Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 344

Archive for 27 agosto 2019

Terza edizione dei Green Carpet Fashion Awards

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Venezia. Domani all’Hotel Belmond Cipriani di Venezia Carlo Capasa, Presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana e il fondatore e Direttore Creativo di Eco-Age Livia Firth si riuniranno insieme a Rupert Everett, Colin Firth, Derek Blasberg, Iman Abdulmajid e Pierpaolo Piccioli per annunciare la terza edizione dei Green Carpet Fashion Awards, che si terrà il 22 settembre al Teatro alla Scala di Milano. Durante l’evento, l’Associazione dei Gondolieri Veneziani con i suoi 433 gondolieri verrà premiata con l’ Eco-Stewardship Award.
Infatti, con la collaborazione della Woolmark Company e della rinomata casa di moda veneziana Emilio Ceccato, nel 2018, i gondolieri hanno indossato la lana merino australiana, un tessuto versatile 100% naturale e rinnovabile. I gondolieri, dopo quasi 100 anni, hanno così indossato di nuovo questo tessuto di fibra naturale davanti a 26/30 milioni di visitatori l’anno. All’ esclusivo pranzo all’ Hotel Belmond Cipriani, i gondolieri con le loro iconiche uniformi saluteranno gli ospiti per celebrare l’annuncio del premio.

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Il PD e i suoi punti deboli

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

E’ un partito che ha il suo tallone d’Achille in una classe dirigente che vuole a tutti i costi farsi notare nelle sue individualità. Così facendo va oltre la sua dialettica politica, legittima sotto vari punti di vista, ma che corre il rischio di disorientare il suo elettorato. In pratica non si avverte la presenza di un leader legittimamente eletto dagli iscritti e abilitato a gestire gli assolo dei suoi compagni di cordata dettando le regola di una convivenza meno incentrata sui tornaconti personali e più votata ad una coerenza ideologica. Si nota, invece, l’opposto. Si elegge un segretario e subito dopo si cerca in tutti i modi di delegittimarlo o per lo meno di condizionarne l’operato. Non lo lasciano lavorare. Non aspettano la scadenza del suo mandato per giudicarlo. Lo fanno subito e in maniera maldestra. Questa è anarchia e non democrazia interna. Questo è un modo per essere votati al “tanto peggio tanto meglio”. Il tutto si condisce d’ipocrisia volendo contrabbandare il rispetto delle regole con le ragioni di democrazia interna e per giunta interfacciandola all’esterno come se il PD non fosse un partito monolito ma una confederazione di partitini al suo interno. Ora mi chiedo se un organismo del genere possa generare fiducia nelle alleanze che può imbastire per governare il Paese. C’è sempre il timore di non avere un contraente ma tante anime litigiose pronte a far saltare il banco per sordidi interessi di bottega. Oggi l’opinione pubblica vuole dai partiti un minimo di coerenza e su questa basare il buon governo. Vuole identificare il leader e sapere che rappresenta senza tentennamenti un ruolo guida e sa farsi riconoscere nei momenti di maggiore difficoltà nella gestione della cosa pubblica. A questo punto chi vuole averlo per alleato deve metterlo bene in conto. (Riccardo Alfonso)

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Governo: Nuovo patto per la scuola

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Secondo Marcello Pacifico, presidente del giovane sindacato rappresentativo, l’istruzione pubblica necessita di una politica diversa da quella attuata fino a oggi, che si mantenga a prescindere da accordi e divisioni di Governo: bisogna subito tornare a investire nel settore dell’istruzione, dell’università e della ricerca invertendo la politica dei tagli lineari e dei risparmi di spesa, risolvendo il problema dei falsi organici e dei troppi precari, dei profili Ata sviliti e del ruolo degli insegnanti, dell’alta dispersione e della bassa natalità, della sperimentazione e dell’innovazione. Anief è pronta al dialogo istituzionale per salvare il Paese anche da una multa salata da parte della Commissione Europea anticipata dalla lettera di costituzione in mora di poche settimane fa.

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Nuovo piano di reclutamento dei precari della scuola

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Marcello Pacifico, presidente del giovane sindacato, non si scoraggia per la crisi di Governo: a colloquio con Orizzonte Scuola, il sindacalista la interpreta, anzi, come un’opportunità per rilanciare un nuovo piano di reclutamento dei precari della scuola. Un piano che porti finalmente alla stabilizzazione anche del personale Ata, educativo e assistente alla comunicazione, che confermi i ruoli assegnati con riserva, che proceda da un doppio canale di reclutamento per i docenti su tutti i posti vacanti a livello nazionale, inclusi Quota 100, assuma gli idonei dei concorsi ordinari e straordinari, a livello provinciale dalle Gae e in caso di loro esaurimento dalle graduatorie di istituto.

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Scuola: precariato

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

La politica sul precariato a oggi è stata gestita sotto la falsa idea di risparmiare mensilità estive, ore di insegnamento, progressioni di carriera, ma la recente giurisprudenza sul solco del rispetto della normativa comunitaria ha alimentato un contenzioso che costa alle casse dello Stato almeno 30 mila euro in media per ogni precario non assunto su posto vacante, con ricadute negative evidenti sulla continuità didattica e sulla mobilità del personale stesso. Un costo tre volte superiore ai presunti risparmi, denuncia Marcello Pacifico, presidente Anief, dalle pagine di Orizzonte Scuola: è ora che il nuovo esecutivo ne prenda atto, prima che i cittadini paghino con le proprie tasche le multe della Commissione europea e i risarcimenti disposti dai tribunali.

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Scuola: stipendi docenti ed Ata

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Anief chiede di utilizzare nel rinnovo del Ccnl per il triennio 2019/2021 almeno i tre miliardi prevista dalla Legge 133 del 2008 che non sono stati in passato mai presi per colpa di chi se ne è dimenticato all’atto della firma dell’intesa con la ministra Valeria Fedeli: è un’operazione indispensabile se davvero si vogliono innalzare le buste paga più basse della PA e ancora sotto l’inflazione. Lo ha detto Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief nel corso di un’intervista rilasciata ad Orizzonte Scuola: in questo modo, ha spiegato il sindacalista, potremmo dare almeno 200 euro in media mensili come aumento ad un milione e 300 mila insegnanti, educatori e Ata. Il sindacato rilancia #1miliardoperilcontratto.

