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Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 328

I prodromi dell’unità italiana e il veleno del razzismo e del classismo

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 agosto 2018

Così mentre, nel diciannovesimo secolo, si costruisce l’avvenire di una nazione s’inocula, al tempo stesso, un vecchio veleno, con le teorie razziali. E’ quello che la borghesia, costretta a difendersi dagli assalti proletari, rispolvera dall’antica contesa con la nobiltà e che ora si predispone a estenderne la portata contro le classi inferiori e così operando manifesta il primo tradimento dei propri rivoluzionari principi di eguaglianza. E’ il tempo in cui i rapporti sociali si snaturano. E’ soppresso il tempo libero per i lavoratori, s’instaura il divieto per i lavoratori di allontanarsi dalla città dove ha sede l’opificio, si mette in atto il genocidio dei bambini impiegati dall’industria. Nel 1840 l’industria serica lombarda sottopone al lavoro, spesso mortale, della torcitura quindicimila bambini poveri. I dati sono raccolti da Sacchi in un’inchiesta svolta con Ilarione Petitti verso la metà del secolo XIX. In Inghilterra è adottata una legge che vieta di recare assistenza alle famiglie povere nelle quali c’è anche un solo bambino sano e in grado di lavorare. Sono le parole di Balzac ne “Le illusioni perdute” ad indurre Lukàcs a scrivere: “non sono soltanto quelle delle energie nate dalla Rivoluzione e distrutte dalla Restaurazione. In senso più ampio sono quelle dei borghesi che inesorabilmente procedono alla capitalizzazione e allo sfruttamento capitalistico di tutti gli elementi umani, dall’arte al sentimento nazionale, dalla letteratura alla gloria. Tutto è ridotto o riducibile a merce, tutto acquista un suo valore economico, e tutto viene prodotto in scala industriale”. Ed è proprio lo sviluppo industriale, nella Francia balzacchiana, così avanzato da far cadere le illusioni che ancora si radicano in Italia. Sta di fatto che la letteratura italiana si rende interprete degli interessi industriali e si profonde a raccomandare agli operai “docilità” e “rassegnazione”. La stessa cosa la cercavano gli industriali istituendo il cosiddetto “Libretto di scorta” dove ciascun operaio doveva mostrare, all’atto dell’assunzione, che nei suoi precedenti lavori aveva fornito prova di “mitezza”. Mi suona oggi persino stonato il fatto che contraddicendo se stessa la borghesia, alla vigilia del ’48, chiese l’appoggio delle plebi, soprattutto di quelle operaie per una rivoluzione che si volle popolare e dove al suo interno si manifestava ben poca “docilità” per i poteri costituiti. Fu, infatti, un’arma a doppio taglio. Già nel 1842 David Levi scrisse il componimento poetico Fantasmi e lo definisce “la prima lirica socialistica che suona nella lingua italiana” mentre nel 1848 scese in campo per appoggiare politicamente il moto operaio tanto da preoccupare persino Giuseppe Mazzini. L’operaio non è più un essere inferiore, non è più il frutto del pregiudizio borghese. Fu un atto di consapevolezza nel rendersi conto che il Risorgimento non si sarebbe compiuto, né la nazione avrebbe potuto dirsi veramente unita, se le classi sociali non collaborano tra loro uscendo dal ghetto dei loro interessi particolari. Fu così vero che l’unità nazionale raggiunta rischiò di perdere la sua carica ideale nel momento in cui la borghesia industriale ed economica italiana cercarono in tutti i modi di cancellare il contributo offerto dal proletariato. Non era più possibile frenare la loro prepotente voglia di emancipazione rispolverando i vecchi temi letterari di “patria e onore, di sacrificio e dedizione”.
Indicativo, a mio avviso, è stato quanto ebbe a scrivere a proposito dell’Italia Fëdor Michailovic Dostoevskij: “Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo per l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo Regno Unito di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, cedendola al più logoro principio borghese — la trentesima ripetizione di questo principio dal tempo della prima rivoluzione francese — un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!” In proposito Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni fu ancora più incisivo nel suo giudizio scrivendo che “Intere famiglie veggonsi accattar l’elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici. E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per gli uffici e per le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un onest’uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a sbrigarla. Ai mercanti del Piemonte si danno le forniture più lucrose: burocrati di Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocrati napoletani. Anche a fabbricar le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napoletani. A facchini della dogana, a camerieri, a birri vengono uomini del Piemonte.
Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra di conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perù e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala”.
E Luigi Einaudi ammette: “Sì, è vero, noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno e abbiamo profittato qualcosa di più delle spese fatte dallo Stato italiano, peccammo di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio e ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale”.
Giustino Fortunato a sua volta scrivendo a Pasquale Villari sottolineava con amarezza il suo punto di vista: “L’Unità d’Italia è stata, purtroppo, la nostra rovina economica.
Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali”. (Riccardo Alfonso)

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