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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

Si prospettano due decenni di crescita lenta nell’eurozona

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 settembre 2019

A cura di Mark Burgess – Vice CIO Globale e CIO EMEA di Columbia Threadneedle Investments.
Sebbene siano trascorsi oltre 10 anni dalla crisi finanziaria globale, il mondo resta fortemente indebitato e non vi sono prospettive concrete di riduzione di tale debito nel breve o nel medio termine. Se si prescinde da fasi storiche eccezionali (come il periodo successivo alla Grande depressione, quando il rapporto debito/prodotto interno lordo (PIL) statunitense sfiorò il picco del 120%), i livelli del debito sovrano in molte economie sono prossimi a soglie record, e sicuramente risultano molto più elevati di quelli osservati solo due o tre decenni fa.
Negli Stati Uniti, il rapporto debito netto/PIL è pari al 106% ed è in aumento, a fronte di meno del 40% nei primi anni ‘80. Vale la pena riassumere come siamo arrivati a questo punto. Gli elevati livelli attuali del debito pubblico e dell’indebitamento complessivo sono quasi esclusivamente il prodotto della crisi finanziaria globale. se fossero nulli o prossimi allo zero.
Generalmente le banche centrali possono correggere tali squilibri riducendo i tassi d’interesse e favorendo così l’indebitamento. Tuttavia dopo la crisi finanziaria globale, il settore privato eccessivamente indebitato ha preferito estinguere i propri debiti piuttosto che accenderne di nuovi, malgrado il crollo dei tassi d’interesse.
Quali sviluppi possiamo attenderci? Per le economie sviluppate, soprattutto quella dell’eurozona, si prospetta una stretta creditizia o un lungo periodo di crescita e inflazione contenute, analogo a quello osservato negli ultimi due decenni in Giappone? Nessuno dei due scenari appare particolarmente attraente, ma una stretta creditizia, che potrebbe innescare un lungo periodo di crescita negativa, sembra di gran lunga peggiore.
Un’altra possibilità è una stagnazione simile a quella verificatasi in Giappone. Nel Regno Unito, malgrado livelli di debito pubblico molto più alti che negli anni ‘70 e ‘80, i costi del servizio del debito sono attualmente molto più bassi. Nel 1978, le spese per interessi sul debito pubblico britannico erano all’incirca pari al 4,8% del PIL. Oggi lo stesso dato nel Regno Unito è inferiore al 2%. Un quadro analogo emerge in USA, Francia, Germania, Italia, Canada e Giappone. Le banche centrali punteranno a mantenere bassi i tassi d’interesse, anche per far sì che i costi del servizio del debito rimangano gestibili.
Riteniamo che l’economia dell’eurozona presenti forti somiglianze con quella del Giappone, ragion per cui è altamente probabile che la regione attraverserà un lungo periodo di crescita e inflazione basse. In primo luogo, entrambe le economie dispongono di ampi sistemi bancari che sono responsabili di circa il 70% dei finanziamenti erogati al settore aziendale, il quale è costituito soprattutto da piccole e medie imprese (PMI). Nell’intera area euro, il calo dei tassi d’interesse non si è ancora tradotto in una crescita sostenuta dei prestiti alle aziende.
Va inoltre ricordato che il debito non costituisce solo un problema nazionale o governativo: decenni di tassi d’interesse contenuti hanno fatto schizzare alle stelle il debito al consumo, che sta tornando a raggiungere livelli allarmanti. L’indebitamento delle famiglie britanniche (che comprende mutui ipotecari, prestiti personali, prestiti studenteschi e saldi delle carte di credito) in proporzione al loro reddito è esploso dall’85% nel 1997 al picco del 148% nel 2008.
Tornando ai giorni nostri, nel primo trimestre 2019 il debito non immobiliare ha raggiunto un valore record di USD 4.020 miliardi. In tutto il mondo, i rapporti debito/reddito delle famiglie sono alle stelle; le percentuali più alte si trovano in Danimarca (270%), Paesi Bassi (222%), Australia (202%), Svezia (181%) e Canada (168%).Sta di fatto che vi è un’intera generazione di mutuatari nelle economie sviluppate che non ha mai vissuto in un’epoca caratterizzata da tassi elevati.
Non importa fino a che punto la Banca centrale europea possa ridurre i tassi d’interesse: il meccanismo della politica monetaria non può funzionare a dovere se le PMI, i principali motori della crescita, non accendono prestiti e se i rispettivi governi sono impossibilitati a intervenire a causa della soglia massima del 3% fissata per il deficit dal Trattato di Maastricht. L’esperienza giapponese indica peraltro che sarà molto difficile lasciarsi alle spalle il contesto di crescita e inflazione basse anche in presenza di aumenti della produttività e disavanzi di bilancio. La situazione rimarrà tale per diversi anni se non addirittura decenni, con scarsissime opportunità di crescita e di reddito per risparmiatori e investitori. Gli alti livelli di indebitamento fanno inoltre prevedere una maggiore volatilità. È il caso di allacciare le cinture di sicurezza: il prossimo futuro si preannuncia turbolento. (in abstract)

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