Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 259

“2020 – l’anno dell’agitazione?”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 dicembre 2019

A cura di William Davies, Chief Investment Officer. Il 2020 si preannuncia agitato, a causa dei disordini civili e delle guerre commerciali in atto oltre che a causa di rivolgimenti politici e volatilità di mercato. Crediamo che l’economia mondiale continuerà a espandersi a ritmi più blandi e disarmonici tra le varie regioni. In questo scenario di prolungata crescita debole, bassi tassi d’interesse e timida inflazione, ci muoviamo lungo una sottile linea di equilibrio tra rischi al rialzo – come un’improvvisa accelerazione della crescita – e al ribasso, tra cui la minaccia di una recessione più profonda. Il nostro approccio globale e l’intensità della nostra attività di ricerca in un contesto simile ci permettono di destreggiarci abilmente tra questi sviluppi macroeconomici e di mercato. A fine estate abbiamo raggiunto un punto critico, quando i principali indicatori di mercato hanno toccato livelli storicamente precursori di recessione nei mercati sviluppati. Infatti, la storia recente insegna che un’inversione della curva dei rendimenti dei titoli del Tesoro statunitense è spesso seguita da una recessione. Tuttavia, pur esistendo ancora questa probabilità, non è detto che si arrivi a una recessione e, con il passare dei mesi, siamo ora più propensi a ipotizzare un rallentamento meno marcato, sotto forma di crescita bassa ma positiva o leggermente negativa.Sotto un profilo storico, quando il nostro indicatore interno di recessione per gli Stati Uniti raggiunge il 30% significa che una recessione è probabile. A settembre ha toccato il 24%, ma questo rischio ora è in via di stabilizzazione. Tuttavia, forse non importa molto se entreremo o meno in una recessione, perché probabilmente sarà solo di modesta entità. La Germania, ad esempio, ha solo sfiorato la recessione quest’anno e i mercati non manifestano segni di panico, almeno finché la disoccupazione resta bassa.Nel nostro scenario di base riteniamo improbabile un’accelerazione della crescita e altrettanto improbabile l’ipotesi di profonda recessione. In tale contesto, l’elemento di lunga duration dei mercati, siano essi obbligazionari o azionari, resta relativamente interessante. Le questioni geopolitiche continuano a innervosire gli investitori, con il protrarsi delle guerre commerciali e della Brexit in un’economia già alle prese con la fase conclusiva del ciclo, ma le tendenze di crescita strutturale offriranno opportunità a lungo termine, a prescindere dalla nostra previsione leggermente positiva o negativa sulla crescita.
E allora dov’è tutta questa agitazione? O meglio, quali fattori potrebbero turbare la situazione? I riflettori delle cronache sono puntati sul commercio ma la mia preoccupazione è altrove: sui disordini civili che stanno avvenendo in tutto il mondo, pur con ragioni molto differenti da regione a regione. Le proteste di inizio anno dei Gilet Gialli contro le misure di austerità del governo hanno assunto maggiore importanza. Abbiamo assistito alle proteste di Hong Kong, inizialmente incentrate sul trattato di estradizione, che rischiano verosimilmente di aggravare le tensioni tra Stati Uniti e Cina, se non altro nel contesto della guerra commerciale in atto. Le proteste hanno determinato un cambio di rotta politico. A questo si aggiungono le proteste in Cile per il rincaro dei biglietti della metropolitana, la crisi bancaria in Libano e molti altri esempi in tutto il mondo. L’aggravarsi delle disuguaglianze è in parte dovuto all’azione di forze strutturali, come la sottoccupazione (l’aumento dei contratti a zero ore e una forza lavoro più flessibile), il crollo delle adesioni sindacali e le tecnologie e innovazioni dirompenti. La reazione a queste forze è un fattore determinante e potrebbe addirittura portare a invertire il processo di globalizzazione (che ha consentito alle aziende di aggiudicarsi forza lavoro a basso costo da tutto il mondo). Facendo leva su questo tema, in effetti, Donald Trump ha costruito una campagna elettorale incentrata su politiche protezionistiche tese a persuadere la forza lavoro nazionale, soprattutto nei settori dell’acciaio e dell’industria automobilistica. Anche la sua guerra commerciale è intrisa degli stessi toni populisti. La disoccupazione resta bassa ma ciò non basta a fermare le proteste. Con l’elezione di Trump, gli Stati Uniti hanno già segnalato un’inversione della globalizzazione. Nel Regno Unito invece, la svolta estremista potrebbe giungere nella persona di Jeremy Corbyn, che graverebbe allo stesso modo sulla redditività aziendale, anche se in questo momento sembra improbabile che Corbyn, se eletto, ottenga la maggioranza. Lo stesso vale per Boris Johnson, anche se la fragilità del nostro sistema politico attuale non esclude cambiamenti repentini. Dopotutto, cinque settimane prima delle ultime elezioni statunitensi Donald Trump era considerato “ineleggibile”. La Brexit, dal canto suo, impatterà certamente la fiducia all’interno del e verso il Regno Unito, ma non dovrebbe avere grosse ripercussioni a livello globale e difficilmente produrrà una recessione, anche in caso di un esito ritenuto “sfavorevole”. Se l’esito della Brexit è importante per il Regno Unito e gli Stati confinanti, non va dimenticato che il Paese produce solo il 3% del PIL mondiale. (articolo pubblicato in abstrac da http://www.columbiathreadneedle.com)

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