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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 229

“Il rafforzamento dei fondamentali giapponesi passa inosservato”

Posted by fidest press agency su domenica, 21 aprile 2019

A cura di Alex Lee Gestore azionario da Columbia Threadneedle Investments (abstract) Il sentiment degli investitori esteri nei confronti del mercato azionario giapponese è estremamente negativo: nel 2018 le vendite nette di titoli nipponici da parte di investitori di altri paesi hanno raggiunto il livello più alto dal 1987, anno del tristemente noto crollo del Lunedì nero. Quest’ondata di vendite non è stata arginata neppure dai segnali della crescente capacità di tenuta dell’economia nazionale e dall’evoluzione del comportamento delle aziende, che ha spinto i margini di profitto verso livelli storicamente elevati.La cautela degli investitori è motivata soprattutto dalla convinzione diffusa che il Giappone sia fortemente orientato al ciclo economico globale: di conseguenza, i segnali di un rallentamento della crescita mondiale mettono seriamente in dubbio l’opportunità di investire in azioni giapponesi.Dopo due decenni di deflazione radicata, il prodotto interno lordo nominale del Giappone è tornato a crescere. Un cambiamento fondamentale ha riguardato il deflatore del PIL, che era rimasto stabilmente negativo dalla metà degli anni ‘90 ma che è tornato in territorio positivo negli ultimi anni. Si tratta in parte di un effetto ciclico che riflette un’attenuazione delle pressioni deflazionistiche globali e un’accelerazione della crescita internazionale. Tuttavia, importanti cambiamenti si sono registrati anche a livello nazionale.
Così, quando nel 2017 la nota società di spedizioni Yamato Holdings ha alzato i prezzi per la prima volta in 27 anni, la mossa ha destato prevedibilmente molto scalpore. Tuttavia, in uno scenario di domanda sostenuta e carenza di autisti, Yamato ha spiegato che non poteva più offrire un servizio di consegne di prim’ordine a prezzi stracciati se voleva pagare ai dipendenti un equo salario e realizzare un profitto. Adesso la società afferma che le prospettive dei suoi clienti sono cambiate: la mentalità deflazionistica secondo la quale i prezzi non possono mai salire è stata sostituita dall’accettazione del fatto che l’inflazione è talvolta appropriata. Le aziende sentono di essere finalmente in grado di aumentare i prezzi per riflettere la qualità dei propri beni e servizi senza doversi scusare con i clienti. Questi rincari contribuiscono a proteggere i loro margini e favoriscono una tendenza al miglioramento della redditività.
L’invecchiamento e la contrazione della popolazione giapponese, tuttavia, continuano a impedire un aumento significativo dell’inflazione. Di conseguenza, il ritorno a un contesto più inflazionistico sarà graduale e moderato. Le pressioni inflazionistiche continueranno ad avere natura congiunturale e riteniamo improbabile che l’obiettivo d’inflazione del 2% della Bank of Japan venga raggiunto nel prossimo futuro. Tuttavia, l’uscita dallo scenario di deflazione è di per sé molto importante e incoraggiante.Il paese è riuscito a richiamare nella forza lavoro persone in precedenza inattive, in particolare donne e anziani. Il tasso di partecipazione continua ad aumentare rapidamente; alla fine del 2018 si attestava al 61,4% e dovrebbe presto raggiungere l’omologo statunitense al 63,2% (Figura 2). Il tasso di attività delle donne in Giappone è già superiore a quello degli Stati Uniti, grazie alle politiche specificamente mirate a incrementare il tasso di partecipazione femminile che vanno sotto il nome di “Womenomics”.
Oltre a rappresentare una fonte di domanda estera, il turismo accresce anche l’esposizione della società giapponese alle influenze di altri paesi. Adesso il governo sta iniziando a riformare le norme nazionali sull’immigrazione, facilitando l’ottenimento di visti e favorendo i ricongiungimenti familiari in determinate circostanze. Queste tendenze sono ancora agli inizi: i lavoratori stranieri rappresentano attualmente solo il 2% della forza lavoro complessiva. Tuttavia, nel 2017 gli stranieri hanno generato il 30% della crescita del numero di lavoratori in Giappone. L’importanza di questi primi passi verso una società più aperta all’immigrazione non va sottovalutata, in quanto potrebbe essere un fattore determinante per l’andamento futuro dell’economia giapponese.
Di fronte all’aumento dei costi e alle difficoltà di un mercato del lavoro in cui la disoccupazione è quasi del tutto scomparsa, le aziende giapponesi hanno reagito con un gradito cambiamento dei comportamenti. In passato queste aziende avevano l’abitudine di effettuare grossi investimenti nelle fasi di espansione economica, creando una dannosa situazione di sovrainvestimento all’apice del ciclo, seguita da un crollo della redditività e da un’impennata delle svalutazioni nelle fasi di rallentamento della crescita. Oggi, invece, le imprese sembrano adottare un approccio molto più meditato, anche perché stentano ad assicurarsi la manodopera di cui hanno bisogno per espandersi. Di conseguenza, i loro investimenti sono sempre più concentrati sull’efficienza anziché sulla crescita della capacità. Le aziende antepongono la redditività a un’espansione inappropriata delle vendite. L’impiego più efficiente del capitale contribuisce a proteggere i margini e a sostenere i prezzi.
I margini di profitto delle aziende giapponesi sono in aumento e la loro redditività è ai massimi storici. Ciò è dovuto in parte ai cambiamenti di comportamento sopra citati, ma è anche il risultato di diversi anni di sofferte ristrutturazioni iniziate all’indomani della crisi finanziaria globale, quando il vigore dello yen e la concorrenza dei prodotti cinesi a basso costo hanno costretto le società giapponesi a risalire la catena della qualità e ad abbandonare l’attività a basso valore aggiunto. Una volta che l’Abenomics ha iniziato a indebolire la valuta, gli utili giapponesi hanno registrato un’impennata.
Il Giappone è stato duramente penalizzato dalla fase deflazionistica seguita al crollo di Lehman Brothers. La forte concorrenza della Cina e l’apprezzamento dello yen hanno costretto le aziende giapponesi a ristrutturarsi e ad abbandonare le attività a basso valore aggiunto. Questo processo ha dato i suoi frutti: dal 2013-14 la quota di esportazioni mondiali riconducibile al Giappone si è stabilizzata. Nonostante i problemi strutturali dell’economia interna, i produttori giapponesi sono diventati più competitivi a livello internazionale e si sono concentrati maggiormente sulla produzione ad alto valore aggiunto.Tuttavia, gli investitori internazionali continuano a ignorare i grandi progressi compiuti dal settore privato giapponese negli ultimi anni e le valutazioni sono riscese sui minimi di lungo termine. Nonostante l’incertezza che si profila nel breve periodo nell’attuale fase di crescita lenta dell’economia mondiale, riteniamo che le azioni giapponesi presentino valutazioni estremamente interessanti e che siano destinate a beneficiare più di quanto si pensi di una ripresa dell’attività globale.

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