Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 106

Un nuovo capitalismo: il capitalismo di sorveglianza

Posted by fidest press agency su sabato, 22 febbraio 2020

di Giuseppe Bianchi. Si parla con sempre maggiore insistenza di una nuova forma di capitalismo, “il capitalismo di sorveglianza”. La cosa non deve stupire perché il capitalismo ha subito continue evoluzioni che Ralf Dahrendorf ha individuato nel passaggio dal capitalismo del risparmio a quello dei consumi per approdare poi al capitalismo del debito.
Ma quali sono i tratti di questo nuovo capitalismo?
Secondo una recente letteratura i tratti sono forgiati dalla rivoluzione digitale che ha reso possibile una architettura globale della sorveglianza. Cerchiamo di cogliere alcuni tratti di questo nuovo ciclo di capitalismo. Il primo tratto è dato dalle nuove tecniche commerciali attivate dalle grandi aziende che, combinando una grande disponibilità di dati personali e comportamentali con l’utilizzo di algoritmi, riescono a personalizzare le offerte commerciali con l’obiettivo di fidelizzare i propri clienti. L’obiettivo della sorveglianza è quello di alimentare una domanda di consumo che si autoproduce assecondando la stabilità del sistema produttivo.
Non meno importante è l’applicazione delle nuove tecnologie dell’intelligenza artificiale (un prodotto dell’evoluzione digitale) ai processi di produzione che da vita a nuove forme di collaborazione fra macchine e lavoratori con l’intento dichiarato di alimentare nuove forme di automazione, meno standardizzate e replicative del passato e più aperte al contributo attivo dei lavoratori. Un superamento della proceduralizzazione del lavoro di marca tayloristica? Ad oggi non sembra.Anzi la nuova fabbrica digitalizzata è più sorvegliata introducendo nella scomposizione dei processi produttivi l’estensione di parametri misurabili e controllabili. L’autonomia concessa ai lavoratori è un’autonomia sorvegliata, una razionalizzazione neotayloristica più sofisticata in cui la microregolazione riconosciuta ai lavoratori per risolvere problemi di incertezza è vincolata a procedure rigidamente prestabilite.Ma c’è un aspetto ancora più inquietante di questo capitalismo di sorveglianza. L’emergere di nuovi poteri forti rappresentati dalle grandi aziende tecnologiche (Usa e Cina) che, tramite il governo delle piattaforme e l’utilizzo di algoritmi, raccolgono dati ad insaputa degli utenti che vengono usati per manipolare il consenso politico. È noto il caso della “Cambridge Analytica” che ha prelevato da Facebook una grande quantità di dati, elaborati da modelli e algoritmi, per creare profili di elettori ai quali indirizzare una pubblicità politica mirata. Si ha conferme di una intrusione distorsiva di tale pratica nelle elezioni di Trump e nelle votazioni per la Brexit. C’è poi il caso estremo della Cina che sta sviluppando una rete di sorveglianza che consente di classificare i cittadini sulla base della loro “affidabilità”, di cui il partito è giudice, un rating individuale che regola l’accesso ad alcuni benefici. La tentazione di schedare in segreto i cittadini è presente anche in alcuni paesi democratici. Un caso noto è quello in Olanda ove i cittadini più poveri sono stati schedati in funzione del “rischio” che ricorrano illegalmente ad alcune prestazioni dello Stato sociale. La reazione popolare ha indotto la magistratura ad intervenire abolendo tale discriminazione.Di fronte a queste manifestazioni del capitalismo di sorveglianza non si può non parlare di una evoluzione degenerativa del capitalismo che abbiamo fino ad oggi sperimentato. Un capitalismo che nel nostro continente Europeo ha assunto la denominazione di economia sociale del mercato proponendo un equilibrio, per quanto instabile, fra crescita economica, benessere sociale, libertà politiche.Oggi questo modello è in crisi perché sono venute meno le condizioni che lo reggevano: una crescita economica costante, il ruolo attivo dello Stato (lo Stato Keynesiano), il protagonismo dei movimenti di massa (partiti e Sindacati). In questo contesto si inserisce il ruolo trasversale dell’evoluzione digitale che introduce nuove disuguaglianze, in aggiunta a quelle esistenti: la disuguaglianza nelle conoscenze perché le conoscenze sono state prese in ostaggio dai giganti del web, costruendo una concentrazione di potere e di ricchezza mai prima vista. La nostra già debole democrazia è sfidata negli ambienti di lavoro e nelle società da un progressivo autoritarismo che non riduce i diritti democratici ma li svuota di contenuti partecipativi.Gli ottimisti possono pensare ad una ricostruzione del governo del popolo e del potere dei lavoratori, i pessimisti a salvare quello che si può.Il dato essenziale è ridare alla democrazia una capacità di controllo dei poteri forti dei gruppi tecnologici che hanno reso remoti e spesso impenetrabili i processi decisionali sottraendoli ad ogni forma di controllo sociale. La democrazia liberale, di fronte alle sfide del capitalismo di sorveglianza, è chiamata a difendere il suo futuro ricreando le istituzioni grazie alle quali il progresso tecnologico nella sua evoluzione digitale torni ad essere fattore di progresso economico e di benessere sociale. (fonte: https://isrilstudi.wordpress.com)

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