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Scuola: Mancano insegnanti di matematica perchè lo Stato non vuole assumerli

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Nell’anno del record di supplenze annuali, si acuisce la già nota carenza di docenti della disciplina scientifica per eccellenza. #alconcorsoconlalaurea rilancia Marcello Pacifico, presidente Anief, in un’intervista concessa alla rivista Orizzonte Scuola, ricordando come nel 2016 non fu consentito ai laureati la partecipazione al concorso, con prove suppletive che potrebbero essere disposte dal tribunale amministrativo dopo il recente cambio di orientamento della giurisprudenza. Se non si trova un insegnante di matematica la colpa è quindi tutta della politica, che non ha consentito fin dal 2012 la partecipazione dei laureati al concorso a cattedra: contro il bando dell’allora ministro Francesco Profumo, abbiamo vinto. Aspettiamo di sapere, conclude Pacifico, se andrà allo stesso modo con l’impugnazione del sindacato fatta anche contro il bando della ministra Stefania Giannini, con le prove suppletive che andrebbero a sanare anche la mancata indizione del nuovo concorso ordinario annunciato e mai bandito dal titolare uscente del Miur Marco Bussetti.

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Lettera aperta a Nello Musumeci: Il Comitato NO discarica

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Centuripe (Sicilia). Egregio Presidente Nello Musumeci. A scriverle è il comitato NO discarica #restiamopuliti, un paese intero, Centuripe e tante persone che vivono vicino Muglia. Del nostro caso ne hanno ampiamente parlato i telegiornali, la carta stampata, i media.
La società Oikos ha acquistato diverse centinaia di ettari di terreno nel nostro territorio, in C.da Muglia, per costruire un’imponente piattaforma per i rifiuti. Un progetto che devasterebbe la nostra terra e renderebbe insignificante un luogo dalla bellezza fuori dal comune. Abbiamo fatto di tutto per impedire questo progetto: assemblee pubbliche; manifestazioni; un Manifesto firmato da quasi 3500 persone tra i quali intellettuali, giornalisti e personalità della cultura; un petizione popolare firmata da quasi 3000 persone per chiedere alla nostra amministrazione ed alle istituzioni di apporre il vincolo storico-paesaggistico in C.da Muglia; abbiamo inoltrato, attraverso SiciliAntica, un dossier alla Soprintendenza con richiesta di vincolo ambientale, storico e archeologico.Ci siamo impegnati per far conoscere la storia millenaria di Centuripe e la bellezza del suo territorio. Recentemente anche l’ex direttore degli Uffizi ha visitato il nostro paese, dal quale ha lanciato, insieme a noi, la richiesta di vincolo per Muglia.Gentile Presidente, noi siamo convinti che il vincolo non costituisca un impedimento per lo sviluppo del nostro territorio ma uno strumento di tutela e di valorizzazione. A chiederlo non siamo solo noi: sono i nostri antenati greci e latini che hanno lasciato tesori come i Vasi Centuripini, custoditi nei più importanti Musei del Mondo; sono i nostri nonni minatori che per decenni hanno estratto a Muglia lo zolfo, area dove sono ancora presenti i resti di una delle Miniere più imponenti della Sicilia; sono i nostri contadini che a Muglia hanno coltivato (e ancora coltivano) grani antichi e agrumi pregiati, e che hanno lasciato, in eredità, più di venti masserie storiche, una di queste ha ospitato Goethe durante il suo viaggio in Sicilia. A chiederlo sono le specie rare di uccelli come aquile e falchi pellegrini che sul monte Pietraperciata vivono e si riproducono. A chiederlo infine è la bellezza del paesaggio, costituito da colline di creta, tra le più belle dell’isola, punteggiate da antiche case rurali e poco distante da surreali colline calanchitiche.
Questo territorio il compianto Sebastiano Tusa lo conosceva bene, poco prima della scomparsa aveva anche dichiarato, con una nota pubblicata sul sito della Regione, di aver avviato la pratica di vincolo.Ora Signor Presidente ci rivolgiamo a lei, chiedendole un incontro. Vorremmo farle conoscere il nostro territorio, la nostra storia; vorremmo che comprendesse il nostro orgoglio e la nostra fierezza nel difenderlo.Vorremmo discutere con Lei del vincolo, della tutela e della salvaguardia di questo angolo prezioso della Sicilia. Siamo convinti che comprendendo la sua “speciale natura” ci aiuterà anche Lei a salvaguardarlo, sappiamo quanto Lei ami la nostra terra e quanto si stia battendo per essa.
Certi di incontrarLa al più presto e poterLa ringraziare per la sua disponibilità, le porgiamo i saluti.

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Cinque stelle: il bancomat della politica italiana

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Quanto accade in questi giorni ha creato disorientamento nell’opinione pubblica. Lo avverto nei conversari della gente di tutte le età ed estrazioni sociali e livelli d’istruzione. Senza la pretesa di considerare i miei contatti dei sondaggi d’opinione in quanto non ne hanno i presupposti essendomi limitato ad ascoltare più che a porre domande devo convenire che questo modo di procedere dei politicanti non è piaciuto. Alla base di tutto ciò, non dobbiamo dimenticarlo, i pentastellati sono nati come movimento di protesta nei confronti dei partiti che hanno mal gestito la cosa pubblica e generato corruzione, indifferenza per le aspettative di un buon governo e quanto altro. Un disappunto che non aveva e continua a non avere distinzione tra destra e sinistra. Ora accade che la Lega attraverso Salvini è riuscita, sia pure ciurlando nel manico, ad attrarre il popolo del centro destra ed è diventato naturale che i protestatari di quella fazione hanno pensato bene di ritornare nel loro alveo facendo calare drasticamente il consenso ai pentastellati. Ora quest’ultimi sembrano propensi ad offrire lo stesso servizio al PD andando a governare con loro. E’ così facendo i Cinque stelle sembrano diventati una sorta di bancomat dove la destra e la sinistra vanno all’incasso per riprendersi quello che ritengono il loro elettorato naturale. Con questo marchingegno gli unici sconfitti, mi verrebbe da dire, sono i pentastellati, ma non è così. E’ la politica il perdente e al suo seguito la democrazia. L’Italia ha bisogno che la politica ritrovi il suo ruolo di guida perché stiamo andando verso una deriva pericolosa dove la globalizzazione, le politiche migratorie usate più per destabilizzare che per esprimere un aiuto concreto ai fuggitivi, i frutti degenerativi del capitalismo e l’indiscriminato uso delle risorse stanno cambiando in peggio la faccia del mondo. (Riccardo Alfonso)

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L’emigrante: storie di vita vissuta. Il viaggio in Australia

