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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

Archive for 25 marzo 2020

Criticità nell’allestimento di nuovi reparti di Terapia Intensiva

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

In questi giorni di emergenza da COVID.19 una delle massime criticità è quella dell’allestimento di sempre nuovi reparti di Terapia Intensiva (TI), con realizzazione ex-novo di posti letto in grado di accogliere i nuovi casi che purtroppo ancora si stanno registrando soprattutto (ma non solo) nelle regioni del Nord Italia. Ma quali sono i tempi, i costi e le disponibilità effettive per rendere operativi questi reparti? L’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC) ha realizzato e messo a disposizione un “Prospetto di dotazione operativa”, un quadro sintetico aggiornato della “configurazione tipo” di un reparto di TI e dell’attuale possibilità del nostro Paese e delle ditte produttrici di rispondere alle richieste del Servizio Sanitario Nazionale.Nel “Prospetto” fornito da AIIC si può osservare che un posto letto può essere valutato approssimativamente 50mila euro, comprendendo all’interno di questa cifra apparecchiature che vanno dai Ventilatori Polmonari da terapia intensiva (da 14 a 22mila euro) ai Monitor Multiparametrici (da 3500 a 5mila euro), dai letti con materassi antidecubito (da 4 a 12mila euro) agli umidificatori attivi (da 2 a 4mila euro). Per dimensionare correttamente un reparto di TI, a questi valori economici per singolo posto letto vanno poi aggiunte le Dotazione di tecnologie sanitarie condivise nei blocchi di Terapia Intensiva, che con una cifra vicina ai 200mila euro permette l’attivazione di un intero reparto, con strumentazioni complesse che comprendono tra le altre un Sistema radiologico portatile digitale (circa 90mila euro), un elettrocardiografo (5mila euro), un sistema CPAP (2500 euro l’uno) ed un ecografo (da 8 a 20mila euro), apparecchiature che spesso fortunatamente sono già presenti presso i centri ospedalieri (e quindi non presuppongono nuovi investimenti).Ma il Prospetto fotografa anche il tema di maggior criticità attuale: queste strumentazioni sono effettivamente in arrivo negli ospedali di prima linea in Italia? Ebbene: sulla maggior parte delle apparecchiature presenti nel Prospetto-AIIC, sono stati espletati i Bandi di Gara CONSIP che in questo periodo sono stati lanciati ed aggiudicati (sotto la dicitura COVID-19 – Procedura negoziata d’urgenza) ed hanno offerto un messaggio di speranza per chi in prima linea continua a domandare nuovi posti letto per i pazienti. Però – suggerisce AIIC – occorre guardare attentamente “dentro” i risultati della Gara: come mostra la Tabella sinottica, ad esempio i Ventilatori polmonari da terapia intensiva sono stati aggiudicati in numero di 1800, un numero sicuramente importante, ma la tempistica del loro arrivo negli ospedali desta qualche preoccupazione. Come è stato comunicato proprio da CONSIP, “le consegne saranno effettuate in 4 scaglioni temporali – entro 3 giorni, tra 4 e 7 giorni, tra 8 e 15 giorni, tra 16 e 45 giorni – dal momento dell’ordine (es. i 3.918 ventilatori totali offerti, tra lotto 1 e 2 sono ripartiti in: n. 119 ventilatori “entro 3 giorni”, n. 200 ventilatori “tra 4 e 7 giorni”, n. 886 “tra “8 e 15 giorni” e n. 2.713 “tra 16 e 45 giorni”)”.Ciò significa che ad oggi un certo numero di ventilatori sono già stati consegnati (quelli di 1° fascia e 2° fascia), una parte è presumibilmente in consegna (3° fascia), mentre l’ultima fetta della fornitura – quella numericamente più significativa: oltre 2700 ventilatori – avrà tempi di consegna lunghissimi, dai 16 ai 45 gg dal momento dell’ordine. “Lo stesso discorso riguarda praticamente tutte le apparecchiature che CONSIP ha messo a bando di gara”, commenta il presidente AIIC, “e di cui preoccupano i tempi di consegna ed effettiva operatività sul campo”. In particolare, inoltre, in una di queste procedure si presenta una criticità ulteriore: non è infatti stata ancora assegnata la Gara per la fornitura di oltre 20mila CPAP, apparecchi che consentono la ventilazione non invasiva del paziente fornendo un flusso di aria a pressione positiva con lo scopo di aumentare la capacità funzionale residua e la compliance polmonare. Concludendo, AIIC commenta il Prospetto con attenzione e preoccupazione: “E’ chiaro che ci troviamo di fronte ad una situazione di assoluta emergenza”, è la riflessione finale di Lorenzo Leogrande, “CONSIP e le aziende produttrici per prime, stanno facendo l’impossibile per gestire un approvvigionamento immediato di strumentazioni ad alto contenuto tecnologico. Ma la realtà è che ci serve un piano alternativo immediato: dobbiamo sapere che con ogni probabilità la situazione continuerà a rimanere critica proprio nel periodo di picco epidemico, ponendoci delle richieste che il mercato e i soggetti di procurement non sapranno evadere con velocità, anche perché tutti i sistemi sanitari internazionali continueranno in queste settimane a chiedere sempre maggiori forniture, spingendosi nei fabbisogni ben oltre le capacità produttive dei singoli produttori. Come ingegneri clinici vogliamo lanciare oggi questo messaggio: occorre che il sistema si attrezzi anche con altre formule, più chiare nella tempistica e nei volumi degli approvvigionamenti; potrebbe in questo senso anche essere utile verificare la possibilità di condividere apparecchiature tra strutture ospedaliere, ben sapendo che ci sono ospedali NON coinvolti nell’emergenza che potrebbero sostenere le necessità di quelli che invece sono ormai allo stremo delle loro capacità di risposta assistenziale”.

