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Figli: sempre più sani, ma sempre di meno

Posted by fidest press agency su domenica, 2 giugno 2019

Diagnosi prenatale sempre più precisa e precoce; maggiore sopravvivenza dei neonati pretermine; terapie geniche che consentono di guarire bambini affetti da malattie genetiche e rare per i quali un tempo l’unica soluzione proposta era l’aborto selettivo: tutto questo ha rivoluzionato in pochi anni la salute dei neonati in Italia. Ma ai progressi ottenuti nel campo della ricerca scientifica e della innovazione tecnologica si affiancano importanti fattori demografici e socioeconomici che stanno cambiando il profilo della nostra popolazione: i bambini sono sempre meno numerosi, l’età del concepimento si sposta in avanti, crescono le diseguaglianze territoriali che colpiscono in maniera particolare i bambini, sin dalla nascita, compromettendo l’omogeneità dei percorsi di cura. In sintesi: i bambini sono sempre più sani, ma sempre di meno, con madri e padri più attempati e con i diritti di salute tutelati in maniera diseguale a seconda della regione in cui nascono e crescono. Questi i temi al centro di una Tavola Rotonda che si è tenuta al 75° Congresso della Società Italiana di Pediatria dedicata alla promozione della natalità e della salute in Italia.
A fare il punto sui progressi ottenuti nel campo della ricerca e dell’innovazione tecnologica è stato Bruno Dallapiccola, genetista, Direttore scientifico dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. “Il 3% dei neonati è affetto da una patologia genetica, una soglia al di sotto della quale è difficile scendere anche con le indagini prenatali più sofisticate. A parte i rischi specifici di singole coppie, ogni coppia che si riproduce va incontro a circa 50-100 mutazioni, alcune delle quali possono causare malattie. L’età dei genitori è critica, quella materna per le malattie cromosomiche, quella paterna per le mutazioni non cromosomiche”.
Tuttavia, questi dati positivi sono contrassegnati da forti diseguaglianze geografiche. In Italia la mortalità infantile (primo anno di vita) è del 2,8 per mille nati vivi, ma con ampie differenze territoriali: ad esempio nel Nord Est è pari a 2,3 e nelle isole a 3,7 per mille nati vivi. “Un bambino che nasce nelle regioni meridionali ha un rischio del 36% più elevato di morire rispetto ad uno nato nel Nord nel primo anno di vita”, ha spiegato Mario De Curtis, professore ordinario di Pediatria, Università la Sapienza di Roma. “Se nel 2016 l’Italia avesse avuto la stessa mortalità del Nord Est sarebbero sopravvissuti nel primo anno di vita 180 bambini nel Sud e Isole, 28 nel Centro e 42 nel Nord Ovest”.
Nel giro di un decennio l’Italia ha visto diminuire i nati di oltre un quinto passando dai 576.659 nati registrati nel 2008 ai 458.151 del 2017. Nello stesso periodo le donne in età fertile sono passate da 13.990.503 a 12.945.219. Negli ultimi 60 anni il numero di residenti di età pari o superiore a 65 anni è aumentato di oltre 30 volte. Bassa natalità, invecchiamento della popolazione e conseguente moltiplicarsi della spesa sanitaria sembrano un trend ineluttabile nel nostro Paese. “Siamo una bomba demografica a orologeria”, ha detto Walter Ricciardi, Ordinario di Igiene alla Università Cattolica di Roma.

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