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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Pagine di storia: Il vizietto “Antico” delle Conferenze per la spartizione degli assetti mondiale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 agosto 2018

In campo internazionale maturò, sul finire della seconda guerra mondiale, la solita logica ripartitoria degli assetti mondiali riesumando gli antichi rituali delle conferenze di pace tra i vincitori e persino la scelta dei luoghi era motivo d’intense trattative.
Come per Teheran, nel 1943, il primo conflitto di volontà si ebbe per la scelta della sede della conferenza. Fino all’ultimo si pensava di non farla a Yalta, una modesta cittadina in Crimea, e che Churchill riteneva un luogo detestabile oltre che scomodo, per raggiungerla, e, peggio an-cora, per restarci qualche giorno. E le previsioni del Primo Ministro britannico non furono lungi dal vero quando si dovette intraprendere il viaggio.
S’impiegarono ben sei ore di volo da Malta, dove s’incontrarono Churchill e Roosevelt. Quest’ultimo era sbarcato a La Valletta, con il suo seguito, dall’incrociatore americano Quincy. Allora le condizioni di salute del Presidente americano erano critiche e lo stesso dicasi del suo più fidato consigliere Harry Hopkins. Basti pensare che il Presidente americano morì poche settimane dopo la conclusione della storica conferenza.
La permanenza a Yalta, in queste condizioni, fu ancora più drammatica. Basti pensare che vi era un solo bagno per i 40 generali ed alti ufficiali britannici presenti. Mancavano altresì le bacinelle per lavarsi almeno la faccia. E tutti dormivano in una sorta di camerate a cinque posti letto ciascuna. Così ci trovammo con uno Stalin in perfetta forma rispetto a un Churchill reduce da un’influenza e che rimase per buona parte della conferenza ringhioso e corrucciato ed un Roosevelt ridotto ad una mummia egiziana col pomo d’Adamo sporgente e la pelle vizza e con le mani che gli tremavano. Il buonumore dei russi venne anche dal successo militare delle loro armate che avevano già raggiunto la periferia di Berlino. A questo punto si capisce be-ne che eravamo al cospetto di una situazione assurda. Da una parte si stavano per decidere le sorti future del mondo e dall’altra pesavano come macigni l’incapacità degli americani di presentarsi al meglio della forma per far valere la loro supremazia militare e la loro sfera d’influenza politica, rispetto ad una Russia indebolita da una guerra di sterminio di proporzioni bibliche. Tali condizioni l’avevano esposta in prima persona, con l’invasione tedesca e congiunta a molte dolorose ferite non solo militari, ma che attengono il settore della produzione industriale, per usi civili.
Gli americani, invece, riuscirono a esercitare tutta la loro influenza solo nel chiedere ai russi una dichiarazione di guerra al Giappone, quando si sapeva che essa era formale. Ma Roosevelt andò anche oltre. Per lui Churchill era il rappresentante di un sistema coloniale che aveva fatto il suo tempo mentre Stalin rappresentava “l’uomo dell’avvenire, un emancipatore. E la pace non doveva tollerare la sopravvivenza di alcun dispotismo”. Ma la differenza su questi modi confusi d’intendere il rapporto anglo-americano e quello russo lo indicò chiaramente Churchill allorché con fierezza affermò: “io sono il solo che possa essere rovesciato in qualunque momento dai rappresentanti del mio paese: e ne sono fiero”. Ma lo zio Joe rise di gusto. E’ un genere di fierezza che non capiva e che non condivideva. Stava proprio qui la differenza che separava l’Occidente dall’Oriente, tra il bolscevismo staliniano e la democrazia anglo-americana, pur con le tante contraddizioni di quest’ultima. Per il resto Yalta divenne solo una ripetizione degli antichi trattati, dove le nazioni vincitrici si spartirono i paesi sconfitti, per aree d’influenza, e realizzarono, di comune accordo, quel nuovo imperialismo tanto esecrato da Roosevelt nei confronti di Churchill e della classe dirigente americana. Lo vide rispuntare nelle mire espansionistiche dei russi. Ma non lo capì in tempo. Tuttavia lo intesero bene quei popoli che dovevano essere restituiti alla democrazia con libere elezioni e che invece si videro sospinti verso la dittatura di stampo sovietico sulla punta delle baionette delle armate russe. In pratica ciò che alla vigilia di Yalta le truppe sovietiche hanno militarmente occupato, ed anche di più, resta saldamente nelle loro mani, quando la parola passa dalle armi alla politica, e sono la Romania, la Bulgaria, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Polonia, la Prussia, la Slesia, i paesi baltici e la stessa Jugoslavia attraverso il plenipotenziario Tito.
Così si avviò a conclusione, dal 4 al 14 febbraio del 1945, quello che passò alla storia come il “mito di Yalta”. Nel frattempo la Germania stava crollando, sotto i colpi di una duplice offensiva, a Ovest e a Est. Varsavia era stata già liberata. Hitler era sepolto dal 16 gennaio nelle catacombe del suo bunker sotto il palazzo della Cancelleria a Berlino e ne uscirà soltanto morto.
I russi erano a 50 Km., dalla capitale tedesca. In Italia si preparava l’offensiva di primavera ed entrarono in linea due gruppi di combattimento del nuovo esercito italiano, il “Cremona” del generale Primieri e il “Friuli” del generale Scattini.
Le cose andavano bene anche in estremo oriente, seppure con minore velocità. Mac Arthur era ritornato a Luzon per studiare il piano d’invasione del Giappone. Ma le premesse per la vittoria finale furono create un anno prima, allorché gli anglo-americani sbarcarono il 6 giugno in Normandia aprendo il secondo fronte.
I sovietici, nel frattempo, cominciarono il grande attacco dal Baltico all’Ungheria con la conseguente caduta prima di Atene e poi di Belgrado. A sua volta Mac Arthur aveva rimesso piede nelle Filippine e a Leyte le flotte degli ammiragli Halsey, Kinkaid e Sprague distrussero quella del Giappone. Nonostante ciò, non furono tutte rose e fiori dentro e fuori Yalta se guardiamo la situazione in prospettiva. (Servizio Fidest)

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