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E’ stato aperto oggi il primo albergo in Italia per far fronte all’emergenza Coronavirus

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

Rimini. La struttura, di proprietà della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi, ha iniziato infatti ad accogliere i malati che hanno superato la fase più acuta e che, per ragioni di prudenza, non possono tornare a casa, sia le persone in isolamento che non hanno la possibilità di mantenere effettive distanze in casa dai familiari conviventi ed anche coloro che risultano positivi al coronavirus ma che si trovano lontani dalla loro residenza.Si tratta di un modello sperimentale, previsto nel recente decreto “Cura Italia” e che adesso veda la luce per la prima volta dopo aver seguito un attento protocollo messo a punto dall’ASL, dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, in collaborazione con la Protezione Civile e la supervisione della Prefettura, allo scopo di alleggerire il carico degli ospedali della provincia di Rimini, tra le più colpite dall’emergenza Covid19. «E’ un modello che mi auguro possa essere replicato in altre parti d’Italia. E’ il tempo della responsabilità. Quando la Prefettura ci ha contattato abbiamo offerto immediatamente la nostra collaborazione alle Autorità, dando la disponibilità ad accogliere fino a 50 persone per volta», spiega Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Papa Giovanni XXIII, la Comunità che continua ad accogliere migliaia di persone fragili nelle 201 case famiglia in tutta Italia.
L’albergo della Papa Giovanni, l’Hotel Royal di Cattolica, ogni anno ospita i ragazzi e le famiglie per le vacanze. Ora la struttura è stata riconvertita in un ospedale da campo anti-Coronavirus. Le procedure di sicurezza sono state messe a punto con estrema precisione per garantire gli operatori della Papa Giovanni che si occuperanno di gestire i nuovi ospiti, che alloggeranno da soli in una camera con bagno e non avranno contatti diretti con gli operatori. Gli ambienti saranno igienizzati ed i materiali sanificati seguendo le stesse procedure previste per un ospedale.