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Sono stato sul finire degli anni cinquanta in Australia, per circa un anno, da emigrante. Da allora sono trascorsi tanti anni e taluni particolari sono rimasti sfocati nella mia memoria tranne uno che oggi mi torna vivido e bruciante. E’ stato il momento in cui la nave della flotta Lauro che mi avrebbe portato in Australia lasciava lentamente la banchina del porto di Brindisi e lì tra i tanti, che assistevano alla partenza, vi era mio padre. Ci guardammo finché fu possibile ed io probabilmente in quell’istante non colsi in pieno il suo sguardo disperato, il suo dolore. Aveva cercato in tutti i modi d’indurmi a rinunciare a questa mia avventura ma con l’incoscienza dei giovani, la voglia di nuovo e di diverso mi avevano reso cieco e sordo. Oggi a differenza di allora quel suo sguardo è rimasto come un marchio indelebile sulla mia carne. Partivo con un regolare contratto di lavoro con le ferrovie dello stato del Victoria e quindi sapevo cosa sarei andato a fare a Melbourne come “station assistent” e mi fu anticipato il costo del viaggio e data una piccola somma in denaro per le mie prime spese. Ero insieme ad una ventina di altri giovani che con me avevano avuto a Napoli, dopo un’accura visita medica, un colloquio con un funzionario australiano e un suo collega del ministero del lavoro per siglare le clausole contrattuali e garantirne il rispetto. Esso prevedeva, tra l’altro, tre mesi di corso per conoscere il lavoro e migliorare il proprio inglese. Un corso d’inglese che già sulla nave fu avviato e durò per tutta la traversata di trentacinque giorni sia pure intervallati con brevi soste a Port Said, ad Aden e a Perth.
Mi resi conto solo anni dopo che la mia esperienza da emigrante, per quanto ne posso sapere, fu il primo tentativo in Italia per favorire una emigrazione qualificata essendo tutti i miei compagni di cordata laureati e diplomati. A Melbourne mi ero, invece, imbattuto in molti miei compatrioti partiti alla rinfusa, che non conoscevano una sola parola d’inglese e più dell’italiano parlavano un dialetto del loro paese d’origine che non riuscivo a comprendere del tutto. Ne conseguì un difficile rapporto con gli autoctoni e che talvolta sfociavano in fatti di sangue. Taluni giovani australiani erano pronti a far uso delle catene delle biciclette per aggredire una persona che attraversava un parco di sera ritornando dal lavoro e che rispondeva alla loro chiamata “paisà” per essere certi che fosse un italiano. E siccome tali fatti si ripetevano il “paisà” finì con il difendersi con il coltello e lascio immaginare le polemiche giornalistiche che ne seguirono con venature razziste. E noi che ci sentivamo più istruiti e pronti ad integrarci nell’ambiente locale venivamo, in pratica, accolti con diffidenza solo perché eravamo italiani, di quelli che fanno uso del “coltello” e quando vanno nei pub per bere una birra sono tanto morigerati da non ubriacarsi. La stessa discriminazione si ripeteva sul posto di lavoro e siccome eravamo in venti a fare lo stesso lavoro nelle stazioni di Melbourne fu inevitabile che spuntarono dei contrasti. In questo frangente ci parve legittimo coinvolgere il consolato italiano ma con un nulla di fatto. Alcuni di noi preferirono pagare la penale e scindere il contratto. Lo fecero, ovviamente quelli che avevano nel contempo trovato un altro lavoro: nella televisione locale, in banca e anche in proprio come importatore di prodotti orto frutticoli italiani. Restammo in pochi e fummo ancora di più vessati. Perché ne parlo oggi? Perché la storia delle migrazioni di massa è diventato un problema globale e se vogliamo governarla senza esserne travolti dobbiamo avere le idee chiare sul da farsi. Su questa falsariga continuerò a scrivere cercando le possibili vie d’uscita e in termini meno traumatici di quanto sta avvenendo ai giorni nostri. (Riccardo Alfonso)

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Come gestire il presente con una politica ingessata

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Da ciò dovrebbero oggi trarne coscienza i governanti dei vari paesi allorché preparano le tecniche per governare il presente senza affacciarsi dalla finestra per guardare oltre.
E’, questo, un grave errore che ci fa sfuggire dalla realtà e scava un solco tra il paese reale e i suoi governanti. E’ una pecca che si può pagare a caro prezzo poiché rendiamo possibile un altro convincimento, a mio avviso molto deviante per quanto affascinante, che è possibile fare a meno della politica dei partiti.
E’ un’idea, devo ammetterlo, che mi affascina e sulla quale ho riflettuto a lungo, pur respingendola poiché la considero una logica estremista pericolosa e capace di provocare, alla lunga, più danni che vantaggi.
Sono, invece, propenso nel ritenere che vi possa essere una strada di mezzo, soprattutto in quei paesi a “democrazia incompiuta” come l’Italia, dove s’imporrebbe una “dittatura” a tempo per rimettere in sesto quelle riforme che sono sistematicamente bloccate dai veti incrociati dagli interessi contrapposti e corporativi tra le parti in causa. Una dittatura non solo di breve durata ma vincolata dalla presenza di alcuni garanti istituzionali chiamati sia dal mondo politico sia da quello economico e sociale. Che cosa dovrebbe fare questo dittatore?
Prima di tutto sbloccare i vincoli che tengono stretti alcuni soggetti alla tenuta dei loro “privilegi”. Pensiamo alla riforma della scuola, del sistema tributario, della giustizia e di quello elettorale per dare maggioranze ben definite e capaci di muoversi senza veti di sorta. D’altra parte quando i politici parlano di larghe intese non siamo molto distanti da una soluzione capace di ricavare risultati efficaci per una più corretta gestione della cosa pubblica senza dover tener da conto i forti interessi di categoria e le consorterie di varia natura. Al tempo stesso mi chiedo: ma per fare tutto questo non è sufficiente un forte consenso popolare e movimenti politici ben radicati sul territorio ma anche determinati a non subire i condizionamenti delle lobby? In linea teorica è possibile ma in pratica gli elettori subiscono troppe restrizioni e vengono distratti dalla macchina della disinformazione che non si fa scrupolo nel diffondere notizie non veritiere e tali da suscitare sentimenti di disagio esistenziale che conducono alla stessa degenerazione del sistema. Per farla breve siamo stati troppo a lungo abituati a ragionare con la pancia che non riusciamo del tutto a farlo con la testa. (Riccardo Alfonso)

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Il caso Italia tra un occhio che guarda al futuro e l’altro che fa l’occhiolino al passato

