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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 321

Assalto alla sinagoga di Halle

Posted by fidest press agency su martedì, 15 ottobre 2019

By Marco Imarisio. E’ quanto scrivono coloro che hanno vissuto quei tragici momenti: “In quei dieci minuti c’è stato solo silenzio. Anastasia Pletoukhina si è sempre chiesta come poteva essere, quando sarebbe arrivato il momento. Perché sapeva, che prima o poi sarebbe successo. Quando all’improvviso è arrivato lo sparo, non ci sono state grida, e neppure scene di panico. «Stavamo pregando. Ci siamo guardati in faccia, e senza parlare abbiamo deciso cosa fare. Non è stato come me lo sono sempre immaginato, con il panico e il terrore. È stato quasi normale. Una cosa calma. Come un film muto».La piccola storia orale dell’attentato alla sinagoga di Halle comincia con questo vuoto. I sopravvissuti che ieri sono rimasti a colloquio con il presidente federale Frank-Walter Steinmeier, in visita sul luogo della mancata strage, citano quell’attimo sospeso, senza disperazione, come un momento di consapevolezza collettiva. Intanto un funzionario di Polizia fa parcheggiare un blindato sulle macchie di sangue lasciate dalla passante uccisa proprio davanti all’ingresso, ancora ben visibili sulla strada.La signora Pletoukhina è figlia di uno scampato al campo di concentramento di Buchenwald. Dice che il passato non c’entra nulla con la certezza che qualcosa di brutto prima o poi sarebbe avvenuto, è qualcosa che riguarda piuttosto il presente. «Al secondo sparo, che ha causato un urto sul portone, io ho subito pensato alle finestre che si affacciano sulla strada. Sono di vetro, non hanno grata. Quell’uomo avrebbe potuto spararci attraverso, lanciare una bomba, sarebbe stato un massacro. Ero a terra, ma quando ho fatto per alzarmi, mio marito e due ragazzi mi hanno detto di strisciare verso le scale e di salire con gli altri».All’interno della sinagoga ci sono una quarantina di persone, in maggioranza anziani. Max Privorozki, il capo della comunità ebraica di Halle, li accompagna al secondo piano. La scala è stretta, devono salire due a due. «Hanno capito subito di cosa si trattava. Io facevo segno di stare zitti, ma non ce n’era bisogno, e con le mani indicavo loro di seguirmi». Nel centro della sala c’è un anziano, anche lui un reduce dai campi di sterminio, che è l’unico ad essersi alzato in piedi. «Per dirigere il traffico», come dice ammirato Privorozki. «Abbiate fiducia», continua a ripetere, ce la faremo. Gli credono. Si vede che quel vecchio non ha paura. Nessuno si lamenta. Nessuno fiata. «Una volta sopra, sono rimasti in piedi, dietro alla porta chiusa. Non sapevamo chi l’avrebbe aperta», continua Privorozki. «Volevamo essere pronti, in ogni caso».
Al pianterreno sono rimasti in cinque. C’è il marito di Anastasia, c’è Roman, che è venuto da Berlino con due amici per celebrare Kippur nella sua Halle. «Io ero indietro e vicino al muro. Ho visto questa figura, sfocata, sembrava massiccia, una specie di gigante. Dopo gli spari si è messo a urlare, vedevo il movimento della bocca, e intanto si muoveva lentamente verso la porta. Mi ci sono avvicinato anch’io, d’istinto. Con i miei amici abbiamo fatto una barricata di sedie e ci siamo messi dietro. Io avevo in mano una menorah (il candelabro a sette braccia, ndr), bella pesante. Ero pronto a combattere. Eravamo convinti che in 2-3 minuti quell’animale sarebbe riuscito ad entrare. Mi veniva da piangere. Avevo paura».Un altro colpo alla porta. Un’altra serie di spari, forse quelli che uccidono la prima vittima. «Accanto a me c’è uno dei miei amici. Un mio collega francese di origine ebraica. Lo sento che sussurra “bastardo, bastardo, maledetto pezzo di m…”. Lo guardo in faccia e anche lui ha gli occhi lucidi. Gli chiedo sottovoce se qualcuno ha chiamato la polizia, lui mi fa cenno di sì con la testa. Inizio a chiedermi quand’è che arriva». Non succede più niente. Solo quel silenzio, che dura qualche minuto ancora, interrotto dalle sirene, e da una voce che parla al megafono. «State tranquilli, siete fuori pericolo». Poteva essere una strage, è stato un miracolo. Rimane la rabbia. Anastasia Pletouckhina dice di averlo anche detto al presidente. «La nostra comunità ha chiesto più volte la protezione della polizia. Ci è sempre stato risposto che non c’era alcuna minaccia grave nei nostri confronti. Però ai nostri uomini sconsigliano di andare in giro con la kippah, il nostro copricapo. Che ipocrisia». Ieri, la kippah ce l’avevano tutti. Ma era una giornata molto particolare. Poi ci sono tutte le altre”. (Thanks to Corriere della Sera)

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