Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 106

Non riusciamo più a soffermarci per riflettere

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 gennaio 2020

La storia incomincia subito. Il passato e il futuro non danno tregua. Entrambi incalzano. C’è chi cerca di riservarsi un posticino privilegiato nella storia dei ricordi, a futura memoria, e l’altro ha fretta di scoprire cosa si nasconde dietro l’angolo della via di casa e, una volta rivelatosi, sempre più in là oltre i confini del pensiero e dell’immaginazione.
Questa fretta è figlia del nostro tempo. Essa si è messa in mostra come una sirena che scaturisce dalle onde spumeggianti del mare e, con il suo sinuoso canto, cerca di attrarre a sé, in un abbraccio mortale, i naviganti. Non vi è più Ulisse a proteggere i suoi compagni e sé stesso. Non vi è più l’antica saggezza, che riposa nel vecchio, che racconta lunghe storie intorno ad un camino, in una sera gelida, e riscalda i cuori dei bambini e persino quelli dei distratti adulti. Oggi si vuole apprendere in fretta. È uopo crescere e si vuole andare sempre più avanti. Non c’è tempo per una riflessione, per un momento di pausa, per guardarci intorno con più attenzione, scegliendo i ritmi lenti del nostro divenire. Ecco come il presente è schiacciato tra il passato e il futuro. In questa frenesia corriamo persino il rischio di cancellare altre cose e valori e fonti di sapere e d’apprendimento. Molte cose diventano obsolete. Lo sono perché pensano al presente, ma non si proiettano al futuro. Ciò provoca, nella migliore delle ipotesi, insofferenza, intolleranza, rifiuto.
Eppure, indelebili sono rimasti i segni della nostra cultura antica dalla rivoluzione ateniese all’illuminismo germinata dall’elaborazione del concetto di filosofia reso possibile nella nuova atmosfera culturale, che si era formata sotto la spinta cartesiana. Lo dovemmo, in particolare, all’illustre matematico e filosofo J. B. D’Alembert con il suo saggio redatto nel 1751 sul “Discorso preliminare all’Enciclopedia”. Esso ci dà un rapido sguardo della cultura fino alla metà del ‘700 sia dal punto di vista filosofico che storico-politico, tecnico-scientifico, etico-religioso e artistico-letterario. Si fa cenno alla gnoseologia del Condillac il cui sensismo non si era spinto fino al materialismo. Si critica la metafisica classica. Si parla di una morale utilitaristica di tipo Humiano. Infine, si tende a svalutare il passato, visto come un insieme di fatti permeati di errori, dei quali lo storico deve guardare, allo scopo di conoscere per dare un chiaro giudizio onde evitare errori futuri. Ognuno di questi motivi costituisce il filo conduttore della filosofia dell’illuminismo.
Devo quindi annotare questi due passaggi del sapere ateniese e dell’illuminismo, nei quali si tentò di realizzare quella emancipazione della ragione che Kant attribuisce in modo particolare al secolo XVIII. Vorrei, in proposito, cogliere nelle parole di Croce desunte dalla sua “Teoria e storia della storiografia” l’idea che ci portiamo “al momento in cui gli uomini imparano a pensare rettificando le loro idee, e tutta la storia passata si dipinge ai loro occhi come il mare tempestoso a chi è sbarcato sulla terra ferma. Certamente nei nuovi tempi non ogni cosa è da lodare anzi molto è da biasimare… Tutti sentono che si è usciti non solo dalle tenebre ma dai chiarori antelucani e il sole della ragione è alto sull’orizzonte e rischiara gli intelletti e li irradia di una luce vivissima. Luce, rischiaramento, onde il nome di età dei lumi o illuminismo che si dà a quel periodo che va da Cartesio a Kant”.
In tale conoscenza l’uomo è al centro e, pertanto, prende conoscenza dei suoi diritti e dei suoi doveri inserendosi in un ambiente sociale, da cui ne era stato escluso da tempi immemorabili, per affermare la propria personalità. È la tesi dell’abate Sieyès che nella sua opera “Che cos’è il Terzo stato?” asserisce che da nulla, com’è sempre strato considerato, l’uomo vuole diventare politicamente qualcuno. Un’opera indicativa che denuncia chiaramente la condizione sociale del suddito sotto le monarchie assolute e la situazione politico-economica di quel periodo particolarmente drammatico. Gli economisti che si succedono prima della rivoluzione per risolvere i gravi problemi finanziari dello Stato ravvisarono la necessità di ridurre gli appannaggi dei principi, gli sperperi della corte, ma non riuscirono nel loro intento, perché ostacolati dalla nobiltà e dall’alto clero, che vedevano in quel programma lesi i loro interessi.
A questo punto mi giunge spontaneo pensare alla politica di oggi. Essa non ci appaga perché pensa troppo al passato. Abbiamo creduto di averlo del tutto cancellato, per lo meno nella sua parte deteriore. Se considero, infatti, quanto avveniva nel XVIII e lo rapportiamo ai giorni nostri potremmo cogliere nelle parole di allora le attualità del nostro disagio esistenziale. Si parlava dell’abolizione della corvè, dell’eliminazione della mano morta nei domini della corona, dell’abolizione delle imposte doganali, delle nuove imposte territoriali sostitutive delle vigesime, estese a tutti i sudditi dello Stato senza distinzioni di classi, dell’abolizione della tortura preliminare all’istruttoria penale. Possiamo aver cambiato, nel frattempo, le parole, adottate in modi diversi, ma la sostanza non muta. In quel tempo le riforme non attuate per rimettere in sesto i bilanci pubblici accesero la miccia che avrebbe portato allo scoppio della rivoluzione. Oggi il malessere ci ha portato il collasso del socialismo reale di stampo comunista, all’involuzione capitalista con i regimi di destra, alle guerre regionali, e a un disagio diffuso e qualunquista di larghi strati della popolazione mondiale. Allora mettemmo in crisi l’istituzione monarchica francese e poi, negli anni che seguirono, altre monarchie europee, oggi è l’istituzione repubblicana e la cosiddetta democrazia compiuta ad entrare in crisi. Le ragioni di fondo restano immutate. (Riccardo Alfonso)

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