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

In altre parole ciò che è deteriore, in Italia, dipende dal fatto che ci troviamo al cospetto di un sistema ben oliato in grado di rendere tutto difficile, se non impossibile, ciò che non fa comodo ai padroni del vapore. Intendiamo con ciò affermare che la classe politica non è oggi in grado di avere la forza sufficiente per competere alla pari con i forti interessi di categoria. Il capitalismo italiano, per esempio, si è innestato nei secoli sulle reti di rapporti familiari. Ciò crea una forma di conservatorismo economico che non permette altri sbocchi. In questo modo ritorniamo sempre al punto di partenza con l’aggiunta di un’altra manciata di leggi che tendono sempre di più a confondere il quadro normativo, già complicato per suo conto, con le sue oltre duecentomila leggi e quattrocento mila regolamenti e disposizioni regionali, provinciali e comunali. Dovremmo considerarle una naturale gerarchia delle fonti, ma non è così. La voglia di chiarire, di spiegare, di precisare, è tale e tanta che alla fine si rischia di tradire non solo lo spirito della legge, alla quale i regolamenti puntigliosamente fanno richiamo, ma di alterarla e di confonderla. Una governance, quindi, volta a imporre una direttiva senza provocare cavillosità d’ordine amministrativo e procedurale è valida, ovviamente, solo se il suo fine è questo e non altro. In tal modo gli italiani si troverebbero al cospetto di un’autorità ben individuabile, disposta ad assumere pieni poteri ma nello stesso tempo “saggia” e “avveduta” nel calarsi nelle fattispecie pratiche. Oggi, per contro, il lobbismo è imperante. Prevalgono gli interessi corporativi rispetto a quelli competitivi. Ognuno cerca di far prevalere le proprie tesi ed è, persino, disposto a fondare un movimento o un partito o una corrente o una fazione, pur d’avere la sua porzione di “audience” tra chi bivacca nei saloni del palazzo. Il risultato è la paralisi politica e istituzionale.
Ecco perché talune “democrazie” sono o sono andate o andranno in crisi. Manca per esse, a un certo punto del loro divenire, il necessario raccordo tra il mandante e il mandatario. Il rischio è evidente: ognuno delle parti usa un linguaggio incomprensibile all’altra, sino a sfociare in un’aperta diffidenza per istituti nati e gestiti soprattutto per la tutela dei cittadini. Così abbiamo un fisco non giusto ma prepotente e vessatore. Così abbiamo una giustizia terribile con i deboli e timorosa con i forti. Così abbiamo una scuola che non riesce a educare per la vita e si arrampica sulla china accidentata delle utopie. Così abbiamo un governo del paese che non sa comprendere le attese e le aspirazioni di un popolo pur avendo da esso avuto il mandato per governare. Ecco perché si parla della crisi di un sistema. Ecco perché si discetta sulle incomprensioni, sul malessere, sulla rivolta di un popolo. Questi, e mi riferisco sempre all’Italia, non è stato nemmeno educato a stare unito per comune identità culturale e geografica d’ideali.
Vi è stata, semplicemente, la pretesa d’individuare un possibile territorio quale area per costituire una specifica sovranità nazionale, a prescindere. (Riccardo Alfonso)

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L’Italia di ieri e di oggi e con un futuro che tentenna

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

L’Italia sta dinanzi agli occhi del patriota o dello scettico, dell’apostolo o del Giuda, annebbiata dallo sconforto. E’ il Paese che non riesce più a identificarsi con i suoi abitanti. Siamo in questo modo tra due silenzi, il silenzio delle tombe e il silenzio delle stelle: e questa solennità la popoliamo della nostra discorde ed effimera loquacità.
I più non ricordano neppure, anzi non si accorgono, di quest’intima esistenza sacra e la contaminano nelle ambigue vicende giornaliere, sottomettendosi a ciò che trovano sulla terra. Non bisogna certo, con questo intendere, che nella vita occorra essere filosofi nel senso scolastico della parola, o credenti, o anche semplicemente idealisti e studiosi. No. Occorre avere soltanto una pratica coscienza del dovere, umile e disumana parola di magnificenza. Insomma proseguendo nei secoli, sempre più perdiamo il senso della sincerità della vita: l’artificio è misura. Ci reggiamo sui giochi di parole per mascherare l’assenza delle idee; ci aggiriamo sui falsi e contorti sentimenti come sui trampoli. La verità e la franchezza c’inducono ad affermare che l’unità d’Italia fu pagata con la moneta falsa delle promesse e degli inganni. Cavour a Plombiéres forza la mano a Napoleone III ventilandogli l’eventualità che se i mazziniani e i democratici italiani avessero preso l’iniziativa della guerra contro gli austriaci anche gli operai francesi sarebbero insorti contro Napoleone III e poi vi è, per la Francia, la possibilità di aprire ampi mercati in un’Italia unità sotto la bandiera sabauda, alias “cavourriana”. L’ingenuità, la profondità dell’ammirazione e della venerazione, ecco i sentimenti a noi conosciuti. Intanto la sincerità è, afferma Carlyle, la vera caratteristica dell’Eroe. Perciò non abbiamo più da qualche tempo degli eroi. Ne avremo? Maometto e Cristo, Dante e Goethe, Victor Hugo e Carlyle, Lutero e Cromwel, ecco i riassuntori di secoli titanici. Resta una speranza. Chi mai potrebbe negarla sia pure come ultimo gesto, ultimo respiro? La colomba nelle ore vespertine, tornava a Noè, portando un ramo d’olivo di virenti frondule, e Noè comprese che le acque sulla terra erano cessate, che si propagava l’impero della pace.
A messager, che porta olivo,
tragge la gente per udir novelle.
(Purgatorio)
Affinché si possa dire che è tornato:
Il dolce tempo che riscalda i colli
E che gli fa tornar di bianco in verde
Perché gli cuopre di fioretti e d’erba.
(Riccardo Alfonso)

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Mio nonno racconta: La guerra che mi ha attraversato

