Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 259

Impatto della guerra commerciale USA-Cina

Posted by fidest press agency su martedì, 28 maggio 2019

A cura di Luca Paolini, Chief Strategist e Patrick Zweifel, Chief Economist. Quando il commercio smette di funzionare, ci perdono tutti. Quindi gli investitori dovrebbero prepararsi alle conseguenze del recente tira e molla nella disputa commerciale tra Cina e Stati Uniti, in cui Pechino ha annunciato tariffe di ritorsione in risposta alla mossa di Washington di aumentare i dazi su 200 miliardi di dollari di merci cinesi. I nostri calcoli indicano che una guerra commerciale su larga scala tra la prima e la seconda economia al mondo ha il potenziale di far entrare l’economia globale in recessione e condurre ad un brusco crollo dei titoli mondiali.Il nostro modello indica che se un dazio del 10% sul commercio statunitense fosse trasferito al consumatore, l’inflazione mondiale salirebbe di circa 0,7 punti percentuale.Ciò, a sua volta, potrebbe diminuire gli utili societari del 2,5% e tagliare i price-to-earnings ratio delle azioni globali fino al 15%. Tutto ciò significa che le azioni globali potrebbero perdere il 15-20%. Il che, in effetti, riporterebbe indietro di tre anni l’orologio del mercato azionario mondiale. I rendimenti delle obbligazioni statunitensi possono crollare, ma la portata della flessione sarà limitata per via di un impatto inflazionistico dovuto ai dazi.
Washington e Pechino potrebbero ancora raggiungere un accordo alla riunione di giugno del G-20. Ma se così non fosse, gli aumenti dei dazi previsti potrebbero causare sofferenza ad entrambe le economie: riteniamo che i provvedimenti commerciali esistenti potrebbero ridurre la crescita cinese dello 0,5% e quella degli Stati Uniti di circa lo 0,2%.A peggiorare le cose, l’impatto di una guerra commerciale sarebbe percepito ben oltre i confini delle prime due potenze economiche mondiali. Economie aperte, come Singapore e Taiwan in Asia e Ungheria, Repubblica ceca e Irlanda in Europa sono potenzialmente più vulnerabili rispetto a Stati Uniti e Cina.

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