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Elezioni di mid-term Usa: i quattro scenari possibili

Posted by fidest press agency su martedì, 6 novembre 2018

A cura di Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management. La composizione del Congresso sarà cruciale per determinare il futuro della Fed. Dal 2015 è ferma alla Camera una proposta di “Oversight reform and modernization Act” della banca centrale Usa, una riforma in parte dovuta, considerando che l’atto Costituente è stato promulgato nel 1913 e mai rinnovato.
Se il Congresso dovesse rimanere saldamente in mano Repubblicana, l’Atto di riforma della Fed potrebbe proseguire il suo percorso verso la Camera Alta, configurando uno scenario di rischio importante a cui il mercato reagirebbe in maniera del tutto razionale, ovvero richiedendo maggiori premi per il rischio, in particolare sul dollaro, sui bond Usa, sull’inflazione e sulle attività rischiose.
Lo scenario principale, che ha una probabilità del 60%, è quello in cui la Camera finisce in mani Democratiche e il Senato resta a maggioranza Repubblicana. In questo caso, il Congresso risulterebbe ingolfato dalle richieste di inchieste da parte della Camera Democratica nei confronti dell’amministrazione. Punti di sintesi probabilmente potrebbero esserci sul tema delle infrastrutture, rispetto a cui i democratici possono essere collaborativi con i piani del governo. Quello che invece gli oppositori di Trump vedono come il fumo negli occhi è l’eventuale manovra fiscale di taglio delle tasse 2.0. Si tratta tuttavia di uno scenario che non mette in discussione l’autonomia della Fed, in quanto l’Atto di riforma della banca rimarrebbe sulla linea morta del Congresso, con l’implicazione di rasserenare il clima dal punto di vista obbligazionario e contribuire a un po’ di debolezza del dollaro, favorendo le attività finanziarie soprattutto dei Paesi emergenti. I farmaceutici, con Trump e il Partito Democratico estremamente in sintonia sul controllo dei prezzi dei farmaci, subirebbero forti pressioni.
Lo scenario più interessante dal punto di vista della politica economica sarebbe invece la conferma del Congresso attuale a maggioranza Repubblicana per entrambe le Camere (che ha secondo i numeri una probabilità di appena il 13%). L’Atto di riforma della Fed verrebbe riproposto, la riforma fiscale 2.0 verrebbe certamente rimessa in agenda, sul commercio ci sarebbe un’iniziativa ancora più spinta così come sulla deregolamentazione. Gli impatti per i mercati nel brevissimo termine sarebbero positivi per alcuni settori americani come le small cap, le infrastrutture e i ciclici. Si tratterebbe di un rally di breve respiro perché il timore che la Fed venga messa sotto sorveglianza prevarrebbe provocando forti preoccupazioni. Anche perché mentre si definiscono i termini della riforma, la Fed si vedrebbe di fronte un’altra manovra fiscale che non potrebbe accomodare così come non ha accomodato l’ultima. Con la disoccupazione al 3,7% e la capacità utilizzata a livelli roboanti, la Fed non tornerebbe indietro sui tassi ma proseguirebbe in maniera molto chiara e netta sul sentiero dell’overshooting. Questo avrebbe un impatto certamente doloroso sulle obbligazioni, genererebbe la ricostituzione dei premi di rischio, senza garanzia di un dollaro forte proprio a causa dell’ingerenza dell’amministrazione nell’operatività della banca centrale. Questo sarebbe uno scenario non particolarmente brillante per gli asset rischiosi, né per gli asset obbligazionari.In una posizione intermedia (e con una probabilità del 21%) si pone lo scenario in cui sia Camera che Senato passano a maggioranza Democratica: in questo caso a soffrire sul fronte obbligazionario sarebbero le obbligazioni corporate domestiche insieme al dollaro, mentre i mercati emergenti, sia sul fronte obbligazionario che azionario avrebbero buone possibilità, mentre immobiliare e farmaceutici subirebbero una forte penalizzazione sui listini.L’ultimo e meno probabile scenario (6%) è quello in cui a una Camera Repubblicana fa fronte un Senato Democratico: a uscirne vincenti in questo caso sarebbero l’obbligazionario Usa, sia governativo che corporate, e nell’azionario emergenti e infrastrutture.
L’esercizio fatto dal Fondo Monetario e validato anche dalla Banca Centrale Europea rivela che se il resto del mondo dovesse reagire di conseguenza al rialzo delle tariffe Americane, questo avrebbe un impatto sulla crescita mondiale pari al -2,5%, che equivale a una recessione globale. La conclusione è che se dovesse accelerare la guerra commerciale il danno serio e duraturo sarebbe per la crescita, dopo che ad essere attaccata è stata l’inflazione. Il protezionismo è uno shock stagflattivo, ossia comporta una stagnazione economica con maggior inflazione.

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