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Avevo sei anni non ancora compiuti quando all’alba del primo settembre, mentre con molta probabilità dormivo saporitamente raggomitolato sotto le lenzuola e con la testa infossata nel cuscino, i carri armati tedeschi varcarono la frontiera polacca e nello stesso momento le bombe tedesche caddero sulle città polacche e altri bimbi della mia età ebbero un risveglio del tutto diverso dal mio.
In questo modo ebbe inizio la seconda guerra mondiale con l’attacco alla stazione radio di Gleiwitz da parte d’alcuni deportati vestiti d’uniformi polacche. Fu così inscenato l’incidente di frontiera ideato da Himmler per giustificare l’azione militare tedesca. I polacchi furono presi letteralmente alla sprovvista. L’invasione procedé come un rullo compressore annientando le deboli resistenze polacche e continuando la sua azione con rapidità. Diventò così evidente l’intenzione dei tedeschi di annettersi la Polonia che gli anglo-francesi non poterono fare altro, il 3 settembre alle quattro di mattina, d’ordinare all’ambasciatore inglese Devile Henderson di chiedere di essere ricevuto alle nove di mattina da Ribbentrop per consegnargli l’ultimatum del suo Paese per il ritiro immediato delle truppe d’invasione tedesche. Non riuscì a contattarlo tanto che l’ambasciatore britannico fu costretto a rimettere la nota diplomatica ad un funzionario di second’ordine e solo alle ore 11, ovvero dopo due ore. La Francia seguì a rimorchio. Tre ore dopo l’ambasciatore Henderson e quello francese Coulondre consegnano alla Wilhelmmstrasse la dichiarazione di guerra.
Iniziò in questo modo una delle più grandi tragedie di tutti i tempi tanto che a tutt’oggi si continua a discutere sulle sue cause profonde. La stessa leale partecipazione all’intesa della Francia e della Gran Bretagna non si può spiegare del tutto senza una valutazione rigorosa sul ruolo giocato dagli imperialismi dell’uno e dell’altro fronte conditi da egoismi geopolitici, avidità di materie prime, da ambizioni delle classi dirigenti e dai capitalismi scatenanti verso il profitto.
Tutto questo stava accadendo sulla pelle della gente e non certo in sintonia con le attese profonde dei popoli per i quali la pace, e non la guerra, era il sentimento più intimo e naturale.
Così non vissi quella data, ma lo accettai con indifferenza non cogliendo nemmeno la preoccupazione degli adulti della famiglia per un evento che avrebbe potuto, come lo fu, in effetti, allargarsi a macchia d’olio e finire con il riguardarci direttamente e nel modo più atroce.
Cosa si poteva pretendere da un bambino non avvezzo, come quelli di oggi, a vedere l’inizio delle ostilità in diretta televisiva e che la stessa radio valeva solo per le fiabe che mandava in onda e per ascoltare le canzoni? La carta stampata, poi, rappresentava per me un interesse unicamente se riproduceva fumetti.
D’altra parte avevo già vissuto, e questa volta con una partecipazione certamente più diretta, cosa voleva significare la guerra allorché tra il sette e l’otto aprile del 1939 le truppe italiane sbarcarono in Albania. Vi era anche mio padre con il suo reggimento. Allora eravamo a Pistoia da alcuni mesi. Avevamo già lasciato la nonna materna a Campobasso, da poco vedova, e ora ci separavamo da mio padre. Lo rivedemmo, di tanto in tanto, in licenza e alla fine i miei genitori decisero, dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940, che sarebbe stato meglio ritornare a Campobasso considerandola, tra l’altro, una cittadina meno esposta ai bombardamenti. In effetti, la vicinanza dell’aeroporto militare di Pisa non prometteva nulla di buono. Mio padre, intanto, restò in Albania sino alla prima metà del 1941 e al rientro in patria fu assegnato a Spoleto. Io non capivo, del resto, nemmeno cos’era il fascismo, ma mi fecero lo stesso indossare la divisa da figlio della lupa e poi da balilla e marciare impettito nei giorni solenni potando in spalla un fucile di legno. Era un gioco, un rituale, ma non mi rendevo conto che dietro si celava qualcosa d’altro perché ero un bambino.
Oggi i figli e i nipoti dei miei coetanei, si guardano bene d’indossare la divisa. Cercano, persino, di affrancarsi dal servizio militare, quand’era obbligatorio, ma se le divise sono state gettate alle ortiche, non è detto che altre non possano aver preso, in senso metaforico, il loro posto. (Riccardo Alfonso)

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Gli umori degli italiani sul ruolo del fascismo negli anni di guerra

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

L’opinione pubblica – se stiamo alle segnalazioni dei Questori – viveva quei momenti di una guerra che si stava scatenando sempre più cruenta con “raccoglimento”, conscia della “gravità dell’ora”, con “titubanza” e con “spirito di sacrificio”. Parole che, dati i tempi, non potevano essere più ardite per esprimere un sentimento di “paura” e di “impotenza” dinanzi ad una decisione così drammatica per le sorti del paese. Non vi furono, naturalmente, manifestazioni esplicite di dissenso, ma infiniti elementi minori che danno l’indicazione di uno scollamento fra il sentimento popolare e il regime.
Dobbiamo, quindi, convenire con gli storici Salvatorelli, Renzo De Felice e molti altri che il momento d’effettivo consenso popolare al regime fosse già passato nel 1939/40. Per Paolo Spriano quella vigilia di guerra si annida il dramma degli italiani “nell’intreccio tra passività e impotenza”. Certamente l’intervento italiano al fianco dei tedeschi ebbe anche cause più remote e più complesse dei semplici scatti d’umore di un dittatore. Piero Melograni a questo proposito non ha dubbi: “La decisione del 10 giugno 1940 si collega naturalmente agli orientamenti espansionistici e filo-tedeschi presenti da qualche tempo nella politica italiana.”
Mussolini in una sua relazione segreta, scritta il 31 marzo del 1940, annotava: “L’Italia non può rimanere neutrale per tutta la durata della guerra senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di una Svizzera moltiplicata per dieci.”
E il momento d’intervenire sembrò ineluttabilmente coincidere con la caduta della Francia e con l’isolamento della Gran Bretagna e, quindi, a condannarla a una “pace forzata”. Lo stesso Ciano, considerato il principale fautore del “non intervento”, davanti al trionfante attacco della Wermacht, contro l’esercito francese, si pronunciò per la prima volta a favore della guerra. Ciò che non fu valutato nella giusta misura è che, per Gheorghij Filatov, il destino del conflitto non fosse deciso dalle campagne militari fulminee, ma da fattori di lungo termine come le risorse umane e il potenziale industriale delle parti in causa e così via. In più andava considerata una differenza di fondo, per Rudolf Lill, fra le mire belliche di Hitler e quelle di Mussolini, essendo la vittoria sulla Francia per Hitler nient’altro che la fine della prima tappa della guerra e non della guerra stessa com’erano convinti i fascisti interventisti. Inoltre Mussolini non teneva conto della debolezza dell’apparato militare italiano come pure della scarsa disposizione degli italiani per la guerra a fianco della Germania nazista. Negligenza doppia e due volte fatale perché il Fuhrer era deciso a condurre quella guerra totale, che Mussolini non voleva e che l’Italia non poteva fare. D’altra parte per lo storico Richard A. Webster “Mussolini non poteva non scegliere la Germania, come non poteva non impostare la guerra come guerra fascista, guerra di impegno ideologico”.
“Non così la pensava il popolo italiano” – osserva il Webster – e lo stesso si può dire di molti, tra gli industriali e finanzieri, soprattutto quelli con maggiore esperienza nel mercato mondiale. Va altresì ricordato che i tedeschi, da qualche tempo, erano alleati scomodi in campo economico. Essi vedevano in Italia solo una riserva di mano d’opera e di derrate agricole piuttosto che un socio d’affari industriali.
L’errore dell’Italia fu di non aver tentato la strada americana, per i rifornimenti, ad esempio, di carbone che allora era l’ossigeno dell’industria del triangolo settentrionale italiano. Roosevelt, a sua volta, aveva intuito questa possibilità di agganciare al carro statunitense l’Italia e cercò in tutti i modi di avviare un dialogo di favore con Mussolini, al tempo della non belligeranza, ma purtroppo l’intervento si dimostrò tardivo. Alla fine dobbiamo rilevare con Giuseppe Bottai, uno dei più intelligenti gerarchi fascisti, che stava avvenendo qualcosa di strano, tra la gente, quanto annotava nel suo diario: “Che la sera del 10 giugno del 1940 la piazza (Venezia) si gremisce di una folla ora silenziosa, ora tumultuante. Si avverte la fatica dei pochi nuclei volitivi ad indirizzare grida e acclamazioni. ”Dobbiamo – rileva Corrado Vivanti – interpretare secondo queste poche righe il rapporto fra regime e popolo? Si trattava solo di un consenso organizzato e imposto? A questo punto ci sembra più logico concludere che l’adesione prevalente fosse dettata da un preconcetto. La maggioranza degli italiani era convinta che si trattasse unicamente di una guerra di “convenienza” e non effettiva. Gli entusiasmi, a questo punto, erano anch’essi frutto di un rituale accettato ma non digerito. L’equivoco aveva fatto perdere ogni forma di spontaneità. (Riccardo Alfonso)