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Coronavirus e i servizi essenziali. Dall’Italia al mondo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

In periodo coronavirus, quali sono i criteri per definire i servizi come essenziali e quindi che possono restare aperti? Ovviamente non possono essere criteri individuali: questo è uno dei diversi sacrifici a cui dobbiamo adeguarci, anche se qualcuno potrebbe obiettare non sentendosi “comunità” ma “massa”. Sacrifici, per l’appunto. Anche gli spiriti più “liberi” e “recalcitranti” devono e possono comprendere questa necessità.Ma cosa accade negli altri Paesi? Anche quelli dell’Unione Europea, che in questo frangente ha finora dimostrato che “ognuno fa da se”? Non siamo in grado di fare una panoramica esaustiva, ma alcune curiosità sono interessanti e sintomatiche.La domanda quindi è: quali sono i criteri per determinare ciò che viene considerato di primaria necessità? Molti stanno adottando un metodo che, in buon parte del mondo, viene chiamato “italiano”; impropriamente a nostro avviso, considerato che i primi a metterlo in atto sono stati i cinesi… ma si sa che a molti “fa piacere” dividere il mondo in sfere di influenza, e i cinesi continuano ad essere considerati come degli estranei, anche se le loro produzioni e tecnologie sono la gran parte di quelle che vengono utilizzate nel nostro quotidiano.
In Francia si stanno ancora chiedendo, nell’interpretazione delle direttive emergenziali, se i venditori (esclusivi) di vino e le librerie fanno parte di questa essenzialità.
In Belgio il governo ha autorizzato i parrucchieri a restare aperti, solo su appuntamento e con un cliente per volta. Ora stanno cercando di capire come garantire il metro di distanza fra persone, anche lì considerato il minimo per evitare ogni forma di contagio.
In Austria, dove i provvedimenti emergenziali sono stati presi prima di altri Paesi Ue, è in corso una sorta di battaglia politica sui parchi, soprattutto a Vienna, dove rappresentano un punto locale di orgoglio. Gli ecologisti, che sono al governo con i conservatori, sono riusciti ad ottenere che “passeggiare nei parchi” faccia parte delle eccezioni alla limitazione di mobilità. Dopo i primi giorni di confusione, il vice-cancelliere Werner Kogler, ecologista, ha annunciato con soddisfazione su Twitter, il 19 marzo: “i parchi e le aree gioco aprono di nuovo i loro spazi”.
In Olanda è di un altro tipo il servizio che ha riaperto parzialmente le porte, i famosi coffee-shop. Il governo all’inizio aveva deciso di tenerli chiusi come la maggior parte degli altri esercizi commerciali, ma poi ha fatto marcia indietro. Il timore di una crescita dei traffici illegali di sostanze stupefacenti lo ha fatto desistere, ma col divieto di consumo negli stessi negozi.
Dall’altra parte dell’Atlantico, in California, nell’ovest degli Usa, il Comune di San Francisco ha anch’esso fatto marcia indietro rispetto ai provvedimenti presi nei giorni precedenti, e la Sindaca London Breed ha fatto sapere che i dispensari di cannabis potevano restare aperti. “La marijuana è un farmaco essenziale per molte persone”, ha detto l’assessore alla Salute pubblica di San Francisco in un tweet. Il tutto ovviamente rispettando le misure di sicurezza sanitaria come il metro di distanza tra clienti e commessi.Paese che vai usanza che trovi. La Polonia ha deciso di tenere aperte le chiese. Mentre la Conferenza episcopale italiana (Cei, che ha un certo peso negli ambienti del cattolicesimo romano) ha accettato le decisioni del governo italiano di sospendere le cerimonie civili e religiose, la sua omologa polacca aveva in un primo tempo dato disposizioni perché le varie funzioni religiose fossero moltiplicate sì da diminuire il numero di fedeli presenti nelle chiese, conformandosi così alle direttive sanitarie sulla promiscuità. Il presidente della Cei polacca, l’arcivescovo Stanislaw Gadecki aveva sottolineato: “nello stesso modo in cui gli ospedali curano le malattie del corpo, le chiese servono, tra l’altro, a curare le malattie dell’anima. Ed è per questo inimmaginabile che noi non si possa pregare nelle chiese”.Ma, grazie alla pressione del governo e dell’opinione pubblica, i vescovi hanno finito per “addolcire” le proprie posizioni: hanno “raccomandato” alle autorità diocesane di dare delle “dispense” per le messe domenicali alle persone anziane e malate, sì da evitare loro di commettere peccato. Questi fedeli (e sembra solo questi) sono stati invitati a partecipare alle funzioni religiose attraverso Internet. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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La Regione Abruzzo non rispetta gli infermieri

