Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Archive for 6 settembre 2018

Gesù storico, Gesù della fede

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Giuseppe Flavio, storico ebreo negli anni 93 o 94 d.C. nelle sue “Antichità giudaiche” parla di Gesù. Oggi non esiste il manoscritto originale. Possiamo accedere alla sua conoscenza solo attraverso la copiatura del manoscritto ad opera, nel corso dei secoli, dei diversi monaci cristiani. A questo riguardo va altresì precisato che prima del terzo secolo d.C. non esistevano monasteri e data la professione di fede ebraica di Flavio e l’ambiente nel quale viveva vi possono essere stati dei ritocchi al suo manoscritto. Pur con tutte queste puntellature, ciò che emerge, dal testo giunto ai giorni nostri, è che la testimonianza sull’esistenza di Gesù è da considerarsi valida. Flavio lo definisce: “Un uomo buono che attrasse dietro di se molte persone, che ebbe dei discepoli che gli rimasero fedeli anche nei momenti più difficili e che fu condannato sotto Pilato e morì sulla croce e che i suoi discepoli, sin dal primo momento, dissero che al terzo giorno era resuscitato e vive in mezzo a noi, e in lui si compiono le cose meravigliose annunciate dai profeti.”
A questa testimonianza “esterna” si aggiunge quella dei suoi discepoli e, soprattutto dei quattro evangelisti: Matteo, Marco, Luca e Giovanni che ci hanno raccontato la vita di Gesù segnandola come la “buona notizia” dal greco “evangèlicon”. Non solo. A latere sono fiorite altre “buone notizie” da autori poco noti e che sono passate alla storia come “apocrife”. Da tutto ciò non mi sembra vi possano essere dubbi sull’esistenza di un uomo carismatico, dalla parola suadente, dalla fermezza dei suoi principi posto al cospetto delle debolezze umane incluse quelle dei sacerdoti di Gerusalemme nel tollerare la presenza di mercanti dinanzi al tempio, luogo di fede e di sacrale rispetto. Ma la storia può spiegare il Gesù della fede?
Questa riflessione la considero importante per considerare il fondamento sul quale si costruiscono il cristianesimo e la sua pesante eredità di sofferenze, martirii, persecuzioni ed emarginazioni. La parola di Gesù è stata quella che uccide perché la natura umana conosce la strada giusta ma preferisce percorrere l’impervia. Perché non è sufficiente costruire una Chiesa in nome di un Gesù elevato agli onori di un Dio. Occorre ogni giorno dare testimonianza di se ed essere costruttori di pace per ritrovare la via, la verità e la giustizia. E in questo le religioni non sempre si ritrovano con il Gesù della fede facendoci dubitare della sua stessa esistenza. (Riccardo Alfonso)

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Gli effetti di un’ideologia: capitalismo

