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Università, il numero chiuso a Medicina torna in discussione. Il punto della situazione

Posted by fidest press agency su martedì, 10 settembre 2019

Università, il numero chiuso a Medicina torna in discussione. Il punto della situazioneA difendere i limiti imposti dal 1999 rettori come Eugenio Gaudio della Sapienza di Roma (“l’esigenza si è posta negli anni ’70 e ’80, quando gli studenti si iscrivevano ma non potevano seguire le lezioni e andare in corsia. O si adeguano spazi, strutture e docenti per 68mila iscritti o è impossibile farne a meno”). A criticarli docenti ed osservatori di esperienza. Come Francesco Carelli del direttivo di Euract, l’associazione degli insegnanti europei di Medicina generale: «La selezione spetta all’ateneo, non a un test. E’ molto importante che 3 candidati su 4 manifestino “passione” per la medicina, al punto da ripresentarsi al test. Significa che vedono in sé un’attitudine (maturata nella formazione undergraduate da studenti) a una disciplina sanitaria non esauribile dal semplice test. Sono pronti a mettere in gioco la propria capacità di interagire con i pazienti e dunque a mettersi alla prova anche in altre professioni sanitarie. Molti candidati di Medicina tentano il test per diventare infermieri o tecnici. Sarebbe ora di riflettere su un capovolgimento di prospettiva e di far sì che le gli atenei accolgano tutti gli aspiranti medici trattandoli come potenziale forza lavoro del servizio sanitario nazionale che solo una successiva selezione dirà come indirizzare».Iron Man, Spider Man, Wonder Woman indossano il camice bianco nel flash mob indetto da Consulcesi: il test di medicina, primo evento della ripresa della stagione didattica, si colora più del primo, imminente, giorno di scuola. Con i successivi, inevitabili ricorsi di chi ha visto cellulari e tablet spuntare in aula, o altri episodi degni di segnalazione: a Roma si parla di studenti con documenti falsificati, c’è polemica sulla domanda sul Museo Tussaud per la cultura generale e su una seconda su Leonardo quando l’indicazione è che si sarebbe parlato del Novecento. Il malcontento sul “numero chiuso” in piazza prevale. Aver aumentato di 1800 i posti disponibili tra Medicina e Odontoiatria, fino a 11000, non pare essere servito, visto che sono aumentati i candidati, anche di un 5% localmente (ma a Pavia ci sono stati 200 iscritti in meno di un anno fa). A difendere i limiti imposti dal 1999 rettori come Eugenio Gaudio della Sapienza di Roma (“l’esigenza si è posta negli anni ’70 e ’80, quando gli studenti si iscrivevano ma non potevano seguire le lezioni e andare in corsia. O si adeguano spazi, strutture e docenti per 68mila iscritti o è impossibile farne a meno”). A criticarli docenti ed osservatori di esperienza. Come Francesco Carelli del direttivo di Euract, l’associazione degli insegnanti europei di Medicina generale: «La selezione spetta all’ateneo, non a un test. E’ molto importante che 3 candidati su 4 manifestino “passione” per la medicina, al punto da ripresentarsi al test. Significa che vedono in sé un’attitudine (maturata nella formazione undergraduate da studenti) a una disciplina sanitaria non esauribile dal semplice test. Sono pronti a mettere in gioco la propria capacità di interagire con i pazienti e dunque a mettersi alla prova anche in altre professioni sanitarie. Molti candidati di Medicina tentano il test per diventare infermieri o tecnici. Sarebbe ora di riflettere su un capovolgimento di prospettiva e di far sì che le gli atenei accolgano tutti gli aspiranti medici trattandoli come potenziale forza lavoro del servizio sanitario nazionale che solo una successiva selezione dirà come indirizzare».
Non la pensa così Angelo Mastrillo segretario della Conferenza nazionale dei corsi di laurea delle professioni sanitarie. «E’ naturale ed apprezzabile che i giovani manifestino per l’inclusione e per il diritto allo studio. Ma è altrettanto importante che alla fine degli studi abbiano serie chance di lavoro. Al momento, in Italia non mancano medici neolaureati – siamo nella media Ocse – ma specialisti. Un conto è che solo un aspirante medico su sei veda premiata la sua aspirazione a studiare, un altro che solo un medico su tre riesca a specializzarsi e a lavorare nel servizio sanitario nazionale. Gli anni scorsi si presentavano al test d’accesso alla specialità 18 mila neolaureati aventi titolo per 6 mila posti. Formalizzando una disillusione: lo stato dà il diritto di diventare medico ma al momento di pagare il contratto specializzandi non ha i soldi per tutti quelli che ha formato. Quest’anno il governo uscente e le regioni, meritoriamente, hanno aggiunto 2 mila posti nelle scuole di specialità, ma esclusioni pari a 1000 medici l’anno moltiplicate per decine d’anni non si possono colmare. E del resto un conto è chiedere agli atenei di allargare i corsi di specialità a un 10-20% di medici in più, un conto è salire a un 40-50%. Crollerebbe la qualità didattica e ci sarebbero problemi sul tirocinio pratico, già contenuto in termini di ore».
Quanto all’ipotesi secondo cui la vocazione a fare il medico accomunerebbe le professioni sanitarie rendendo attuale la rimozione del numero chiuso, Mastrillo è realista. «Credo che gli aspiranti medici non sarebbero felici di sapere che se tra loro ce la fa uno su sei, tra i colleghi in lizza per entrare ai corsi per fisioterapisti entra uno su 13-14, 2 mila contro 28 mila candidati, e al test per gli infermieri si presentano in 22 mila per 15 mila posti. C’è selezione ovunque, ma in alcun casi le domande sono inferiori ai posti, come per gli assistenti sanitari, sette chance ogni 10 posti disponibili, e gli audiometristi (8 candidati ogni 10 posti). Per inciso, è quasi stabile il numero di candidature per le professioni sanitarie, 75 mila proprio come lo scorso anno. Il fabbisogno è nel complesso inferiore, e nei ragionamenti prevale, logicamente, la necessità di offrire nei corsi universitari una didattica di qualità». (Mauro Miserendino fonte Doctor33)

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