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L’ideologia tra aberrazioni e virtuosismi

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

L’ideologia è un vestito che ci ritagliamo addosso mentalmente e la facciamo circolare nel bene e nel male, lo facciamo addolcendo e avvelenando la nostra vita per altri frangenti, per altre illusioni, per altre vite che bruciamo sul sacro fuoco di un ideale non sempre sereno e dettato dalla forza di una ragione illuminante.
Oggi mi chiedo cosa intendevo per guerra, quali sentimenti un bimbo potesse provare, mentre il clima stava mutando, la famiglia si stava sfaldando, il pane era razionato e il rombo dei cannoni e l’esplosione delle bombe sganciate dagli aerei si facevano sentire sempre più vicini e con gran fragore?
Oggi posso analizzare i fatti di allora con maggiori elementi di giudizio e corredare quei momenti con talune letture scritte non solo da chi mi è stato coevo, ma da altri che ai tempi erano più grandicelli di me o di chi oggi può avere l’età di mio figlio e si sente tanto sicuro di poter fermare sulla carta le tragedie vissute da altri, per i morti che vi sono stati, per le distruzioni che hanno lasciato per le ferite che sono state inferte sulle carni di tanti giovani ora vecchi e dolenti anche in conseguenza di quel male antico.
Mi sembra giusto che a questo punto anch’io mi faccio carico di questo pezzo di storia che mi ha visto dentro i fatti, sebbene mi sia stata data la ventura di averli sfiorati appena e mi sia stato restituito mio padre reduce ma non ferito, ma solo tanto amareggiato. Vi è in tutto questo un inizio, per così dire “formale” quando la seconda guerra mondiale incominciò con la dichiarazione di guerra anglo-francese alla Germania, il tre settembre del 1939, e terminò, con la firma della capitolazione giapponese, il 2 settembre 1945. La cerimonia avvenne a bordo della “Missouri”, nella rada di Tokio.
Sull’altro versante la firma della resa incondizionata di tutte le forze tedesche, si celebrò a Reims, quartier generale di Einsenhower, il 7 maggio 1945. A Berlino, Il giorno dopo, fu poi ratificata in forma più solenne. L’undici maggio, invece, avvenne la capitolazione delle forze tedesche, ancora combattenti, nella Francia occidentale.
In questo modo iniziò e si concluse, nell’arco di sei anni, in Europa prima e nel mondo intero poi, uno dei più gravi disastri che potevano colpire la vita, le fortune individuali e collettive d’intere nazioni e la ricchezza dei loro patrimoni architettonici, paesaggistici e culturali.
Che cosa può servire oggi riandare a quel tempo, porsi delle domande, ricercare nei “cassettini della nostra memoria” talune sensazioni che pensavamo cancellate del tutto e che, invece, riaffiorano, sia pure vaghe e quasi indistinte, ma reali.
Significa un qualcosa che noi abbiamo depositato nella nostra scatola nera, in quella dove i fatti più indicativi lasciano una memoria che definiamo ricordo e che serve a renderci consapevoli del come abbiamo condotto la nostra esistenza e del come l’abbiamo interfacciata con i nostri simili dagli affetti familiari, alle prime amicizie e amori e per finire ai tradimenti e alle delusioni più cocenti e ai dolori più struggenti. (Riccardo Alfonso)

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I prodromi dell’unità italiana e i veleni del razzismo e del classismo

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Così mentre, nel diciannovesimo secolo, si costruisce l’avvenire di una nazione s’inocula, al tempo stesso, un vecchio veleno, con le teorie razziali. E’ quello che la borghesia, costretta a difendersi dagli assalti proletari, rispolvera dall’antica contesa con la nobiltà e che ora si predispone a estenderne la portata contro le classi inferiori e così operando manifesta il primo tradimento dei propri rivoluzionari principi di eguaglianza. E’ il tempo in cui i rapporti sociali si snaturano. E’ soppresso il tempo libero per i lavoratori, s’instaura il divieto per i lavoratori di allontanarsi dalla città dove ha sede l’opificio, si mette in atto il genocidio dei bambini impiegati dall’industria. Nel 1840 l’industria serica lombarda sottopone al lavoro, spesso mortale, della torcitura quindicimila bambini poveri. I dati sono raccolti da Sacchi in un’inchiesta svolta con Ilarione Petitti verso la metà del secolo XIX. In Inghilterra è adottata una legge che vieta di recare assistenza alle famiglie povere nelle quali c’è anche un solo bambino sano e in grado di lavorare. Sono le parole di Balzac ne “Le illusioni perdute” ad indurre Lukàcs a scrivere: “non sono soltanto quelle delle energie nate dalla Rivoluzione e distrutte dalla Restaurazione. In senso più ampio sono quelle dei borghesi che inesorabilmente procedono alla capitalizzazione e allo sfruttamento capitalistico di tutti gli elementi umani, dall’arte al sentimento nazionale, dalla letteratura alla gloria. Tutto è ridotto o riducibile a merce, tutto acquista un suo valore economico, e tutto viene prodotto in scala industriale”. Ed è proprio lo sviluppo industriale, nella Francia balzacchiana, così avanzato da far cadere le illusioni che ancora si radicano in Italia. Sta di fatto che la letteratura italiana si rende interprete degli interessi industriali e si profonde a raccomandare agli operai “docilità” e “rassegnazione”. La stessa cosa la cercavano gli industriali istituendo il cosiddetto “Libretto di scorta” dove ciascun operaio doveva mostrare, all’atto dell’assunzione, che nei suoi precedenti lavori aveva fornito prova di “mitezza”. Mi suona oggi persino stonato il fatto che contraddicendo se stessa la borghesia, alla vigilia del ’48, chiese l’appoggio delle plebi, soprattutto di quelle operaie per una rivoluzione che si volle popolare e dove al suo interno si manifestava ben poca “docilità” per i poteri costituiti. Fu, infatti, un’arma a doppio taglio. Già nel 1842 David Levi scrisse il componimento poetico Fantasmi e lo definisce “la prima lirica socialistica che suona nella lingua italiana” mentre nel 1848 scese in campo per appoggiare politicamente il moto operaio tanto da preoccupare persino Giuseppe Mazzini. L’operaio non è più un essere inferiore, non è più il frutto del pregiudizio borghese. Fu un atto di consapevolezza nel rendersi conto che il Risorgimento non si sarebbe compiuto, né la nazione avrebbe potuto dirsi veramente unita, se le classi sociali non collaborano tra loro uscendo dal ghetto dei loro interessi particolari. Fu così vero che l’unità nazionale raggiunta rischiò di perdere la sua carica ideale nel momento in cui la borghesia industriale ed economica italiana cercarono in tutti i modi di cancellare il contributo offerto dal proletariato. Non era più possibile frenare la loro prepotente voglia di emancipazione rispolverando i vecchi temi letterari di “patria e onore, di sacrificio e dedizione”.
Indicativo, a mio avviso, è stato quanto ebbe a scrivere a proposito dell’Italia Fëdor Michailovic Dostoevskij: “Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo per l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo Regno Unito di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, cedendola al più logoro principio borghese — la trentesima ripetizione di questo principio dal tempo della prima rivoluzione francese — un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!” In proposito Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni fu ancora più incisivo nel suo giudizio scrivendo che “Intere famiglie veggonsi accattar l’elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici. E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per gli uffici e per le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un onest’uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a sbrigarla. Ai mercanti del Piemonte si danno le forniture più lucrose: burocrati di Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocrati napoletani. Anche a fabbricar le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napoletani. A facchini della dogana, a camerieri, a birri vengono uomini del Piemonte.
Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra di conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perù e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala”.
E Luigi Einaudi ammette: “Sì, è vero, noi settentrionali abbiamo contribuito qualcosa di meno e abbiamo profittato qualcosa di più delle spese fatte dallo Stato italiano, peccammo di egoismo quando il settentrione riuscì a cingere di una forte barriera doganale il territorio e ad assicurare così alle proprie industrie il monopolio del mercato meridionale”.
Giustino Fortunato a sua volta scrivendo a Pasquale Villari sottolineava con amarezza il suo punto di vista: “L’Unità d’Italia è stata, purtroppo, la nostra rovina economica.
Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali”. (Riccardo Alfonso)