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Hanno scritto, tra l’altro, Mario Lettieri e Paolo Raimondi su Italiaoggi: “È l’ultima ideologia morente dell’Ottocento che sta facendo danni enormi. Un liberismo economico e un monetarismo nati nella vecchia Inghilterra dove l’economia poteva contare non su uno Stato ma su un impero che raccoglieva ricchezze a man bassa dalla sue colonie. Noi crediamo che la ripresa debba essere al centro delle decisioni della manovra economica in discussione. Non basta il risanamento del bilancio. Gli enti locali hanno un patrimonio immobiliare di circa 350 miliardi. La parte inutilizzata è di 20-40 miliardi. Il 60% del totale riguarda l’edilizia residenziale pubblica che potrebbe in parte essere venduta ai residenti. Venduta, non svenduta. Adesso gli enti locali hanno un debito complessivo di 111 miliardi dei quali settantotto nei confronti della Cassa Depositi e Prestiti. “Alla quale, ovviamente, pagano gli interessi dovuti”. E’ un particolare di un quadro con il quale gli autori hanno preferito usare colori a tinte fosche. E’ anche un limite che ci siamo imposti con eccessiva passività poiché ai domini inglesi abbiamo fatto spazio al colonialismo selvaggio e poi ancora alla logica del “re travicello” facendo salire al potere i corrotti e i corruttibili dei paesi ricchi di materie prime, ma in compenso le loro popolazioni erano sfruttate e sono rimaste tali.
Intanto ben più gravi delle bombe dei nostri arsenali atomici, si stanno profilando all’orizzonte: sono le bombe demografiche, le intolleranze, la voglia di emergere, di entrare nella stanza dei bottoni, e ancora conflitti etnici, tribali, razziali, migratori. Un insieme di situazioni che ci rende consapevoli di un disagio esistenziale che difficilmente, come in passato, si può in qualche modo calmierare con la tolleranza, la rassegnazione, la vocazione al martirio per la conquista della felicità in un altro mondo.
Oggi cresce la voglia di essere presenti, protagonisti, arbitri del nostro futuro e l’idea del possesso come status symbol non fa che aggravare l’evidenza dettata dalla scarsità di risorse e benessere che sette miliardi di abitanti richiedono all’unisono. Occorre voltare pagina e di farlo in fretta prima che queste bombe ci scoppino tra le mani.
Ecco cosa ci attende il presente che allunga la sua ombra nel nostro futuro, un futuro dove i giovani di oggi saranno i protagonisti del domani e saranno ancora più insofferenti dei loro padri e forse anche più cinici. E’ una svolta che non implica solo l’economia e la finanza, ma anche i costumi, la fede, il concetto stesso di esistere e di morire. (Riccardo Alfonso)

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Che ne vogliamo fare dei pensionati?

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

E’ evidente che tra i pensionati esiste un’area di povertà molto elevata: poveri, rassegnati, frustrati. Eppure cercano di stringere i denti e di vivere dignitosamente.
Lo fanno, sovente, togliendosi il pane di bocca per infilare qualche banconota di 50 euro nelle tasche dei nipoti, studenti, precari, disoccupati, con famiglia monoreddito.
I pensionati, in Italia, sono circa 18 milioni e diventeranno qualcosa di più tra qualche anno. Molti di loro riescono a star bene in salute ma con solo qualche acciacco alle ossa, per lo più. Altri sono meno fortunati in salute. Altri, ancora, risentono l’abbandono dei familiari o vivono soli perché non hanno figli e nipoti per via di fratelli e sorelle. Li troviamo seduti sulle panchine dei giardini pubblici, a discutere per strada con i loro coetanei a fare la spesa, a portare a spasso i nipotini, a frequentare la parrocchia, a cercarsi qualche hobby. Sono ancora una risorsa ma loro non sembrano rendersene conto. Lo Stato con le imposte, con le addizionali degli enti locali, con le tasse su tutto non fa altro che erodere le loro modeste rendite. Si sentono assediati, si sentono a volte inutili. Non sono più i nonni di un tempo che attiravano i loro nipoti raccontando storie di vita e si riscaldavano intorno al camino e i loro volti s’illuminavano alle fiammate che aggredivano il ciocco posto sulla brace. Oggi i loro nipoti sono diventati tecnologici. Poi si aggiunge la memoria che non è più la stessa. Restano solo i ricordi lontani, belli e tristi di giovani vogliosi di crescere, di lavorare, di trovare un posto nella vita, un amore che riscaldasse i loro cuori. Poi si cede il passo ai più giovani e gli anni l’età diventa un peso a volte insopportabile per sé e per gli altri. Possibile che si debba fare tanto per allungare la vita e poi con questa vita allungata si diventa superflui? Possibile che non vi è un’opportunità d’uscire da questo mondo con dignità? (Servizio Fidest)

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L’Europa che vorremmo dimenticando il conto da pagare

