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Quotidiano di informazione – Anno 31 n°56

“Lezioni da un decennio di piani di salvataggio per le banche”

Posted by fidest press agency su sabato, 9 febbraio 2019

A cura di Mark Burgess, Vice CIO Globale e CIO EMEA. A un decennio di distanza, in alcune delle maggiori economie le banche si sono ampiamente riprese dalla crisi finanziaria globale. In altre, tuttavia, l’eredità lasciata dagli attivi deteriorati continua a soffocare il sistema bancario, intralciando il motore della crescita economica. Questo divario è dovuto in ampia misura agli approcci divergenti adottati dai vari governi per ricapitalizzare le rispettive banche dopo la crisi ed è dipeso, in particolare, dalla volontà degli stessi di affrontare i problemi in maniera approfondita e tempestiva.
Gli Stati Uniti riconobbero velocemente la portata della crisi e reagirono con il piano di aiuti TARP (Troubled Asset Relief Program) a ottobre del 2008. L’intero settore bancario fu costretto ad accettare iniezioni di capitale dalla Federal Reserve. In breve tempo, tale intervento permise di sostenere la fiducia del mercato, consentendo alle banche di assorbire rapidamente le ingenti svalutazioni nei rispettivi portafogli di mutui subprime e le perdite registrate dai portafogli prestiti sulla scia del deterioramento dell’economia statunitense.
Il Regno Unito adottò un approccio simile. Il governo iniettò capitale negli istituti più in difficoltà, in particolare RBS e Lloyds, istituendo un piano di protezione dai titoli tossici garantito dallo Stato. Due istituti di credito ipotecario in dissesto, Northern Rock e Bradford & Bingley, furono inseriti in un sistema di classificazione di tipo “good bank/bad bank”, con il trasferimento dei titoli deteriorati a UK Asset Resolution, controllata dallo Stato. Contestualmente, la Bank of England mise a disposizione liquidità illimitate per far fronte ai timori legati alla solvibilità.Inizialmente, l’Irlanda garantì i debiti di tutte le sue banche, sottoponendo a forte pressione il bilancio dello Stato. Successivamente, verso la fine del 2009, il governo decise di spostare i titoli problematici in una struttura di dismissione garantita dallo Stato, la National Asset Management Agency. Le cosiddette “good bank” (banche solide) ricevettero iniezioni di capitale, mentre gli attivi tossici furono acquistati dalla NAMA al valore di mercato o quasi, lasciando un po’ di respiro per consentire la ripresa delle banche ristrutturate. Tuttavia, la ricapitalizzazione delle banche irlandesi provocò enormi buchi di bilancio.Nel resto d’Europa non vi fu un approccio uniforme alla ricapitalizzazione. Istituti come UBS, ING e KBC vennero ristrutturati con piani ad hoc, ma in linea generale si può affermare che i governi, le banche centrali e le autorità di regolamentazione del Vecchio Continente siano stati più lenti nell’affrontare la debolezza sistemica dei rispettivi apparati bancari. Di conseguenza, molti istituti restarono paralizzati dalla mole di crediti incerti e deteriorati, innescando una flessione dei prestiti all’economia reale.Nel 2012, iniziando a riconoscere la gravità del problema, la Spagna istituì una “bad bank”, Sareb, votata a ricevere oltre 50 miliardi di euro di attivi immobiliari tossici che gravavano sui suoi prestatori commerciali. Questa mossa permise al settore bancario spagnolo di rafforzarsi, nonché di ricapitalizzare i bilanci degli istituti, sancendo l’inizio della ripresa per il paese.
In Italia il quadro è alquanto diverso, poiché i problemi delle sue banche non sono mai stati affrontati in maniera esaustiva. Sono state promosse unicamente soluzioni ad hoc per istituti come Monte dei Paschi e le banche venete, senza nessun intervento di ricapitalizzazione approfondito.La Germania ha avuto grossi problemi con la sua rete di banche locali all’ingrosso controllate da enti locali (Landesbanken), che avevano investito somme cospicue in attivi immobiliari tossici statunitensi. Quando i problemi hanno iniziato a emergere, diverse Landesbanken sono andate in fallimento e hanno richiesto l’intervento del governo in vista della ricapitalizzazione. Nel settore bancario privato tedesco, la situazione più grave ha riguardato Commerzbank, anch’essa salvata dallo Stato.
A un decennio di distanza, lo stato di salute delle banche di questi paesi riflette ampiamente i diversi approcci adottati dai governi per la ricapitalizzazione dopo la crisi finanziaria globale. Le banche statunitensi si sono rimesse rapidamente, sostenute dalle brillanti performance economiche a livello nazionale. Oggi vantano solide situazioni patrimoniali, come dimostrato dagli stress test periodici della Fed, ed esibiscono quote di utile distribuito superiori al 100%, in altre parole restituiscono l’eccedenza di capitale agli azionisti.
I bilanci delle banche inglesi appaiono in salute e capaci di sopravvivere a un’uscita disordinata dall’Unione europea, stando ai recenti stress test della BoE. Le banche esibiscono un eccesso di capitale che potrebbe essere restituito agli azionisti, ma la ripresa degli utili dopo la recessione ha risentito pesantemente dei conduct costs, essenzialmente legati alla vendita impropria di assicurazioni sulla protezione dei pagamenti (PPI). Ciononostante, questo fattore è destinato a venire meno a breve, considerando che la scadenza per la presentazione di reclami connessi a prodotti PPI è agosto 2019.
In Europa continentale il quadro è molto più variegato. I grandi istituti che hanno beneficiato di piani di salvataggio su misura, tra cui ING, UBS e KBC, si sono ripresi relativamente in fretta. Analogamente, al momento le banche spagnole appaiono in buona salute, dopo la decisione del governo di trasferire i titoli problematici a Sareb e ristrutturare il settore.Per contro, il sistema bancario tedesco deve ancora riprendersi del tutto e l’Italia non ha affrontato il problema degli attivi tossici delle banche. Di conseguenza, questi paesi non sono in grado di sostenere la crescita: l’economia dell’eurozona è finanziata per due terzi dalle banche e le PMI rappresentano una porzione analoga dell’economia italiana, eppure il volume di prestiti bancari a tali soggetti è in calo da 10 anni a questa parte.È evidente che l’approccio adottato dagli Stati Uniti per ricapitalizzare il sistema bancario dopo la crisi finanziaria globale ha permesso di assorbire le perdite e di continuare a erogare prestiti nell’economia reale, stimolando la crescita delle società e il PIL negli anni successivi la crisi. La situazione è invece ben diversa in Europa, dove gli effetti a catena del mancato supporto delle banche alle PMI hanno fatto sì che, nel complesso, la crescita del PIL abbia segnato il passo rispetto a quella di USA e Regno Unito per gran parte del periodo successivo alla crisi finanziaria globale.

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