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Il capitalismo del XIX secolo visto dai letterati

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Vi è un distinguo da fare, in campo letterario, se ampliamo la visuale al pensiero letterario internazionale. Christopher Caudwell, critico marxista inglese, un secolo dopo Leopardi si ritrovò a teorizzare, con un ragionamento analogo al poeta di Recanati, sullo sviluppo industriale capitalistico. Caudwell riconobbe nel poeta la figura più dotata di abilità personale. Intendendo con ciò affermare che la validità della funzione poetica è nel mettere in luce quei principi della realtà che l’illusione e la propaganda politica tendono a nascondere. Leopardi in ciò si rivela un maestro, un antesignano. Egli analizzò le ragioni per cui viene a formarsi una cultura apologetica degli scrittori del suo tempo che si sono schierati in tutto e per tutto dalla parte delle ideologie borghesi. Marx in seguito la definì: “Apologetica del capitalismo” e votata a presentare il capitalismo come il migliore degli ordinamenti sociali ed economici.
Posso, a questo punto convenire che la confusione dei ruoli è tanta. Per Olindo Guerrini, un poeta minore del tardo Ottocento, le stesse influenze dell’irrazionalismo di Nietzsche, cui gli scrittori dell’epoca spesso danno un significato rivoluzionario, altro non è che l’interpretazione filosofica del regime industriale. Alla fine sono proprio i “borghesi disoccupati” come li definiscono Guerrini e Crispi, che soffrono solo gli svantaggi dello sviluppo capitalistico, a sposare gli interessi del proletariato. Ma la differenza continua ad esserci, e si fa notare. Quando Guerrini aderisce alle iniziative benefiche della borghesia umanitaria finisce per limitare l’invettiva contro i politici corrotti e disonesti che rubano sulla beneficenza. L’equivoco continua al tempo della fondazione del Partito socialista quando le opinioni degli intellettuali sono quelle che la risoluzione del problema operaio passa solo attraverso gli schemi borghesi. In altri termini le cose, nella sostanza, non mutano. Qui parliamo di letterati che hanno aderito al socialismo quale Edmondo De Amicis, Pascoli, Giocosa, Graf, Ada Negri e altri minori. Costoro presentano il socialismo come una scelta degli operai stessi al fine di entrare nella borghesia e nel vivo della politica nazionale. In tal modo la critica al sistema capitalistico si presenta come un’inutile e assurda lotta di classe. A questo riguardo un distinguo va fatto per Edmondo De Amicis. La sua conversione al socialismo lo fa diventare al tempo stesso un illustre esponente della letteratura socialista e il capro espiatorio di tutti gli errori che, a giudizio di Antonio Labriola e dello stesso Engels, il socialismo italiano sta commettendo per eccesso di complicità con la borghesia. Più avanti negli anni ci imbattiamo con i due romanzi storici, I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo di Giovanni Verga. Egli, in queste opere, rappresenta il prodotto ancora informe e incompiuto di una società che ha posto appena le premesse del capitalismo. Verga riespone il rapporto originario fra imprenditori e sfruttati e lo conduce a riconoscere le lotte sociali nella misura e nel valore in cui esse appaiono ai suoi personaggi. Verga avverte in primo luogo la mancanza di protezione che la società borghese può offrire e, più in generale, il costante pericolo cui sono esposti i tentativi di raggiungere la piena espressione dell’individualità.
Sulla stessa lunghezza d’onda si presenta la visione pascaliana di un’Italia “tutta proletaria” per combattere lo sfruttamento europeo, per imporsi al rispetto internazionale, per migliorare le proprie condizioni attraverso la conquista coloniale. Un modo di ragionare che indusse Gramsci a definirlo “un colonialista di programma”. In tutte queste circostanze è mancata, sia pure a tratti, la fedeltà del traduttore. Se gli eroi, in questa fattispecie, furono grandi e silenziosi, non fu altrettanto eloquente chi avrebbe dovuto accendere negli italiani il sacro fuoco dell’amore patrio e dei diritti nel consorzio europeo. Noi abbiamo fatto scempio di quel sentimento e di quella fede per fare in modo che i nostri figli e i figli dei nostri figli, dal giorno dell’unità a oggi e per un domani prossimo venturo, potessero venerare, custodire e rendere qual è, in effetti, la forza e la grandezza di un messaggio tenuto alto e solenne dai nostri vati. Quest’amarezza non è sola dei giorni nostri. Già allora nei suoi scritti Mazzini lasciava trasparire un certo disagio. Egli, infatti, scriveva: “…. Quanto alle cose d’Italia in generale sono nauseato; nauseato della tattica sostituita all’iniziativa e alla moralità; nauseato della passività del popolo italiano, cominciando da noi; nauseato del vedere ripetere da tutti quasi che la turpe, vigliacca vendita di Nizza e Savoia è un fatto compiuto e che il Parlamento deve con dolore ratificarlo, come il Re lo ha con dolore concesso, come Cavour lo concedeva con dolore a Plombiéres, nauseato di tutto e di tutti. Sono canuto, affranto; non vivrò più lungo tempo: lascia, dunque, che non potendo far altro, io affermi almeno la verità”. (Riccardo Alfonso)