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Se tralasciamo il discorso su ciò che i nostri padri pensavano sull’Europa da europei e ci limitiamo a considerare i fatti odierni dobbiamo renderci conto che dopo tanti sforzi unitari e le relative accelerazioni annettendo senza farci molti scrupoli paesi che non avevano ancora maturato l’idea dello stare insieme e le regole che avrebbero dovuto condividere e alla possibile perdita di parte della loro sovranità in tema di politica estera, di economia, di finanza, di giustizia, di certo la loro vocazione unitaria avrebbe mostrato non poche crepe.
E’ questo a mio avviso il tallone di Achille di una comunità che pensa ai propri confini in termini nazionali e non di certo sovranazionali.
L’Europa sembra oggi insofferente al conto che la storia le presenta dopo decenni di colonialismo, post colonialismo e di governi fantoccio in paesi dove l’ordine di scuderia era quello di sfruttare, impoverire, immiserire in nome del profitto fine a se stesso.
Abbiamo fatto scempio degli stessi diritti che enunciavamo con orgoglio in nome della “realpolitik” per dedicarci animo e corpo alla ricerca e il mantenimento del potere, indipendentemente da questioni religiose o morali.
Eravamo tanto invasati alla ricerca diplomatica di un primato fra gli Imperi Europei che abbiamo saputo dar seguito naturale alle feluche dei propri ministri, diplomatici, accademici sostituendole con gli elmi del guerriero e scatenare guerre sanguinose e immani distruzioni per affermare un predominio che la diplomazia delle feluche non era riuscita ad assicurare. Ora che i tempi del guerreggiare in armi sono passati di moda un’altra cultura si è affermata affinando l’ingegno degli europei verso un modo di pensare più ricercato. Così l’Europa comunitaria si è trasformata in uno scudo protettivo e in un terreno di lauti profitti per chi avendo perso la guerra sul terreno di battaglia ritrova la sua revanche in senso storico politico nel campo dell’economia e della finanza.
Questo doppio binario di politica interna ed internazionale messo in piedi da chi continua a sentirsi storicamente erede di un passato imperiale è destinato a far pagare un prezzo molto elevato a quelle nazioni in Europa e altrove che hanno subito il fascino del più forte e non compreso l’insidia che nascondeva. Se questa è l’Europa che vogliamo abbiamo sbagliato alla grande perché non vi è dignità per i sudditi. E qui mi fermo. Come dire? Ai posteri l’ovvia sentenza. (Riccardo Alfonso direttore centri studi sociali e politici della Fidest)

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Apriamo un dibattito sul nostro futuro

