Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

Il soliloquio di un’anima in pena

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 febbraio 2020

Sono tre i temi proposti nel mio soliloquio con l’immaginario figlio dei nuovi tempi. È anche un modo per riallacciarmi al futuro di Vulnus, un personaggio del XX secolo che gli eventi hanno trasportato nel XXX e gli hanno lasciato, quasi intatta, la memoria del suo passato nel futuro che vive. E” il mio trittico: la fede, i ricordi ed il corpo. La fede rappresenta il più grande, il più cristallino passato. Essa ci riallaccia all’origine prima e alla fine della nostra esistenza. I ricordi sono la fonte principale per tenerci legati agli eventi che ci hanno preceduto, lungo quel filo d’Arianna che ognuno di noi tiene, tra le mani, per non perdersi tra i tanti sentieri della vita. Il corpo è lì a testimoniarci il nostro essere e il divenire. Vi riponiamo attenzioni per farlo star bene. E’ anche il testimone del nostro progredire nella sofferenza, nella rinuncia, nel riscatto. Nasce un bambino dal dolore altrui. Muore l’uomo e procura altre sofferenze, penosi vuoti. In questo lasso, lungo o breve che sia, non parliamo altro che il linguaggio del futuro. Pensiamo alla sconfitta subita, con la dipartita dei nostri cari, e pensiamo ai nipoti in un futuro che già non ci appartiene. E’ questa la nostra storia. Non è necessariamente raccontata per interposta persona, ma vissuta. E’ percorsa non dal romanziere o dal novellista, non è presentabile in una commedia o in una farsa, ma si nutre, quotidianamente, di quel futuro che le appartiene e che vede sempre più diretto verso confini nuovi, vicende appassionate e a volte incomprensibili, perché umane e non divine. La certezza non riguarda il nostro passato e meno che mai il presente. E’ nel futuro. Così è la vita. Così è il nostro destino che si rinnova, di volta in volta. Siamo coloro che, impastati di creta, ritornano polvere tra la polvere. Siamo poi sospinti, dai venti siderali, a vagare nell’infinito. Vi è anche chi ritrova il suo composto primigenio e si riproduce. Immaginiamo per un momento l’attimo che precede la nostra morte. Se essa è improvvisa, ci sfugge persino la fase preagonica, prima di ritrovarci in una dimensione diversa, d’esplorare altre terre e di fare altre conoscenze. Resta, a questo punto, la Fede. Sta a noi capire se è una strada o un vicolo, se ci porterà da qualche parte o se è un nulla.
E noi, che siamo proiettati nel futuro, non possiamo fare altro che rivolgerci al nostro passato, andare a indagare lungo i suoi tratti impervi, per capire se riusciamo a cogliere qualche segnale rivelatore. A volte mi chiedo: perché la fede ha avuto tanto successo nell’essere umano di tutti i tempi? La sua verità, a mio avviso, è molto semplice. Ci ha insegnato, o meglio ci ha ricordato, i valori di sempre che hanno la loro impor-: il saper guardare al nostro simile con amore. A respingere l’odio e il rancore che nutriamo.
La fede può essersi personificata in tante Chiese, in numerosi rituali, ma il suo fondo non ha distinzioni d’alcun tipo. Proprio per questo motivo è necessario uscire dai ristretti confini imposti dalle ritualità e dalle regole di un vivere da cristiani o da ebrei, da musulmani o da induisti o da buddisti per ritrovarci uniti nel messaggio comune, nel Padre di tutti. Il giorno in cui il cristiano, che sente il bisogno di andare a pregare in un luogo Sacro, si reca alla vicina sinagoga o tempio indù o moschea e altrettanto fa chi appartiene a un’altra Chiesa ed entra nelle cattedrali del cattolicesimo e in quelle dei protestanti, noi ci sentiremo, con più forza e determinazione, figli del nostro futuro, figli di una fede che non ha bisogno d’aggettivi o d’altri significati. È senza dubbio un bel dire, ma non è facile ai teologi di tutti i tempi, che hanno impiegato il loro ingegno per distinguere la propria religiosità dalle altre e a conferirle un primato esclusivo, dover oggi ammettere che di là dell’appartenenza a una Chiesa esiste una fede che li unisce.
Tale ricerca all’unità dalle diverse forze che compongono l’universo, e lo presiedono, è ben rappresentata dagli esseri viventi. In essi vi è il fuoco della vita. È un qualcosa che ha dimensioni e spazi definiti, ma proviene da ambiti e spazi indefiniti. (Riccardo Alfonso)

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