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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

La “Linea Maginot”: un fallimento dichiarato

Posted by fidest press agency su domenica, 18 agosto 2019

La Francia, arroccata dietro la sua “Linea Maginot”, si sentiva potente e sicura, ma la sua strategia difensiva non le permetteva “sortite” di rilievo per spostare i combattimenti sul territorio avverso. Infatti, l’imperativo dei militari era: C’est votre attaque seul que nous risposte-rons!” (risponderemo al fuoco soltanto se sarete voi ad attaccare). Insomma a guerra dichiarata i soldati francesi non avevano alcuna intenzione di provocare il nemico.
“Così – scrive Silvio Bertoldi – passano le settimane, i mesi. L’autunno declina in un grigio, gelido inverno, dalle Ardenne al confine con la Svizzera, nel cuore dell’Europa. Nelle città le luci sono spente, sibilano, di tanto in tanto, le sirene degli allarmi aerei, il razionamento non consente più la dolce vita stroncata dalle furie naziste, ma nulla di più.
Scende lentamente la neve e copre i forti che si fronteggiano e nei quali i due più potenti eserciti del mondo: quello francese e quello tedesco aspettano un ordine che non verrà.
Ogni giorno è uguale all’altro, come nelle caserme in tempo d’esercitazioni, i segnali di tromba, la pulizia delle armi, il rancio, l’adunata, mentre gli sguardi scrutano dalle feritoie la bianca distesa della terra di nessuno, delimitata dai reticolati di ferro spinato.
Al di là c’è un nemico con il quale progressivamente si è instaurato un rapporto confidenziale: sicché si scambiano, gridando, notizie, lazzi, proposte, giochi e auguri per il Natale e il Capodanno”. A sua volta la Gran Bretagna si presentava in una situazione ancora più precaria dei francesi. Infatti, il suo esercito non era dimensionato per interventi esterni, di speciale impegno, sul continente. Scrisse poi, ricordando quei tempi, il generale britannico J.F.C. Fuller: “Il più potente esercito del mondo, quello francese, si trovava dinanzi a non più di 26 divisioni tedesche, e se ne stava tranquillo, protetto dall’acciaio e dal cemento, mentre un alleato donchisciottesco (la Polonia) era sterminato.” Giustamente quel periodo fu definito da Roland Sdorgelys, “la drole de guerre” (la strana guerra) dove non si vuole cominciare, nessuno si azzarda ad attaccare e tut-ti sono convinti di poter continuare così chissà quanto, tan-to i tedeschi non riusciranno mai a scardinare l’imprendibile linea Maginot e i francesi meno ancora sfon-deranno la prospiciente linea Sigfrido germanica.
Dal Blitzkrieg si è passati al Sitzkrieg (la guerra stando seduti). Oggi sappiamo sin troppo bene che la linea Maginot fu il mito illusorio che cullò per molti mesi le fallaci speranze dello stato maggiore francese votato, se non rassegnato, a una guerra di logoramento. Si incominciò a costruire la linea Maginot nel 1928 nel presupposto di una vendetta tedesca, per ritorsione, al trattato di Versailles che aveva umiliato una Germania convinta di non essere mai stata sconfitta. L’opera fu voluta e patrocinata dal ministro della guerra Andrè Maginot, da cui prese il nome.
Nel 1934 era in pratica pronta e nel 1939 rifinita e agibile. Da Belfort a Sedan i forti “imprendibili” si susseguivano su due o tre linee parallele e ognuno era dotato di cupole per i cannoni protette da tre metri di cemento e difesi da reticolati, da postazioni di mitragliatrici e da cannoni anticarro.
Sotto terra si aprivano le gallerie, anche su sei piani, con depositi di munizioni e di viveri, gli alloggiamenti per la truppa, le sale di riunione e una ferrovia decauville collegava i vari settori.
Chi avrebbe potuto superare un simile sbarramento mai veduto prima nella storia? Lo affrontarono con successo i tedeschi giacché scoprirono il punto debole di tale linea difensiva: la parte lasciata scoperta a ridosso della frontiera belga. Dopo di tutto da quelle parti si presentava un ostacolo naturale: le Ardenne. Esse erano costituite da immense foreste, dove qualsiasi esercito al mondo avrebbe incontrato ostacoli naturali insuperabili, ma non certo, questa volta, per l’esercito tedesco. (Riccardo Alfonso)

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