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Da anni, oramai, siamo portati a concentrare la nostra attenzione più sul presente e molto meno sul futuro. Siamo preoccupati per il clima ma nel momento in cui dovremmo prendere delle importanti decisioni ci dilunghiamo in noiosi e lunghi dibattiti che lasciano il tempo che trovano. Lo stesso accade se pensiamo al sociale, alla povertà nel mondo, alla salute, all’istruzione e all’evoluzione tecnologica in atto.
Ci rendiamo “fumosamente” conto che dobbiamo mettere mano a un progetto d’ampio respiro se vogliamo che l’umanità non imbocchi il tunnel del non ritorno, ma anche in questo caso ci accontentiamo di qualche accenno come se quanto accade intorno a noi non ci riguarda direttamente eppure si riverberano in noi momenti di consapevolezza dei gravi errori che stiamo commettendo nel rendere le condizioni di vita sempre più precarie. Spesso queste riflessioni si rivelano un attimo fuggente prima di rituffarci nei problemi che ci legano al contingente: lo studio, il lavoro, la mobilità, il modo di tenere in piedi il nostro budget che inesorabilmente si assottiglia, l’assistenza sanitaria e via di questo passo. Una donna, che a giorni partorirà, mi confessava i suoi timori sul futuro del nascituro e si chiedeva se aveva fatto bene a volerlo e se non fosse stato solo il frutto del suo egoismo.
Tutto questo dovrebbe indurci ad agire, a ricercare un cambiamento, a lavorare con impegno per realizzarlo all’istante. Si tratta, ovviamente, di un aspetto che va a monte del problema. Dovremmo da subito instillare nei nostri figli una visione della vita più votata ai valori e molto meno ai suoi aspetti edonistici nel senso del piacere immediato a prescindere. Se partiamo, infatti, dal concetto che l’umanità debba farsi carico di due diritti fondamentali quali il diritto alla vita e a vivere dovremmo comprendere sino in fondo il modulo di vita che si richiede. Come possiamo, infatti, garantire la vita per chi nasce nella povertà? Per chi è generato in una terra inospitale e gli è impedito di cercare luoghi diversi e spesso per via del colore della sua pelle? E allora ci chiediamo perché il diritto a vivere non garantisce a tutti, indistintamente, un’infanzia affrancata dalla miseria, un’istruzione e un’assistenza sanitaria adeguata? Un tetto sotto cui ripararsi e da adulto un lavoro sicuro e una vecchiaia serena? Perché anche nelle città dell’opulenza vi sono migliaia di persone che non hanno una casa e dormono sotto i ponti o nei rifugi d’emergenza? Perché un giovane deve tenderti la mano per chiederti un obolo per la sua sopravvivenza? E poi ci meravigliamo se una tale condizione suscita in alcune vittime uno stimolo alla rivolta, a riscattare la sua dignità umiliata con la violenza? Questo è un presente che non può avere un futuro senza suscitare la ribellione, senza generare instabilità e conflitti regionali cruenti. Dobbiamo proporci un avvenire diverso prima che sia troppo tardi per arrivarci. E’ la sola strada se vogliamo guardare i nostri figli e sorridere alla loro vita e al come cerchiamo di costruirla facendo ammenda dei nostri errori. (Riccardo Alfonso)

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L’Europa messa alle corde

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Non stiamo a rivangare il passato, quello remoto per intenderci. Partiamo invece dall’inizio di questo nuovo secolo. Lo facciamo prendendo buona nota dai lanci della Fidest che da allora si sono infittiti sul tema europeo sino a permetterci di raccoglierli in due volumi e oggi di comparare questi spunti con l’attualità.
La prima riflessione che ci giunge spontanea è l’insoddisfazione di molti europei per una comunità che sembra di più assumere una logica “imperiale” con un potere centrale che accentra e non riesce a comprendere lo spirito dei tempi. Fa poi da corollario un supporto umano nella leadership europea alquanto mediocre che non è in grado di riscattarsi con più centri di comando: Consiglio europeo, Commissione Europea, Parlamento Europeo, proprio perché diventano, in pratica, dispersivi e si trasformano spesso in una tribuna dove dar sfogo alle proprie pretese nazionalistiche e al più realizzando alleanze bipolari: franco-tedesche, paesi dell’Est europeo, ecc.
Una cosa, tuttavia, è certa: l’attuale leadership ci conduce verso un futuro incerto e al rischio concreto di uno sfaldamento dell’intero sistema. E la mediocrità non ci permette d’affrontare il futuro con la necessaria determinazione nel fare scelte coraggiose facendo perdere alcuni tabù legati alla “sovranità nazionale” per renderla collettiva. Pensiamo, ad esempio, alle politiche industriali e monetarie, a quelle del lavoro, fiscali e dei prezzi.
Ma anche la capacità d’avere una politica estera comune che sappia parlare al mondo con una sola voce perché, ad esempio, avremmo fatto volentieri a meno dell’intraprendenza del presidente Macron per la questione libica. Avremmo dovuto costruirla con quella europea con la Mogherini o chi per lei. Che senso, infatti, ha mostrare una pluralità di politiche internazionali se vogliamo essere rappresentativi di una volontà collettiva di taglio europeo? L’Europa, per intenderci, ha perso la consapevolezza che il nostro tempo richiede decisioni immediate e, soprattutto, che i destinatari debbano essere certi d’avere a che fare con una forza unitaria e non spezzettata in più tronconi e persino l’un contro l’altro armata. E in politica estera, in particolare, avremmo molte ragioni per restare uniti e fermi nelle nostre scelte. Pensiamo ai rapporti con la Federazione russa di Putin e al vicino Oriente. La Russia, dopo tutto, al di qua degli Urali, è l’Europa e il Mediterraneo ci offre l’opportunità di tessere buoni rapporti con tutta l’area dei paesi nord africani e asiatici che si affacciano sulle sue sponde. Ci siamo mai chiesti quali politiche autonome e originali siamo stati capaci d’imbastire con questi paesi? Siamo solo riusciti a creare un gran “pasticcio”, per usare una parola educata, con le politiche migratorie. Abbiamo trasformato, in particolare, l’Italia in un grande capo profughi con seicentomila arrivi in due anni, ed ora ci ritroviamo a non sapere come gestirli perché non si tratta solo di rifocillarli ma di trovare loro un lavoro. Non sanno forse i grandi saputelli di Bruxelles che esiste una forte evoluzione tecnologica che tende a ridurre il lavoro degli “umili” e ad esaltare quello delle “intelligenze”? (Riccardo Alfonso direttore dei centri studi sociali e politici della Fidest)