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

Vengono proposti contratti indecorosi in piena emergenza Covid-19: è quanto denunciano i presidenti degli Ordini delle Professioni Infermieristiche delle quattro province, Giancarlo Cicolini (Chieti), Irene Rosini (Pescara), Maria Luisa Ianni (L’Aquila) e Cristian Pediconi (Teramo).“La nostra Regione vuole assumere infermieri sottopagandoli – spiegano -. La nostra attività libero professionale oraria è valutata 13,25 euro lordi, un vero schiaffo alla professione ed al nostro Sistema sanitario regionale. E’ quanto è stato indicato dal dirigente regionale preposto ai Direttori generali della Aziende sanitarie locali in una nota del 12 marzo scorso.
Siamo una regione anche fuori dall’Italia dove, per le stesse modalità di reclutamento, nelle Aziende sanitarie, al Ministero e in altri enti pubblici, vedono tariffe orarie di 30 euro o superiori.Il mancato investimento su una figura strategica come quella dell’infermiere di famiglia e di comunità, previsto già nel Patto per la salute 2019-2021, sta portando alla creazione di sovrastrutture tanto costose quanto inutili, come le Unità speciali di continuità assistenziale (Usca) introdotte in queste ore dalla Regione Abruzzo. Si investano piuttosto fondi a tutela degli operatori sanitari e su modelli organizzativi previsti già dalla normativa!Gli infermieri, insieme ai medici e altri operatori sanitari lavorano costantemente durante l’emergenza Covid-19, cercando di sostenere la sanità regionale durante questa pandemia, ma la Regione Abruzzo sembra non accorgersene e addirittura li ignora, svalutando la professione.E’ un’offesa alla professionalità di tanti colleghi che si trovano in prima linea, da sempre, e in particolare per quanto stanno facendo in questo momento di emergenza, saltando riposi, senza limiti orari, in carenza di organico, con scarsa disponibilità di dispositivi di protezione individuale. E si ammalano a causa del Covid-19, come mostrano i crescenti dati dell’Istituto superiore di sanità, siamo già a oltre 3.600 operatori sanitari positivi.E’ un sistema inaccettabile che mortifica e calpesta la professionalità di chi si fa carico di assistere e prendersi cura, oltre che incredibilmente in conflitto con le lodi che la categoria infermieristica riscuote in questa situazione di emergenza.Probabilmente ancora non si è compresa la gravità della situazione. Intanto si modifichi immediatamente quanto indicato nella nota per rispetto di tutti gli 11.000 infermieri dell’Abruzzo. A fine emergenza è evidente che la professione infermieristica dovrà necessariamente rimettere in discussione il suo ruolo nel Sistema sanitario nazionale”.

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Ridurre il rischio per famiglie di medici e infermieri

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

“Mi sono confrontato con alcuni medici e infermieri che a Milano, come altrove, in questi giorni fanno turni massacranti per assistere i ricoverati per COVID19. Quando finiscono un turno corrono a casa, solo per dormire qualche ora, e poi rientrano in ospedale. A volte la loro casa è distante dall’Ospedale e stanchi e affaticati, devono percorrere molti chilometri e sprecare parte di quel poco tempo che hanno a disposizione per riposare” sottolinea Andrea Mascaretti capogruppo di FDI a Palazzo Marino “ma non è finita. Molti di loro a casa hanno genitori anziani e una famiglia che non vorrebbero esporre, in nessun caso, al rischio di contagio. Allora, si potrebbero posizionare all’interno dei parcheggi degli ospedali camper e roulotte da assegnare al personale per brevi momenti di riposo, un po’ di ristoro, per cambiarsi gli abiti ecc. La loro assegnazione a medici e infermieri, la pulizia e la disinfezione degli ambienti e il servizio tintoria sarebbero gestiti dagli Ospedali” propone Andrea Mascaretti “abbiamo già contattato alcuni rivenditori di camper e roulotte e ho ricevuto delle belle risposte: sarebbero disposti a metterli a disposizione di medici e infermieri per ringraziarli di quello che stanno facendo per tutti noi, e se non bastassero” conclude Mascaretti “potremmo avviare una raccolta fondi per noleggiarli”