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La scienza e la democrazia e i suoi due momenti storici

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

I primi ed incerti passi della scienza avvennero nell’antica Grecia. Furono ripresi in Italia nel Rinascimento. Non a caso gli studiosi della materia ci fanno notare che in entrambe le circostanze coincisero con il fiorire della libertà sia pure con tutti i limiti legati alla particolarità dei loro momenti storici. E’ anche vero che due secoli dopo l’exploit fu più marcato in concomitanza con l’avvento della democrazia europea e statunitense. Dobbiamo di conseguenza convenire che i due momenti ci facciano supporre una naturale assonanza tra scienza e democrazia? Assolutamente no. Fu proprio Platone a porsi il problema. Per lui la scienza si fonda sulla conoscenza mentre la democrazia sull’opinione. Ma chiariamoci bene il concetto. Cos’era per Platone la scienza? Lo era principalmente la filosofia, la religione e l’astronomia. Si tratta di una classificazione discutibile, fatta, salva l’astronomia, anche se il termine di paragone poteva avere una sua ragione, dati i tempi, ma ora è tutt’altra cosa. La scienza, infatti, si muove secondo una logica del tutto diversa e che nulla sa e nulla vuole sapere di opinioni, maggioranze, votazioni e compromessi che costituiscono l’essenza di una democrazia ivi compresa la filosofia e la religione.
Ma perché la scienza è rimasta così a lungo sotto traccia? Sicuramente perché la scienza moderna è di difficile comprensione per i non addetti ai lavori tant’è che in un mio libro, L’Ultima frontiera” ebbi a notare il grande stupore dell’umanità in seguito alla deflagrazione delle due bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki in Giappone, sul finire della seconda guerra mondiale.
Non si aveva idea dell’impegno profuso dai fisici italiani di via Panisperna, di quelli tedeschi e altrove su una ricerca tanto affascinante quanto dai risvolti devastatori se il suo uso fosse stato adottato per scopi militari. Lo stesso insegnamento scolastico a tutti i livelli e gradi d’istruzione si era fermato, negli anni della seconda guerra mondiale, a prima della teoria della relatività di Einstein agli inizi del XX secolo. E lo stesso dicasi per gli studiosi del settore. Oggi ci appropriamo delle novazioni scientifiche nella nostra quotidianità ma sono pochi coloro che ne conoscono gli studi che sono a monte e lo stesso sta accadendo con la democrazia. L’accettiamo come naturale conseguenza del nostro vivere in comunità ma non la conosciamo in effetti se non superficialmente. (Riccardo Alfonso)

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Nuova circolare della Difesa sui diritti sindacali

Posted by fidest press agency su martedì, 27 agosto 2019

Il Sindacato Aeronautica Militare – SIAM – apprezza la volontà del Ministro della Difesa di voler accogliere alcune istanze pervenute in occasione dell’incontro del 17 luglio scorso, a cui la nostra associazione ha partecipato e nel corso del quale si chiedevano ulteriori delucidazioni sull’agibilità delle associazioni sindacali del personale militare.Con rammarico constatiamo che le uniche reali novità di quest’ultima circolare, sono limitate a due aspetti: il primo è che finalmente, ed una volta per tutte, è stato chiarito che l’attività sindacale può essere svolta all’interno dei reparti militari, con buona pace di qualche Comandante che ha pensato bene di impartire disposizioni che vanno esattamente in direzione contraria; il secondo è che le Amministrazioni dovranno costituire al più presto appositi uffici preposti ad interagire con le associazioni Sindacali. Ora certamente non si può più far finta che tali associazioni non esistano, come qualcuno fino ad oggi ha tentato di fare.Purtroppo, però, dobbiamo altresì constatare che dopo ben cinque circolari emanate, il quadro in cui i rappresentanti sindacali dovranno muoversi continua ad essere confuso e irto di insidie per chi vorrà impegnarsi in questa attività.Infatti persiste l’orientamento dell’Amministrazione Difesa a non considerare l’attività sindacale come attività di servizio in netta contraddizione con tutti gli orientamenti della giurisprudenza nazionale ed internazionalmente in materia e, soprattutto, ignorando deliberatamente quanto disposto dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 120 del 2018 nella quale è stabilito che: “il vuoto normativo possa essere colmato con la disciplina dettata per i diversi organismi della rappresentanza militare”, definendo infatti un’analogia con le modalità di funzionamento con i vari Cocer, Coir e Cobar, che come è noto svolgono la loro attività ampiamente in orario di servizio. Questo orientamento di chiusura arriva a configurare il paradosso per cui, in caso di incontro con le diverse autorità di vertice i rappresentanti sindacali sono in licenza o permesso, mentre le prime sono in servizio.Evidentemente il vertice militare più che ad un interlocutore credibile e rispettato mira a creare una sorta di circolo dopolavoro ferroviario o, peggio, un circolo del gioco delle bocce.La medesima circolare impone paletti perentori come l’obbligo di sottoscrivere le deleghe per gli iscritti, cosa di per sé non negativa se non fosse che questo strumento consente ai Comandanti di avere una schedatura di tutto il personale iscritto in un momento particolare di assenza di norme di salvaguardia a tutela dell’attività sindacale. Ciò potrebbe creare i presupposti per permettere loro di influenzare la libera adesione ad un sindacato.Infine continuiamo a trovare irragionevole il voler relegare i rapporti con le diverse realtà sindacali solo a livello di vertice precludendo ogni forma di comunicazione a livello locale. L’attività sindacale ha un suo preciso significato proprio nella quotidianità lavorativa di ciascuno e relegarla ad un mero confronto sui massimi sistemi con gli Stati Maggiori significa volerla escludere proprio laddove è più necessaria, ovvero dove si creano le più comuni situazioni di attrito, dove è più frequente l’abuso da parte di autorità troppo spesso inclini a cercar scorciatoie a danno del personale solo per far quadrare i conti e salvare la propria carriera.Il Sindacato Aeronautica Militare, esprime tutto il suo disappunto e delusione per questa ennesima occasione persa da parte dell’amministrazione Difesa, soprattutto in considerazione del fatto che potrebbe essere l’ultima circolare a causa del quadro politico incerto che si sta delineando.Il Diritto Sindacale è una conquista dell’umanità, non a caso è inserito tra i principi che stanno alle fondamenta dell’Unione Europea. Continuare a minarne il libero esercizio significa mettersi dalla parte di chi vuole vincere facile impedendo agli avversari e alle controparti più deboli di scendere in campo. per difendere i propri legittimi interessi.Noi crediamo fermamente nella giustezza delle nostre convinzioni e nella solidarietà nei confronti di tutti quei colleghi che necessitano di supporto, assistenza e tutela quotidiana. Perché i diritti, mai e poi mai possono avere fasce orarie o soggetti avverso cui non possono essere reclamati.Lo dichiara il Segretario Generale del SIAM Paolo Melis

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