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La violenza come cultura dell’attenzione

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Da cronisti ci capita spesso di raccogliere il messaggio che proviene da chi scende in piazza per esporre quelle che ritiene giuste rivendicazioni e meritevoli di un’attenzione mediatica. Non manchiamo, ovviamente, di riportare le loro motivazioni ma il rilancio che facciamo acquista un risalto o meno non su ciò che è stato detto e sostenuto con fermezza e determinazione ma dai “clamori” che sono derivati con schiamazzi, aggressioni e danni ai negozi che si trovano lungo il tragitto dei manifestanti. C’è persino da chiedersi se tutto si fosse svolto in maniera pacifica quale spazio avrebbe potuto ambire, nei notiziari televisivi e nelle pagine della carta stampata, la giusta causa. Questa consapevolezza è senza dubbio chiara agli organizzatori tant’è che cercano, per seguire una strada virtuosa, di ben rappresentare il preannuncio del comizio con vari comunicati stampa. Ma anche su questo verso piovono i distinguo. L’accesso all’informazione dipende molto dalla sigla politica o sindacale o dei vari movimenti d’opinione che promuovono l’iniziativa e dalla possibile ricaduta sull’opinione pubblica. Poi vi è il discorso dei numeri. L’ascolto si dilata se a manifestare sono in tanti e qui parte la propaganda dei numeri che trasforma diecimila presenze in centomila e via di questo passo.
Ne consegue il luogo comune che più si è aggressivi e maggiore è l’attenzione e se alla fine si contano numerosi feriti e contusi vuol dire che solo in questo modo la copertura mediatica premia. Quest’andazzo non è condivisibile perché oltre tutto diseduca e mette in secondo piano il motivo stesso della contrarietà di quella parte dei cittadini che ancora credono alla forza delle parole, alla logica del pensiero e a farci riflettere seriamente. Si rende anche un pessimo servizio agli argomenti che s’intendono evidenziare con atti irresponsabili che non favoriscono la conoscenza al grosso pubblico e la loro eventuale condivisione finisce con lo spaventarlo e non certo a renderlo edotto di una ragione che potrebbe avere molti più sostenitori. Che fare allora? E’ scegliere, a nostro avviso, il ritorno alla lettura, al migliore ascolto televisivo e in streaming live cercando al tempo stesso di coinvolgere più persone tra il pubblico e non tra i soliti tromboni ammazza sentenze. E’ senza dubbio un fatto culturale e d’intelligenza critica che ci permette di setacciare il fatto dal commento, la circostanza tra un interesse personale e una obiettiva valutazione. Dobbiamo in pratica ritornare a ragionare sempre con la testa nostra e non con quella degli altri per imitarli ma non senza aver prima valutato la bontà dei loro intendimenti. (Riccardo Alfonso direttore centri studi della Fidest)