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de Bertoldi (FdI): su Mes in atto golpe a spalle italiani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

“E’ in atto un vero e proprio golpe alle spalle dei cittadini italiani isolati e rinchiusi nelle proprie abitazioni per l’emergenza Coronavirus. E soprattutto alle spalle di un Parlamento, che non si riunisce per il pericolo contagio. Sarebbe un vero attentato alla democrazia se il presidente Conte supportasse la riforma del Mes, approfittando del dramma che sta bloccando l’intero Paese. Fratelli d’Italia non è disposta a farsi irretire dalle lusinghe europee che, con la promessa di lasciarci indebitare, vogliono chiudere una riforma capestro per la libertà politica ed economica dell’Italia e per la nostra stessa sovranità. Bruxelles ci permetterebbe ora di indebitarci, garantendo attraverso il ‘quantitative easing’ lo spread, ma tace sui limiti e sulle condizioni. In sostanza rischieremmo di trovarci tra pochi mesi, ad emergenza finita, con il richiamo all’ordine, e quindi con i vincoli di Maastricht che, causa del nuovo indebitamento e del conseguente peggioramento dell’indice debito/Pil, ci farebbe precipitare sotto il giogo franco–tedesco alla pari della Grecia. Fratelli d’Italia non lo permetterà e rilancia lo strumento della-moneta fiscale come unico principale antidoto all’emergenza economica, potendo attuare una politica espansiva e generatrice di liquidità per gli Italiani senza inficiare il debito pubblico, e così penalizzare la nostra posizione finanziaria. Gualtieri venga immediatamente in Commissione Finanze e Tesoro al senato, come gli è stato richiesto, a riferire puntualmente sui rapporti del Governo con la Commissione Europea in tema Mef”. Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Andrea de Bertoldi, segretario della Commissione Finanze e Tesoro.

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Siamo un Paese meraviglioso. Ripartiamo da qui

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

Roma – “Sembra passato un secolo e invece sono solo 15 giorni. In un’intervista al Messaggero del 5 marzo affermavo con chiarezza che andavano messe in campo misure straordinarie per far fronte a questa epidemia che rischia di provocare gravissimi danni economici. Misure che l’Italia e l’Europa devono adottare all’interno di una stessa cornice, perché questa è una guerra che dobbiamo vincere tutti assieme. Tra queste c’era la proposta di sospendere il Patto di stabilità.
Ci hanno messo qualche giorno, ma finalmente l’Europa lo ha compreso e la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha confermato che il patto di stabilità verrà sospeso.
Molti in queste ore mi stanno scrivendo la rabbia che hanno dentro, perché i 25 miliardi non bastano a far vivere in serenità tutti gli italiani, e noi abbiamo provato a fare il possibile per questo primo step. Scusateci se ci siamo dovuti fermare a quota 25.
Ma oggi lo scenario cambia e questa sospensione di una regola assurda, cappio al collo per tutti noi, ci permette di pensare di nuovo a sostenere la sanità, le imprese, le famiglie. Dobbiamo affrontare questa situazione guardando al domani, perché se oggi ci fermiamo domani dobbiamo essere in grado di ripartire velocemente. Lo ha detto benissimo, anche oggi, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Con loro stiamo lavorando ad un grande piano per l’internazionalizzazione e la promozione Made in Italy.
Ci sarà bisogno di un grande sforzo economico, di tante risorse. A quelle, ve lo assicuro, ci penseremo noi. Stiamo già lavorando, in raccordo con il Parlamento, maggioranza e opposizione, al prossimo Decreto in cui prevederemo, sulla base del calo dei fatturati, un ristoro per le imprese. Abbiamo bisogno di un grande piano straordinario che deve mettere in campo tutte le nostre energie e la nostra creatività. In questo periodo in cui tutti dobbiamo restare a casa, per contenere il virus, lavoriamo su questo.
Siamo un Paese meraviglioso. Ripartiamo da qui”.

