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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Il lungo iter processuale della causa di diffamazione del Sommo Pontefice Pio XII

Posted by fidest press agency su domenica, 2 dicembre 2018

di Alberto De Marco.  Robert Katz, Carlo Ponti, George Cosmatos, furono citati al giudizio direttissimo al Tribunale di Roma per rispondere: Robert Katz di diffamazione mediante offesa consistente nell’attribuzione di un fatto determinato commessa col mezzo della stampa (art. 595, 597 c.p. art. 13legge 8 febbraio 1948 n. 47) per avere nel suo libro “Morte a Roma” stampato a Roma nel 1967 ed in successive edizioni fino al 1973, offeso la memoria del Sommo Pontefice Pio XII, attribuendogli di non avere fatto quanto avrebbe dovuto e potuto fare per cercare di impedire l’eccidio delle Fosse Ardeatine, perpetrato dai militari tedeschi il 24 marzo 1944; Robert Katz, Carlo Ponti, George Cosmatos, di concorso in diffamazione mediante offesa consistente nell’attribuzione di un fatto determinato commessa col mezzo della cinematografia (art. 110, 595, 597 c.p.) per avere previo accordo, nella rispettiva qualità: Robert Katz di sceneggiatore; Carlo Ponti di produttore; George Cosmatos di regista; del film “Rappresaglia”, tratto dal libro “Morte a Roma” e proiettato dal principio di ottobre del 1973 in poi in varie città d’Italia, offeso la memoria del Sommo Pontefice Pio XII, attribuendogli in varie sequenze il fatto determinato indicato nel precedente capo di imputazione. Con la sentenza del 27 novembre 1975, gli imputati furono dichiarati colpevoli dei reati loro ascritti, unificati nella continuazione nei confronti di Robert Katz e condannati con i benefici di legge, alla pena di 1 anno e 2 mesi di reclusione, 500.000 lire di multa per Robert Katz, e di 6 mesi di reclusione ciascuno per Carlo Ponti e George Cosmatos, nonché tutti al risarcimento in forma generica del danno in favore della querelante, costituitasi parte civile, Elena Rossignani, nipote del defunto Pontefice. Con la sentenza del 1 luglio 1978, la Corte d’Appello di Roma, in riforma della decisione del Tribunale, assolse Robert Katz dal primo reato, trattandosi di persona non punibile per avere agito nell’esercizio di un diritto, e lo stesso Robert Katz, nonché Carlo Ponti e George Cosmatos, dalla seconda imputazione con la formula “perché il fatto non costituisce reato” per mancanza di dolo. Il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Roma, a questa sentenza propose ricorso alla Suprema Corte di Cassazione, che l’accolse​ con la sentenza del 19 ottobre 1979, con la quale annullò la decisione impugnata, con rinvio ad altra sezione della stessa Corte d’Appello relativamente all’imputazione di diffamazione commessa col mezzo della stampa; e senza rinvio con riguardo all’altra imputazione per essere il reato estinto per amnistia, ferme rimanendo le statuizioni concernenti gli interessi civili. La Corte Suprema di Cassazione precisò che non è precluso al Giudice indagare sui fatti costituenti oggetto della ricerca storiografica, quando si tratta di individuare la volontà dell’autore, nel confronto tra l’opera scritta e la reputazione altrui; e riconobbe i vizi della motivazione, per mancanza o contraddittorietà, sulla esatta individuazione delle finalità attribuite al Pontefice, sulla forma usata, e sulla stessa qualificazione culturale, come ricerca storiografica dell’opera di Robert Katz. Con la sentenza del 2 luglio 1981, pronunciata in sede di rinvio, la Corte d’Appello di Roma, ha confermato la decisione del Tribunale di Roma, con riguardo all’imputazione residua ascritta a Robert Katz, determinando la pena in 1 anno ed 1 mese di reclusione e quattrocentomila lire di multa per effetto della già dichiarata estinzione dell’altro reato. La Corte d’Appello di Roma, ha stabilito con la sua decisione che le accuse dell’imputato non scaturivano da interpretazione, sia pure soggettiva, di fatti e comportamenti obiettivamente accertati, ma dalla intenzionale creazione di falsi presupposti, di fatto e soggettivi, dolosamente intesi a sostenere le accuse stesse; ed ha ritenuto che nella formulazione dei giudizi erano stati travalicati i limiti di forma, con parole inutilmente sarcastiche e dispregiative. A seguito della suddetta sentenza, l’imputato ricorre alla Suprema Corte di Cassazione ed il suo difensore chiede l’annullamento della stessa. Il lungo iter processuale si conclude con la sentenza del 29 settembre 1983 della Suprema Corte di Cassazione, per la quale l’imputato è tenuto, secondo soccombenza, al rimborso delle spese in favore della parte civile, liquidate nella misura indicata nel dispositivo. Annulla senza rinvio la sentenza impugnata in ordine al reato didiffamazione aggravata commesso con l’edizione italiana del 1967 del libro “Morte a Roma”, perché estinto per amnistia, ferme le statuizioni concernenti gli interessi civili. Rigetta nel resto il ricorso e condanna Robert Katz, al rimborso delle spese in favore della parte civile, Elena Rossignani, che liquida in lire 450.000, di cui lire 430.000 per onorari di difesa. Nonostante le evidenti responsabilità degli imputati, la causa di​ diffamazione, intrapresa dagli eredi di Pio XII, ha avuto una sconcertante conclusione. E’ un esempio emblematico, purtroppo sempre attuale dei limiti della giustizia umana.

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