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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 302

La storia del pensiero alla luce delle rivoluzioni

Posted by fidest press agency su martedì, 18 febbraio 2020

Diciamoci, alla fine, la verità che può valere ai tempi della Rivoluzione francese ma anche a quella che la seguì da vicino. Dall’illuminismo teorico o filosofico che aveva definito il medioevo, l’età dell’oscurantismo, è sfociato di tutto, per il trionfo della libertà, l’esaltazione della ragione e l’avvento della rivoluzione e gli eccessi del terrore, nell’autentica barbarie che, secondo lo storico e antropologo Adolfo Morganti, avrebbe fatto impallidire lo stesso Frankstein che si era incarnato nel giacobinismo dell’onesto Robespierre vittima con Danton della loro stessa legge dei sospetti e del tribunale della salute pubblica.
Se è vero che il medioevo è stato funestato da pestilenze, guerre, carestie causate in parte da fenomeni meteorologici ricorrenti e da continue invasioni barbariche che hanno immiserito e abbandonato nell’ignoranza i popoli frenando il progresso tecnico-scientifico, è anche vero, come asserisce il De Maistre, nei suoi scritti, che il male maggiore è entrato nel mondo nel periodo del Rinascimento con le lotte religiose della cristianità e, successivamente, con la rivoluzione francese sfociata nel giacobinismo di Robespierre e nell’imperialismo di Napoleone. Diventa, in pratica, una nota stonata l’affermazione di Kant che attribuiva all’illuminismo “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità”. Lo è stato, in effetti, ma a parole. In proposito è più aderente alla realtà il giudizio espresso da Adolfo Morganti riguardo “l’uomo dei lumi”. Per lui “era stato progettato come una macchina al risparmio”. “Questo modello così economico garantisce un’uguaglianza, perché ogni uomo era privato della specificità dei suoi rapporti naturali e spirituali con il suo ambiente e il suo cosmo, trasformato in individuo, ossia, in atomo, e ogni individuo possedeva un’identica ragione, avendo tutti un cervello ed un organo di sesso. Un tale individuo discriminato dai propri individuali e concreti problemi era stato livellato ad un astratto cittadino che conta in quanto è un numero nella collettività e un nulla come persona”.
In altri termini la conclamata libertà dell’individuo era un’astratta proclamazione scritta nella “Dichiarazione dell’uomo e del cittadino” e che l’uguaglianza significasse uniformarsi e conformarsi all’unica volontà del governo, che come aveva paventato Rousseau, una volta eletto sarebbe diventato dittatore.
Così i nostri padri fecero in modo di tramandarci le belle parole scritte nelle varie dichiarazioni dei diritti dell’uomo e nelle costituzioni liberali, ma le lasciarono lette-re morte nella pratica attuazione. L’hanno scritto a più riprese, in tempi recenti, tra gli altri, il prof. Secher dell’Università “La Sorbona” di Parigi e Pierre Chaunu e Jean Meyer.
Come dimenticare, ad esempio, il massacro compiuto dal governo di Parigi il due dicembre del 1793 a Sovenay, quando i vandeani, che considerarono persa la loro causa, ritornarono dall’esilio. Fu inaudito e macabro il rapporto ufficiale del generale Westerman alla Convenzione: “La Vandea non esiste più, cittadini repubblicani, essa è morta sotto la nostra libera spada, con le sue donne e i suoi bambini. L’ho appena sotterrata nei boschi e nella campagna di Sovenay. Secondo gli ordini datimi, ho fatto schiacciare i bambini sotto gli zoccoli dei cavalli, massacrando le donne che almeno perciò non faranno più figli che diventerebbero dei briganti”. Questa stessa rivoluzione per i machiavellici mezzi di cui si servì avrebbe fatto impallidire lo stesso Stalin i cui innumerevoli crimini furono de-nunziati, sia pure gradatamente, dopo la sua morte, dagli stessi governi comunisti che gli succedettero da Krusciov e per finire a Gorbaciov. (Riccardo Alfonso)

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