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Gli “starnuti” della Raggi

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Parlare di disinformazione, delle “bufale” e di quant’altro viaggia nel mondo dell’informazione, e quella istituzionale non è da meno, significa toccare il nervo scoperto di questa nostra società dove gli scandali non sono tali se non ci vengono scodellati con grandi clamori e percussioni di grancassa. Ma vi è anche il gioco perverso di denigrare o anche di cogliere la più piccola occasione per accanirsi nei confronti di un personaggio politicamente scomodo. E’ il caso della sindaca di Roma Virginia Raggi. E’ vero che è partita con il piede sbagliato e si è fidata di persone che alla prova dei fatti sono diventate inaffidabili, ma è anche vero che ha un coraggio da vendere ad accollarsi tutti i guai della capitale che, in specie negli ultimi anni, si sono accumulati in un crescendo impressionante. Cosa avrebbero dovuto fare i partiti dell’attuale opposizione se veramente hanno a cuore il bene di Roma e per dimostrare discontinuità con il passato che è pure la conseguenza del loro malgoverno? Di certo non a trasformarsi in severi critici ad ogni suo “starnuto”, ma cercare d’incoraggiarla a ben operare perché Roma ha bisogno dei romani benpensanti, e ve ne sono tanti, per nostra fortuna, appartenenti a tutti gli schieramenti politici. Noi come operatori dell’informazione non abbiamo taciuto a criticarla ma lo abbiamo fatto per stimolarla e non per denigrarla. Abbiamo cercato anche di darle qualche buon consiglio abituati come siamo a vivere tra la gente e ad annotarne i malumori. Sappiamo che i romani sono molto pazienti ma non bisogna tirare a lungo la corda. Rischia di spezzarsi. A volte basta poco per compiacerli. Penso alle buche stradali e ai cantieri stradali che una volta aperti durano anni. Ma su tutto prevale il convincimento che occorra coinvolgere, nella gestione della cosa pubblica, i romani come potrebbero essere i pensionati per osservare e segnalare a chi dovere le cose che non vanno nel loro quartiere. A condizione però che vi sia qualcuno che li ascolti e provveda a sanare le disfunzioni evidenziate. E’ questo il tema dell’ascolto che è molto importante per una società che tende ad ignorare la voce dei singoli. (servizio Fidest)

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La verità è come l’arte: è nell’occhio di chi guarda

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

Davanti a un dipinto, o seduto in terza fila per seguire un’esecuzione di musica sinfonica o mentre attendo pazientemente il mio turno nella sala d’attesa affollatissima dello studio medico il mio pensiero ad un tratto sembra andare oltre la mia presenza fisica e migrare altrove. E’ che forse incoscientemente cerco la ragione del mio essere in quel posto, in quella determinata ora e confuso tra gente che non conosco, lì in piedi o seduto, a guardare o ad essere osservato fuggevolmente tra chi ti sta accanto, ti sfiora il braccio o tu ti scosti per evitare che questo indesiderato contatto fisico ti turbi ulteriormente.
Ma cosa penso? Verso chi o cosa è diretto il mio pensiero? Non certo al particolare di un dipinto o all’archetto del violinista va su e giù toccando con grazia le corde del suo strumento o alla donna o all’uomo che con me cercano nella sala d’attesa dello studio medico di mitigare l’attesa sfogliando una rivista o cercando d’attaccare bottone con un vicino. Ma cosa mai potranno dirsi due sconosciuti se non parlando del tempo?
Io cerco di capire un qualcosa che ha assillato la vita di una moltitudine di persone in tutte epoche e in tutti i momenti della propria esistenza: perché sono qui? Perché esisto? Chi sono in realtà? E cerco di guardare oltre il visibile per cercare di dare una risposta logica al mio assillo esistenziale. Io inseguo una verità che non si nasconde sotto il tappeto, che non si cela dietro una nota musicale, che non riesco a carpire dall’espressione di chi estasiato ammira il dipinto di un celeberrimo artista. Forse perché non riesco ad avere la vista acuta come vorrei per fendere l’aria come una saetta, per entrare nel mondo dell’ignoto che mi circonda e mi compenetra e perdermi in esso.
Io mi sento reale e al tempo stesso figlio di una verità che sfugge alla mia fisicità forse perché non riesco a guardare come dovrei con gli occhi del saggio, del pensatore, del sognatore, del profeta. Oggi appartengo a quel popolo di sette miliardi di viventi, sono confuso tra loro, sono preso dall’ansietà di barcamenarmi nella vita, dall’affrontare i mali che lacerano le mie carni e fanno scempio dei miei progetti per un futuro migliore.
E sono così compreso dal contingente che diventa sommamente ardua concentrarmi alla ricerca della verità ultima prima che essa si possa disvelare al termine della mia esistenza.
E’ così che il mio occhio si distrae e si lascia sfuggire la verità che cerco. (Riccardo Alfonso)

