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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 312

“La classica crisi dei mercati emergenti”

Posted by fidest press agency su martedì, 13 novembre 2018

A cura di Mark Burgess, Vice CIO Globale e CIO EMEA di Columbia Threadneedle Investments. Il recente crollo della lira turca ha rimesso i mercati emergenti al centro dell’attenzione degli investitori. Ma per quanto l’atteggiamento sempre più ostile del Presidente Trump sul commercio e il protezionismo potrebbe aver innescato il brusco deprezzamento della valuta, a nostro avviso l’indebolimento della lira turca ha tutte le caratteristiche di una tradizionale crisi dei mercati emergenti.Una crisi dei mercati emergenti si verifica di solito quando un paese si indebita oltre misura e, di conseguenza, accumula un disavanzo eccessivo delle partite correnti o del bilancio pubblico. Se cominciano a preoccuparsi dell’entità del debito e della capacità del paese di finanziarlo, gli investitori cercano di abbandonare il paese, causando in primo luogo problemi per la valuta. La Turchia ha un disavanzo delle partite correnti pari a circa il 5,5% del PIL,1 che richiede un finanziamento annuo di circa USD 60 miliardi. Gli investitori hanno cominciato a nutrire timori non solo per l’entità del debito turco, ma anche per la retorica del governo, che ha anche adottato alcune politiche economiche non ortodosse. A differenza del Regno Unito, che pure presenta un ampio disavanzo delle partite correnti (anche se finanziato tramite investimenti esteri), il deficit della Turchia è finanziato principalmente da flussi di portafoglio, dal commercio internazionale e dall’assunzione di prestiti, il che la espone notevolmente alle condizioni dei mercati finanziari.Ad aggravare la situazione ha contribuito il fatto che le autorità sono state svuotate e private della loro credibilità, dato che il ministro del Tesoro e delle finanze è Berat Albayrak, il genero del presidente Recep Tayyip Erdoğan. Anche se la minaccia commerciale posta da Trump potrebbe essere una novità, la situazione della Turchia non lo è, e ricorda piuttosto le passate crisi dei mercati emergenti, come il “taper tantrum”, la crisi asiatica e le “cinque fragili”. In tutte queste occasioni gli investitori hanno perso fiducia nelle politiche economiche di un paese, esercitando pressioni sulla valuta e determinandone la svalutazione.
Contemporaneamente alle turbolenze in Turchia, anche l’Argentina si è trovata alle prese con una perdita di fiducia nella sua valuta, che ha portato recentemente alle dimissioni del presidente della banca centrale. A livello superficiale ciò è comprensibile alla luce dei disavanzi gemelli e delle vulnerabilità del paese, ma il caso argentino è molto diverso da quello turco.In particolare, pur avendo un elevato fabbisogno di debito a breve termine e un ampio disavanzo delle partite correnti, l’Argentina ha ancora un’economia relativamente chiusa, e i capitali esteri che erano stati prevalentemente investiti in obbligazioni in valuta locale hanno già in gran parte lasciato il paese. Pertanto, nonostante i rischi per la crescita economica dell’Argentina, ravvisiamo un rischio di contagio limitato. Analogamente, il Brasile si trova in una posizione ragionevolmente solida, con un deficit delle partite correnti molto ridotto e adeguatamente finanziato dagli investimenti diretti esteri.Il nostro scenario di riferimento prevede che l’attuale fase di vigore del dollaro USA si rivelerà transitoria finché i mercati non torneranno a concentrarsi sulla situazione fiscale degli Stati Uniti, decretando un indebolimento del biglietto verde. In assenza di un grave errore di politica economica, che ha certamente maggiori probabilità di verificarsi nei mercati emergenti anziché in quelli sviluppati, nessun importante paese emergente sembra al momento vacillare.
