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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 344

“Le condizioni sono propizie per un rimbalzo dei poco apprezzati titoli value europei”

Posted by fidest press agency su martedì, 12 novembre 2019

A cura di Paul Doyle, Responsabile azionario per l’Europa (Regno Unito escluso) di Columbia Threadneedle Investments. Gli investitori sono di recente stati turbati dagli sviluppi della regione europea, che ai loro occhi assomiglia sempre di più al Giappone del “decennio perduto”. Tuttavia, i motivi per essere ottimisti non mancano; noi guardiamo con favore alle azioni difensive, che a nostro avviso quotano attualmente su livelli troppo convenienti. L’esito della riunione della Banca centrale europea (BCE) di metà settembre, il canto del cigno di Mario Draghi, ha confuso molti operatori. Il Presidente della BCE ha annunciato una riduzione dei tassi sui depositi al -0,50%, la ripresa del quantitative easing (QE) con acquisti di attivi a un ritmo mensile di 20 miliardi di euro (e questa volta a tempo indeterminato), e un sistema a più livelli per i depositi delle banche (tiering), che di fatto esenta le loro riserve in eccesso dal pagamento della commissione annua della BCE. Cosa significa tutto ciò? Le obbligazioni hanno registrato un rimbalzo all’annuncio del pacchetto, ma una volta che gli investitori hanno digerito la notizia i guadagni sono stati annullati, spingendo nuovamente i rendimenti verso l’alto. L’andamento del mercato non ci ha tuttavia sorpresi più di tanto: se si considerano i recenti QE negli Stati Uniti, si nota che i rendimenti sono diminuiti prima degli annunci di tali programmi, per poi tornare a crescere successivamente.
L’Europa è fonte di preoccupazione per molti investitori. Nel medio termine (3-5 anni) riteniamo che il Vecchio Continente assomiglierà sempre di più al Giappone. I mercati obbligazionari sono passati dal pessimismo all’euforia (attualmente i Bund decennali tedeschi offrono rendimenti negativi), dopo il trend laterale registrato dai rendimenti fin dalla crisi finanziaria globale. Tutto ciò ricorda in maniera preoccupante i decenni perduti del Giappone, caratterizzati da crescita e inflazione anemiche.I rendimenti delle obbligazioni statunitensi hanno seguito più o meno lo stesso andamento. Per un decennio hanno oscillato tra l’1,5% e il 3%, registrando un rialzo nella seconda metà del 2010 e tornando poi a scendere nel 2012. Sono saliti durante il “taper tantrum” del 2013-2014, quando la Federal Reserve ha messo fine al QE. A partire dal 2015, però, in un contesto di fuga verso la sicurezza a vantaggio dei Treasury, i rendimenti sono tornati a scendere, sulla scia dei timori di una svalutazione della divisa cinese.Più di recente abbiamo osservato una fuga verso attivi più sicuri come l’oro. Le posizioni speculative nel metallo giallo hanno raggiunto il livello più alto dal primo trimestre del 2016. Il rapporto tra il prezzo dell’oro e quello del rame, un indicatore della salute economica, è prossimo ai massimi toccati durante la crisi finanziaria. Si tratta di un chiaro segnale di debolezza economica. In breve, gli investitori sono diventati prudenti.Tale atteggiamento è motivato da una serie di ragioni. Quasi nessuno crede che la Cina registrerà una ripresa vigorosa o che l’Europa potrà scampare alla recessione. Il clima di fiducia nel settore manifatturiero dell’eurozona è al livello più basso dalla crisi finanziaria, come dimostrato dall’indice dei responsabili degli acquisti dell’attività manifatturiera, sceso nettamente sotto quota 50. Molti esperti scommettono che gli USA entreranno in recessione l’anno prossimo.Di conseguenza, gli investitori si sono posizionati in modo difensivo e privilegiano ora le obbligazioni a scapito delle azioni.
Ma le ragioni per essere ottimisti non mancano. Le banche centrali hanno reagito alla debolezza economica e il sentiment di imprese ed investitori potrebbe aver raggiunto il punto di minimo.Il Citigroup Economic Surprise Index (CESI), una misura di quanto gli indicatori risultano superiori o inferiori alle stime di consenso, è rimasto in territorio negativo per gran parte del 2018. Ora, per la prima volta da gennaio, è tornato sopra lo zero.Gli ordini di esportazione di Taiwan, un indicatore anticipatore della domanda di esportazioni asiatica, si sono impennati, così come il Baltic Dry Index, che misura le spese di trasporto globali. Entrambi questi dati indicano un miglioramento del commercio globale e sono spesso seguiti dagli indici PMI con un ritardo di tre mesi.Anche l’offerta di moneta nell’eurozona è in crescita, addirittura già da prima che la BCE facesse ripartire il QE; un altro fattore che potrebbe dare impulso ai PMI.
È difficile pensare che gli Stati Uniti possano entrare in recessione in un momento in cui l’aumento dell’occupazione e delle retribuzioni mantiene la crescita dei consumi al 2%. La crescita dell’impiego ha perso vigore, ma rimane pur sempre positiva e spinge il tasso di disoccupazione verso il basso. Sono sufficienti meno di 110.000 nuovi posti di lavoro al mese per mantenere lo status quo e negli ultimi tre mesi la crescita registrata è stata di 155.000 unità al mese.Ciò dovrebbe giocare a favore delle azioni statunitensi, il che imprimerebbe a sua volta slancio a molti altri mercati. Il trend ribassista dovrebbe attenuarsi e, pertanto, qualunque inversione potrebbe tradursi in un significativo rimbalzo nelle aree depresse.Se l’attuale ondata di debolezza dovesse stabilizzarsi o addirittura migliorare, i titoli value potrebbero mettere a segno un rimbalzo nella seconda parte dell’anno, come del resto è già accaduto tre volte negli ultimi 10 anni: nel 2009, nel 2013 e nel 2016. Se il mercato dovesse effettivamente reagire a una ripresa degli indici PMI, è probabile che il rialzo sarà trainato dai titoli più sensibili al ciclo economico. Nel frattempo, gli investitori sottopesano l’Europa più del Regno Unito. Una stabilizzazione o un miglioramento dei dati economici dovrebbe favorire principalmente l’Europa, e soprattutto i segmenti ipervenduti dei titoli value europei.

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