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Coronavirus, USB: dai rifiuti elevato rischio contagio

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

Giorno per giorno l’emergenza sanitaria sta facendo venire a galla le conseguenze nefaste di anni di tagli agli investimenti sulla salute e la sicurezza di lavoratori e cittadini.Ne è una dimostrazione lampante il settore della sanità ormai al collasso, ma ce n’è un altro, che fa meno notizia, che sta mettendo a repentaglio la vita degli oltre 100.000 operatori ecologici del nostro paese, oltre che la cittadinanza. USB nei giorni scorsi ha denunciato, sulla base delle segnalazioni dei delegati di tutta Italia, il rischio elevato di contagio in cui incorrono i lavoratori di questo settore, con una nota dettagliata inviata a governo e Ministero della Salute. Del resto le stesse aAssociazioni datoriali del settore Igiene Ambientale hanno ammesso di essere in difficoltà rivolgendosi al governo, quasi a volersi lavare le mani in caso di responsabilità civili e penali.Nella missiva USB ha denunciato come gli operatori ecologici stiano raccogliendo rifiuti cosiddetti “pericolosi” in quanto contaminati dal virus, anche prelevandoli direttamente dalle case e dai condomini dove risiedono le persone in quarantena. Rifiuti che andrebbero trattati come quelli ospedalieri e pertanto smaltiti dalle Asl, ma che al contrario vengono impunemente lasciati nelle mani di ignari lavoratori, spesso costretti a lavorare senza neppure le mascherine e i guanti di protezione monouso obbligatori. Né sono state messe in atto le adeguate misure di contenimento del rischio in merito alla sanificazione degli immobili e soprattutto dei mezzi e degli ambienti comuni.Inoltre, USB ha denunciato come per questi lavoratori il rischio si triplichi quando gli stessi sono costantemente a contatto con materiali sui quali il virus ha dimostrato di resistere per giorni, come ad esempio la plastica e il cartone.Nonostante le denunce, molte amministrazioni regionali e locali, con la complicità di aziende e sindacati allineati ai soli interessi padronali, in spregio alle misure contenute nei decreti governativi, continuano a non mettere i lavoratori in condizione di operare in sicurezza.Per questo motivo USB si è vista costretta ad inviare un fermo invito al Governo, al Ministero della Salute, ai governatori delle Regioni e ai sindaci, nonché agli organi preposti di vigilanza preannunciando che, se non interverranno tempestivamente e adeguatamente, a garanzia della salute degli operatori e degli utenti lo faranno gli stessi lavoratori – che finora hanno accettato per senso civico il rischio a cui sono stati esposti fino a oggi – per tutelare se stessi e la collettività perché qui è in gioco la salute pubblica. Lo faranno nelle modalità che saranno ritenute opportune, con senso di responsabilità verso la salute dei colleghi e cittadini.USB, visto il permanere delle situazioni di insicurezza nonostante i solleciti e le proposte, ha pertanto comunicato alle controparti nazionali e al governo che, in assenza di significative ed immediate novità, ciascuno di essi valuterà se avvalersi del diritto previsto dall’art. 44 della L.81/2008 per cui «il lavoratore che, in caso di pericolo grave, immediato e che non può essere evitato, si allontana dal posto di lavoro o da una zona pericolosa, non può subire pregiudizio alcuno e deve essere protetto da qualsiasi conseguenza dannosa”.In ogni caso la USB non esclude di intraprendere ulteriori iniziative anche di sciopero, laddove perduri questa gravi situazioni di rischio, nonostante i solleciti e le denunce, o si verificassero gravi eventi lesivi dell’incolumità e della sicurezza dei lavoratori.

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