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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

“Guerra commerciale è nuova Guerra Fredda, divisione in tre blocchi”

Posted by fidest press agency su domenica, 16 giugno 2019

Stati Uniti e Cina sono invischiati in un’esplicita guerra commerciale, a cui sottostà una guerra fredda sui temi tecnologici. Gli investitori nei mercati finanziari hanno le idee chiare sulle implicazioni di breve periodo, e questo agevola le scelte per quanto riguardo questa finestra temporale. Al contrario, le conseguenze di lungo periodo sono meno ovvie e l’impatto duraturo sulla catena del valore e sui processi decisionali è sottovalutato. La conclusione inevitabile da trarre è che il mondo stia inesorabilmente andando incontro ad un lungo periodo di divergenza economica e politica, che ha alcune somiglianze con la Guerra Fredda del passato, ma per certi versi è più invasivo e pericoloso per gli investitori.L’effetto collaterale di tutto ciò sarà la divisione del mondo in tre aree, con un ritorno diffuso ad un maggior interventismo da parte dei governi.
Storicamente, le guerre commerciali durano un solo round. Entrambe le parti infatti ad un certo punto arrivano a capire che si stanno danneggiando, e che continuare le ostilità vorrebbe dire solo aumentare il costo finale. Se la guerra commerciale continuerà con questa intensità potrebbe trascinare nella disputa altri attori, i quali a loro volta potrebbero reagire ai dazi imposti a loro danno. Questa escalation probabilmente porterà ad un ritorno generalizzato di un maggior interventismo statale, in quanto gli elettori lo esigeranno dai loro rispettivi governi. I paesi che vengono da una lunga tradizione di interventismo statale si adatteranno più rapidamente, e nell’immediato saranno avvantaggiati. Quelli che invece non lo faranno rischieranno di mettere un’ipoteca sulla propria crescita futura e sulla solidità delle proprie istituzioni.
Il gruppo guidato dalla Cina: composto per lo più dai paesi coinvolti nel progetto della Nuova Via della Seta e da quelli che hanno firmato il RCEP, il trattato commerciale sponsorizzato dalla Cina che coinvolge la maggior parte dei paesi asiatici e del Pacifico occidentale. Questo gruppo di paesi godrà di volumi e valori di scambi crescenti, allo stesso tempo diventando sempre più allineato alla sfera geopolitica di Pechino. Al suo completamento, il RCEP avrà dimensioni e ampiezza impressionanti. Riguarda infatti 3,5 miliardi di persone e il 33,3% del Pil mondiale, il tutto seguendo le regole del WTO.
I resti del vecchio ordine mondiale: ne farebbero parte Giappone, l’UE e alcuni paesi del sud-est asiatico e del Pacifico, in virtù dell’Accordo di partenariato economico UE-Giappone e del Partenariato Trasn-Pacifico (CPTPP). L’accordo tra Europa e Giappone, tra l’altro, mette in condizione di grave svantaggio il Regno Unito dopo la Brexit. L’accordo coinvolge complessivamente 638 milioni di consumatori, il 28% dell’economia mondiale e oltre un terzo degli scambi globali. Il CPTPP conta a sua volta oltre 753 milioni di consumatori, il 15% dell’economia mondiale e mette a sua volta in una situazione di svantaggio i paesi non membri rispetto a quelli membri; le aziende americane in questi mercati sono infatti ora in condizione di svantaggio nei confronti dei loro concorrenti canadesi, messicani, giapponesi e australiani. Allo stesso modo le aziende thailandesi, coreane e con sede a Taiwan saranno in difficoltà nei confronti dei concorrenti malesi, vietnamiti e giapponesi.
Il gruppo USA: costituito dagli Stati Uniti, la cui economia è relativamente meno dipendente dal commercio, e da un numero ridotto di paesi non allineati che con il passare del tempo diventeranno meno rilevanti come partner commerciali, a causa dell’erodersi della loro abilità di competere sul piano tecnologico. Il Regno Unito è candidato a rientrare in questo gruppo di paesi qualora si verificasse una “Hard Brexit”, che comporterebbe la perdita dei benefici dati dalla cooperazione con l’UE sulla ricerca tecnologica, senza che la Gran Bretagna possa da sola tenere il passo con gli USA in questo campo.
Logicamente, una guerra commerciale prolungata rischia di intensificarsi e coinvolgere altri paesi, portando ad un trincerarsi su posizioni distanti e a ulteriori barriere commerciali diverse dai dazi. UBS ha pubblicato recentemente un report sull’impatto sulla crescita economica, l’inflazione e i mercati finanziari, secondo cui la crescita del Pil mondiale potrebbe diminuire dell’1%, con i maggiori effetti soprattutto sugli USA (-2,45%) e la Cina (-2,3%). I tassi di interesse saranno colpiti più delle valute, e tutti i mercati azionari potrebbero arrivare a perdere circa il 20%. L’Australian Productivity Commission, a sua volta, ha pubblicato un report in cui afferma che se tutti i paesi alzassero i dazi del 15%, il Pil globale scenderebbe del 2,9% .
Per un po’, sembra lecito aspettarsi che i paesi più sviluppati continuino a ricercare accordi commerciali multilaterali, come il Partenariato Trans-Pacifico, la RCEP e gli accordi UE-Giappone. Questo dovrebbe, in teoria, portare il volume degli scambi “extra-USA” a crescere a sufficienza da fornire un cuscinetto rispetto a potenziali barriere commerciali poste dagli USA. Potrebbe funzionare, ma solo fino a quando ogni paese non sarà costretto a scegliere con quale campo schierarsi.

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