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Sindrome ovaio policistico, scarseggiano terapie: puntare su diagnosi precoce

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 ottobre 2019

Un editoriale recentemente pubblicato su “Lancet DiabetesEndocrinology” ricorda che settembre è stato il mese della sindrome dell’ovaio policistico (PCOS), rappresentando lo spunto per affrontare alcune considerazioni ancora aperte di carattere clinico. «La PCOS è la più frequente malattia endocrino-ginecologica che interessa le donne in età fertile, con una prevalenza che, utilizzando i criteri di Rotterdam (FertilSteril, 2004), arriva fino al 20%» ricordano Chiara Sabbadin, dell’Unità di Endocrinologia, Dipartimento di Medicina, Università di Padova, e Cecilia Motta, della Medicina Specialistica Endocrino-Metabolica, AOU Sant’Andrea, Roma. La diagnosi, secondo tali criteri, è posta sulla copresenza di almeno due delle seguenti caratteristiche, previa esclusione di altre patologie interferenti: cicli oligo-anovulatori, segni biochimici/clinici di iperandrogenismo e tipico quadro morfologico di ovaio micropolicistico. «La patologia, pertanto» sottolineano Sabbadin e Motta «si può manifestare da subito in epoca post-puberale con le tipiche alterazioni della regolarità mestruale, che accomunano indipendentemente molte ragazze adolescenti, ma anche con segni importanti e spesso ingravescenti di iperandrogenismo, prevalentemente irsutismo, acne, cute seborroica e alopecia. Con gli anni tali problemi possono persistere, ma diventare di minor interesse per la paziente, ormai diventata donna, rispetto a quelli relativi alla sfera riproduttiva». Ecco che, pertanto, la PCOS accompagna la donna nelle diverse fasi della sua vita con differenti manifestazioni cliniche, che richiedono ognuna l’attenzione e le cure mirate del medico, evidenziano le specialiste. «Tale scenario» aggiungono «è reso ancora più complesso da uno spettro di comorbilità frequentemente associate alla PCOS, come ad esempio insulino-resistenza, diabete, obesità, ipertensione arteriosa, dislipidemia, epato-steatosi, sindrome delle apnee notturne, depressione e carcinoma dell’endometrio. Tali comorbilità vanno precocemente indagate e corrette, in quanto predispongono tali pazienti a elevato rischio metabolico e cardio-vascolare a medio e lungo termine».
Nonostante l’impatto epidemiologico e socio-sanitario di tale patologia, rilevano Sabbadin e Motta, attualmente sono pochissime le terapie approvate per la PCOS: ad esempio, i farmaci anti-androgeni e insulino-sensibilizzanti comunemente usati sono prescritti “off-label”. «In particolare» specificano «la metformina è sicuramente il farmaco da sempre più usato e studiato nella PCOS, intervenendo sull’insulino-resistenza che gioca un ruolo ezio-patogenetico fondamentale nella sindrome. Numerosi studi hanno dimostrato come la metformina migliori non solo molteplici aspetti metabolici, ma anche la funzione ovarica nella PCOS, venendo pertanto suggerita anche dalle più recenti linee guida dell’Endocrine Society (LegroRS, et al. J ClinEndocrinolMetab, 2013,) nella correzione delle irregolarità mestruali come terapia di seconda linea (dopo la pillola estro-progestinica)». Inoltre, studi recenti suggeriscono un ruolo terapeutico della metformina anche nelle donne con PCOS in gravidanza, riducendo il rischio di aborto e parto pre-termine (LøvvikTS, et al. Lancet Diabetes Endocrinol, 2019). Tuttavia, riprendono Sabbadin e Motta, gli studi sulla metformina in gravidanza sono ancora limitati e necessitano di un’attenta valutazione dei possibili effetti a lungo termine sulla madre e sul bambino: ad esempio, alcune evidenze recenti mostrano come, a 5 e 10 anni, il BMI di bambini nati da madri che in gravidanza hanno assunto metformina sia maggiore rispetto a quello di bambini non esposti (HanemLGE, et al. Lancet Child Adolesc Health, 2019). Infine, studi crescenti sull’uso delle incretine anche nella PCOS permetteranno di migliorare sia le conoscenze sui meccanismi fisiopatologici alla base della sindrome, sia le possibili alternative terapeutiche e gli esiti di cura (Liu X, et al. ClinEndocrinol[Oxf], 2017). «Data l’eterogeneità delle manifestazioni cliniche e le molteplici comorbilità spesso già presenti al momento della diagnosi di PCOS, è fondamentale continuare a sensibilizzare i medici che potrebbero più facilmente venire a contatto con tali pazienti» dichiarano le specialiste. «I pediatri per primi possono individuare le bambine a maggior rischio di sviluppo di PCOS (per esempio per basso peso alla nascita, pubarca anticipato o prematuro, ipertricosi prepuberale, obesità infantile) e possono promuovere un adeguato stile di vita, con particolare attenzione alla dieta, all’attività fisica aerobica e al mantenimento di un normale peso corporeo. Altrettanto importanti sono medici di base, ginecologi, dermatologi e gli stessi endocrinologi, che devono essere in grado di diagnosticare correttamente la sindrome, escludendo altre patologie interferenti, più rare ma a volte anche più gravi, e intervenire adeguatamente, tenendo conto sia delle richieste della paziente sia del trattamento degli altri aspetti che potrebbero influire sul rischio globale a medio e lungo termine». (fonte doctor33)

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