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A.M. Best Announces Appointment of Doron Grossman to Its Asia-Pacific Operations

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

A.M. Best announces the appointment of Doron Grossman as director, market development – South East Asia.Based in Singapore, Doron’s primary responsibilities will include the development and implementation of strategic initiatives to reinforce and enhance A.M. Best’s business activities and profile across Southeast Asia, Australia and New Zealand.Mr. Grossman, whose appointment by A.M. Best took effect from Aug. 17, 2018, has had a career in the insurance and reinsurance industries spanning more than 35 years, including periods of work based out of Australia, Europe and Singapore, and across a breadth of industry sectors.He spent 18 years at QBE in a variety of locations and roles, most recently, based at their Singapore office as head of distribution – Asia Pacific. He was also founding CEO of Insurance Brokers Network Australia (IBNA), a broker-cluster network in Australia.“With his breadth of insurance experience and knowledge I am delighted to welcome Doron Grossman to our Asia-Pacific rating operations, and very much look forward to working with him to support our franchise growth across the South Asia and Oceania insurance and reinsurance markets,” said Jose Ribeiro, managing director, A.M. Best Asia-Pacific.

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GNT Pharma’s Ropesalazine Effective in Treating Dog Dementia

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

GNT Pharma said Ropesalazine, a drug candidate for Alzheimer’s disease (AD), has shown an outstanding beneficial efficacy in a pilot clinical trial conducted for dogs with cognitive dysfunction syndrome (CDS) or dementia. CDS is a progressive neurodegenerative disorder of senior dogs and characterized by altered interaction with family, disorientation, sleep/wake cycle changes, increased house soiling, and activity change. There is no cure for the disease.Ropesalazine is a multi-target drug to prevent both inflammation and free radicals that contribute to nerve cell death, amyloid plaque production, and neurofibrillary tangle formation which are pathological hallmarks of AD.Ropesalazine was found to attenuate nerve cell death and amyloid plaques as well as inflammation and oxidative stress in transgenic AD mice models. Ropesalazine reduced cognitive deficit in APP/PS1 AD mice at early, moderate, and late stages. The safety of Ropesalazine was proven in human as well as rats and dogs.GNT Pharma scientists noticed that CDS is accompanied by nerve cell death, amyloid plaques, and neurofibrillary tangles similar to AD, and designed a pilot study to investigate if Ropesalazine would alleviate signs of CDS.The study was conducted on six companion dogs aged 10 or older that revealed severe cognitive dysfunction scored according to canine cognitive dysfunction rating scale and canine dementia scale. Within 8 weeks following daily oral administration of Ropesalazine, all six dogs returned to the normal range of cognitive function and daily activity.Dr. Jae Bong Moon, veterinarian and head of Irion Animal Hospital in Seoul who led the study, was excited with the result, saying “The companion dogs failed to recognize their owners before the treatment. It was so amazing to see the dogs that wagged their tails for their owners and cuddled up to them within 8 weeks of Ropesalazine treatment. Ropesalazine appeared to cure CDS.”
Encouraged with promising efficacy of Ropesalazine for CDS, GNT Pharma will move toward the next clinical study for approval of Ropesalazine as a drug for the treatment of CDS. The company assigned Professor Byeong-Teck Kang, director of Chungbuk National University Veterinary Medical Center, as a principal investigator. GNT Pharma plans to complete the clinical trial and launch Ropesalazine for the treatment of CDS in companion animals in 2019.

