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Asilo nido e scuola materna, iscrizioni in calo

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 luglio 2019

A spiegare i motivi del decremento di iscritti al nido o all’infanzia è stata in queste ore la rivista Linkiesta, secondo la quale “i posti messi a disposizione dai Comuni sono sempre meno delle richieste. Inoltre, sul fronte 0-3 anni c’è una preoccupante situazione di stallo, sebbene “alcuni anni fa si era arrivati, con le indicazioni dette ‘di Lisbona’ a quantificare nella percentuale del 33% il numero minimo adeguato di posti al nido in rapporto ai bambini nati”. Tra i bambini di 4-5 anni in meno di 10 anni si è passati dal 95,6% al 91,1%. Anief torna a chiedere l’anticipo scolastico almeno a 5 anni, con obbligo formativo sino alla maggiore età, attraverso il quale si andrebbe ad attaccare il 15% di dispersione, contro il 10% chiesto da Bruxelles. “La nostra proposta è supportata da studi scientifici di rilievo – spiega il presidente Marcello Pacifico – con prolungamento della scuola dell’obbligo fino a 18 anni, andando in questo modo ad incidere direttamente sulla lotta alla dispersione. Seguendo tale strada, nemmeno si aggraverebbero i costi per lo Stato. Inoltre, allargandosi gli organici nella scuola dell’infanzia, si andrebbero finalmente ad assumere quei maestri che la Buona Scuola ha dimenticato, sia a livello di piano di immissioni in ruolo straordinario sia di potenziamento”.
Mentre l’Europa ci chiede di incrementare il numero di giovani iscritti a scuola e diminuire il numero di abbandoni, l’Italia procede all’inverso: non solo si attesta poco al di sotto del 15% di dispersione, contro il 10% chiesto da Bruxelles, ma perde addirittura alunni nella scuola dell’infanzia. “Se si considera la fascia di età tra i 4 e i 5 anni l’Italia è passata dal 95,6% dell’anno scolastico 2007/08 al 91,1% del 2016/17”, scrive l’associazione Openpolis, riprendendo i dati Istat. Eppure, continuano gli esperti di scuola fino a 6 anni di età, “l’istruzione pre-primaria pone le basi per i futuri apprendimenti dei ragazzi”, perché “La sua funzione educativa, spesso sottovalutata, è fondamentale per lo sviluppo del minore. Frequentarla o meno infatti può fare la differenza sull’apprendimento successivo dei ragazzi”. La scuola dell’infanzia rappresenta quindi un momento di formazione fondamentale, per tutti i bambini. E lo è ancora di più per quelli nati in famiglie in difficoltà, per ridurre il bagaglio di disuguaglianze che spesso si portano dietro. Uno svantaggio che non è solo teorico, ma è testimoniato dalle analisi sui risultati nei test Invalsi. Anche per queste ragioni, alcuni paesi europei hanno deciso di rendere l’istruzione pre-primaria obbligatoria, anticipando l’obbligo scolastico prima dei 6 anni. Nella classifica europea, sui dati del 2016, ai primi posti spiccano Belgio (con una percentuale prossima al 99%), Svezia (96,6%) e Danimarca (95,9%). Agli ultimi posti, con il 60% o meno di bambini accolti in strutture pre-primarie, la Grecia e alcuni paesi dell’est (Polonia, Romania, Croazia). L’Italia è nona, e con il 92,6% di bambini tra 3 e 5 anni accolti in scuole d’infanzia supera pienamente il traguardo: solo che anziché incrementare il numero, si stanno perdendo iscrizioni; inoltre il numero di bambini che nel nostro Paese fruiscono del tempo pieno rimane basso. “Correva l’anno 2000 – scrive Linkiesta – quando venne sottoscritto questo obiettivo, nel corso di un Consiglio europeo: in quel momento la copertura, in Italia, stava sotto al 10%. Dieci anni dopo si era passati al 13-15%. Già all’epoca vi erano regioni più virtuose di altre: per esempio Emilia Romagna e Toscana. Entro in un lasso di tempo ragionevole tutti i paesi si sarebbero dovuti dunque adeguare, riuscendo a offrire su base nazionale almeno 33 posti al nido per ogni 100 bambini nati. Il paradosso è che siamo molto lontani ancora da questo obiettivo, in molte zone d’Italia”. Inoltre, sembrerebbe che le graduatorie dei bambini fino a tre anni in lista di attesa per l’accesso nelle strutture comunali “penalizzano le persone che lavorano part-time e soprattutto quelle disoccupate” e “molto spesso le famiglie extracomunitarie”, rendendo in quest’ultimo caso “più difficile l’integrazione”. Il problema è simile per la scuola materna, soprattutto nei grandi centri: a Milano, ad esempio, rimane fuori dal nido un bambino su quattro, perché “per i circa 31.500 bambini nella fascia di età 3-6 anni, invece, il Comune di Milano informa che sono circa 23.500 posti messi a disposizione: con una copertura quindi del 75% dell’utenza potenziale”. In conclusione, “bisogna investire il più possibile per mettere a disposizione tanti posti in asili nido e scuole materne quanti ne servono per accogliere chiunque ne faccia richiesta, a prescindere dallo status occupazionale”. Ecco perché, occorre “fare pressione perché vi siano più risorse economiche – e dunque più posti tout court – per i servizi all’infanzia. In tutta Italia”.
Anief raccoglie la richiesta e si fa portavoce della mancata scolarizzazione di tanti bambini fino a 6 anni che anche su questo fronte ci sta allontanando dall’Europa. “Un primo passo verso l’allargamento dell’utenza – spiega Marcello Pacifico, presidente nazionale del giovane sindacato – sarebbe quello di replicare in Italia quanto approvato l’anno scorso in Francia, dove l’obbligo formativo è stato anticipato a tre anni”. In Italia, invece, tutti i tentativi fatti in questa direzione sono andati a vuoto: ci provò l’allora ministro Luigi Berlinguer nel 1993, per poi però rinunciarvi per le difficoltà finanziarie e organizzative. Più di recente anche la ministra Stefania Giannini tentò di imporre l’anticipo con tanto di slogan “tutti alla primaria a cinque anni”, ma con lo stesso risultato nefasto”.

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