere sulla vita collettiva dei popoli che aveva liberato, come accadde in Russia, nei confronti del regime zarista, se si fosse avvalsa di un valido supporto culturale.
Divenne, invece, ben presto uno strumento repressivo legando la fedeltà a un’ideologia non digerita ma imposta, non coltivata naturalmente, ma in vitro. Questa voluta diversa risposta dei marxisti, nei confronti del capitalismo, partì dal convincimento di Lenin che non era possibile una scelta valida se non quella rivoluzionaria. Fu anche un motivo di divisione per la sinistra. Le altre tre rivoluzioni che seguirono, in Italia, in Germania e in Spagna, e che tecnicamente potremmo definire dei colpi di Stato, in un certo senso legittimati da un sia pur modesto consenso popolare nella sua fase iniziale e solo, in seguito, rinvigoriti da un più convinto sostegno popolare, pensiamo alla Germania nazista, furono la risposta “capitalista” alla rivoluzione marxisista-leninista che la contrastava in nome di un’altra parte: quella sociale dei lavoratori-dipendenti. Si riesumava, in questo modo, uno stato di conflitto sempre latente tra le parti sociali: i patrizi di una volta diventati ora il “padronato” e, dall’altra, i plebei trasformati ora in operai delle fabbriche, poste a ridosso delle grandi città formicaio, e dei braccianti, del mondo rurale, sparsi nelle campagne. In questo dualismo sembravano tagliati fuori la piccola e media borghesia confusa com’era dall’essere e non essere alleata degli uni in opposizione agli altri. Qui, forse inconsapevolmente, maturò una rivoluzione che definiamo di “destra” in dissenso con quella di “sinistra” dei marxisti, proprio perché i sostenitori delle avverse parti radicalizzarono la lotta e la trasformarono in classista.
A questo punto la borghesia dei “colletti bianchi” si sentì “espulsa” o solo tollerata dalla famiglia dei lavoratori siano essi dipendenti o autonomi e non trovò di meglio che mettersi al servizio del “padronato”. In tale misura si arrivò a un’accentuazione delle diverse posizioni, mentre la stessa maggioranza dei cittadini avrebbe preferito un collocamento più equidistante, diciamo al “centro” delle rispettive assegnazioni determinate dalla propria colorazione ideologica. Forse per questo motivo non si contarono le scissioni di destra e di sinistra. Esse divennero tantissime. (Riccardo Alfonso)

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