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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 344

Pagine di storia: La resistenza in Italia al Nazi-fascismo

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 agosto 2018

Sappiamo quanto fosse calata sin dal 1936 la popolarità dei fascisti e il carisma del Duce tra gli italiani, ma se non si tradusse subito in una rivolta popolare si dovette al fatto che molti capi dell’opposizione vivevano in esilio o marcivano nelle patrie galere. Ciò non di meno la resistenza passiva fu notevole sia nelle fabbriche sia altrove. La scintilla della ribellione covava, ad esempio, già sul fronte russo, dove i soldati italiani si sentivano mandati a morire per una guerra inutile. E l’ostilità contro i tedeschi si aggravò, abbandonati che furono all’attacco dei russi, nella loro ultima disperata battaglia con armi ed equipaggiamento assolutamente inadeguati. Dopo l’armistizio dell’otto settembre del 1943, eseguito in modo disastroso per colpa del re e del suo capo di governo maresciallo Badoglio, la situazione precipitò del tutto e si diede il via a una vera e propria guerra civile contro i nazisti e i loro fiancheggiatori della Repubblica Sociale Italiana, divenuta un “fantoccio” nazista. L’armistizio, non seguito da precise istruzioni per i militari, determinò un po’ ovunque uno sbandamento delle truppe da una parte e, dall’altra, a una lotta disperata e finita con un immane bagno di sangue. A Roma, a Porta San Paolo, i soldati si mescolarono nella battaglia dei popolani e degli antifascisti di sempre, come Emilio Lusso, Luigi Longo e Vincenzo Baldazzi e molti altri. Nelle isole greche migliaia di ufficiali e soldati italiani combatterono contro le truppe naziste e furono trucidati in massa. A sua volta la flotta fece ammirevolmente il suo dovere, unendosi, con gravi perdite, agli anglo-americani. Questa lotta ancora confusa assunse contorni sempre più definiti dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Germania avvenuta il 13 ottobre del 1943.
“Ma – ricorda Leo Valiani – la resistenza italiana ha origini ben più lontane e che risalgono sicuramente agli anni 1920/21 allorché ci si opponeva alle violenze, incendiarie, spesso omicide aggressioni squadristiche fasciste contro le sedi dei loro oppositori”. Purtroppo fin da allora l’opposizione al fascismo non seppe contrapporre una via nazionale credibile e soprattutto unitaria nella sua lotta politica, tanto da farsi coinvolgere da interessi di parte e a progetti totalitari e rivoluzionari di segno opposto. Mancava, in altri termini, una via nazionale che sapesse superare le diffidenze e i timori di quanti vedevano, nel socialismo, un’opposizione settaria e anarchicheggiante in contrasto con i poteri costituiti che andavano oltre il Parlamento e si rivolgevano agli industriali e i rappresentanti dell’alta finanza. E i ceti moderati che formavano la piccola, media e alta borghesia si allearono con i “padroni” e lo stesso fece una parte della classe operaia timorosa di perdere il posto di lavoro. Costoro, così comportandosi, intendevano impedire l’avanzata di un sistema rivoluzionario dalle conseguenze imprevedibili, ma comunque capace, nell’immaginazione dei più, di portare nuovi lutti e disagi nella popolazione, soprattutto per una guerra sofferta sin troppo a lungo per le modeste risorse economiche italiane. (Riccardo Alfonso)

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