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7.9 Million Aussies Are Opting to Dine In

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 settembre 2018

The glamour of dining out has been surpassed by Aussies’ desire to eat at home, with a surprising 7.9 million turning to home-cooked meal solutions, according to new Crock-Pot research released today. The research revealed that while most enjoy dinner at home every night (68 per cent every week night and 52 per cent on weekends), Aussies are poor cooks. Yet, as Crock-Pot has found in their data, talent is no barrier. Despite over half claiming to have below average cooking skills (54 per cent), Aussies are empowering themselves, with 67 per cent seeking new cooking methods, and 41 per cent now entertaining at home more than five to ten years ago.As more Aussies are opting to dine in, the data found general health is the leading driver for food choices (43 per cent choosing this as their top health concern), indicating that increasing health concerns are redirecting our lifestyle habits. The past decade has seen fried food consumption drop by eight per cent and grains, salads and steamed food increasing (15, eight and 12 per cent respectively). The growing impact of dietary trends is also prominent, with Mediterranean and Vegetarian cuisines seeing the biggest hike in consumption (14 per cent vs 24 per cent and 15 per cent vs 25 per cent).According to Crock-Pot, while health is front of mind for Australians, time poverty is also a major lifestyle contributor. An alarming one quarter of Aussies are time poor (23 per cent) and half of our population (48 per cent) claim to not have time to cook as much as they hope to. The findings also show a 14 per cent increase in slow/pressure cooked meals, alongside the cheaper, perfect cut of meat for slow-cooking, beef off cuts rising seven per cent. This highlights that Aussies’ busy lives have resulted in savvy, convenient, home cooking and entertaining solutions.
Commenting on the research, Newell Brands Home Economist Jill Cooney said, “We’re proud to see Australians’ foodie culture translate to their home kitchen. It’s long been known that we’re a time-poor and health conscious nation, looking for convenient and easy cooking solutions that will fit into our everyday, busy lives. Yet, what’s most exciting, is not having skill be a barrier, and instead being empowered to spend more time at home cooking for and entertaining family and friends.”In our digital age, as new product innovations become sought after, the findings indicate ‘the MasterChef effect’ is both inspiring and adding pressure to our nation of terrible cooks. TV shows are inspiring 54 per cent of Aussies; while 42 per cent feel more pressure to cook impressive meals. Social media is also causing a rise in “Insta-worthy meals”, with a whopping 96 per cent inspired to prepare a meal by something they’ve seen on social media, and 12 per cent are proud culprits of posting their home-cooked creations on social media.
Thankfully, Crock-Pot® has the solution to help Australians prepare healthy, flavorsome home cooked meals at ease with the all-new Crock-Pot® Express Multi-Cooker. The Express revolutionises home cooking with its ability to cook any dish up to 70 per cent faster at the touch of a button, meaning less time in the kitchen and more time with friends and family. The convenient solution for time-poor Australians’ ‘mid-week meal dilemma’, the 12 in 1 multi-cooker can Pressure Cook, Slow Cook, Steam, Sauté and more so you can easily prepare any recipe, using one convenient appliance in no time without compromising the taste.

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