Per quanto la crisi turca sia un fenomeno tipico dei mercati emergenti, ciò non vuol dire che le tensioni commerciali mondiali non siano motivo di apprensione. Alcuni analisti hanno stimato che la guerra commerciale ridurrà il PIL mondiale dell’1-2,3%,4 e alcuni si aspettano che la Federal Reserve statunitense attuerà una stretta monetaria più aggressiva in risposta ai dazi. È difficile tuttavia prevedere l’impatto di una guerra commerciale sui singoli paesi, non da ultimo perché non sappiamo ancora fino a che punto l’amministrazione statunitense si spingerà nel perseguimento del protezionismo.Ciò nonostante, le prospettive per l’Asia e per i mercati emergenti esposti alla minaccia rappresentata dalle politiche protezionistiche di Trump – tra cui Cina, Messico, Colombia, Malaysia, Corea e Thailandia – saranno contrastate. I dazi non saranno d’aiuto perché molte economie emergenti dipendono generalmente dalle materie prime, dai proventi in valuta estera o dai semilavorati e sono quindi molto aperte ai flussi commerciali globali. Un eventuale rallentamento del commercio globale avrebbe inevitabilmente enormi ricadute su alcune di queste economie. L’Argentina e il Brasile sono l’una il principale partner commerciale dell’altro, con la Cina al secondo posto per entrambi. Ciò significa che i due paesi sarebbero gravemente penalizzati da un rallentamento dell’economia cinese, dato che esportano prodotti agricoli e materie prime. La domanda è: assisteremo alle stesse vulnerabilità che abbiamo osservato durante il “taper tantrum”? È improbabile, perché nel 2013 c’erano cinque grandi economie con enormi disavanzi delle partite correnti e fiscali – le cosiddette “cinque fragili” – vale a dire India, Brasile, Turchia, Sudafrica e Indonesia.Il dollaro è spesso considerato un bene rifugio nelle fasi di tensione sui mercati globali, ma nessuno conosce realmente le implicazioni delle guerre commerciali e del rischio di sanzioni. Detestando l’incertezza, gli investitori tendono a riversarsi nei beni rifugio nei periodi difficili, spostando l’attenzione dal rendimento alla restituzione del capitale.
In Cina è in atto un rallentamento dell’economia ma, dato l’aumento dei consumi interni, i timori di un “hard landing” si sono attenuati. Detto questo, Pechino si trova di fronte a un “trilemma”, dovendo destreggiarsi con il paradosso di perseguire il controllo dei tassi di cambio, la libera circolazione dei capitali e una politica monetaria indipendente.Tuttavia, la Cina è oggi meno dipendente dalle esportazioni e potrebbe di fatto diversificarle, deviandole dagli Stati Uniti verso le regioni emergenti, grazie anche al suo programma “One Belt, One Road”.Se la retorica della guerra commerciale è stata solo una ragione che ha indotto il mercato a concentrarsi sulla Turchia, piuttosto che la causa principale del crollo della lira, la principale minaccia alla stabilità dei mercati emergenti potrebbe giungere dalla Federal Reserve statunitense. Per comprendere meglio la portata di tale minaccia, è necessario conoscere il livello esatto della soglia in corrispondenza della quale l’aumento dei tassi statunitensi innescherebbe un’inversione dei flussi di portafoglio. La Fed si sta potenzialmente avvicinando al tasso d’interesse neutrale – il livello al quale i tassi d’interesse non frenano né stimolano la crescita economica – mentre prosegue il suo percorso di normalizzazione, invertendo anni di quantitative easing.Ma sussiste il rischio che la Fed modifichi l’attuale traiettoria di rialzo dei tassi per procedere a un inasprimento più aggressivo in risposta ai dazi commerciali. Se il mercato viene colto in contropiede da questa mossa, il risultato potrebbe essere estremamente doloroso per i mercati emergenti. A fronte del continuo rafforzamento dell’economia statunitense si osserva già un aumento dei rendimenti dei Treasury USA, e la Fed potrebbe rispondere a questo sviluppo prima di quanto si pensi. (in abstract)

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