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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

Sta nel DNA il meccanismo d’invecchiamento?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

La vecchiaia è stato il tormentone che attraversato si può dire da sempre la ragione ultima dell’esistenza umana. Esso resta, per lo più, sconosciuto, anche se sul piano teoretico possiamo azzardare più di qualche ipotesi. Probabilmente, per comprenderlo, è necessario richiamarsi a temi di carattere più generale dove sono coinvolte stelle e astri che nascono e muoiono anch’essi e le loro “ceneri” disperse nello spazio o risucchiate dai buchi neri. Da un esperimento condotto dal biologo Leonard Hayflick, è stato notato che le cellule d’embrioni umani, inseriti in bottiglie contenenti i necessari composti chimici nutritivi, si sono riprodotti bene e sono andati incontro a una cinquantina di generazioni cellulari prima di “stancarsi”.
Il caso è diverso se il prelevamento proviene da individui adulti. La riproduzione scende nettamente. Si ha, quindi, l’impressione che il potenziale di moltiplicazione è fisso ed è caratteristico di ciascuna specie.
Le tartarughe, Infatti, delle isole Galapagos, che vivono più a lungo dell’uomo, danno luogo a cento duplicazioni della popolazione cellulare in vitro. Le galline arrivano a 50 e i topi a 30.
Vi è ora da chiedersi, dopo aver ammirato questa crescita evolutiva del cervello e assistito al suo “collasso”, da dove può venire e dove si disperde tutta questa materia cerebrale?
Non vi è dubbio che filosofi e sociologi hanno dato svariate risposte nel corso degli ultimi millenni per indicarci i possibili sbocchi a questo dilemma, ma nonostante ciò la risposta conclusiva è di là da venire.
Siamo solo giunti a capire i processi che attendono la crescita e l’evoluzione della mente. Il suo circuito coevo-evolutivo riposa nel DNA.
Da lì è trasmessa l’informazione per la formazione delle proteine e gli altri composti chimici essenziali. Vi è poi un livello successivo nel quale le cellule si formano utilizzando quelle proteine e una serie sempre più ampia di prodotti chimici.
Poi, così come si riproducono e si collegano, si dissolvono ritornando particelle elementari e disperdendosi nello spazio salvo essere ricatturati per riprendere il ciclo della vita. In questo frangente in cui palpita la vita ogni specie, si procura i mezzi idonei per difendersi dagli attacchi esterni. La gazzella fugge, il leone ha gli artigli, l’elefante usa la proboscide e via dicendo.
L’uomo, a sua volta, usa le capacità intellettive del cervello; più lo affina e meglio riesce nell’impresa. Nello stesso tempo s’ingegna ad adattare il suo corpo alle condizioni climatiche e ambientali del territorio che lo circonda. Sono dunque due i ruoli “vitali” dell’uomo. Il primo è dettato dallo “homo abilis” e, l’altro, da quello “faber”. Nel primo caso vi è stato il tentativo razionale di impostare un modello di vita attraverso il ragionamento, l’osservazione, la riflessione e la concatenazione degli eventi e, nel secondo, l’impegno è stato concentrato alla ricerca applicativa della propria struttura fisica attraverso sia l’esercizio della forza sia dell’abilità.
Ed è proprio con l’accorto dosaggio di queste due “proprietà” che siamo partiti prima alla scoperta di quanto già esistevano in natura, nuove specie animali o piante come il grano e le patate o le energie naturali, acqua, fuoco, vento o a conoscere le singole proprietà dei metalli o le tecniche per la lavorazione dell’argilla e la fabbricazione del vasellame, e poi siamo passati alle invenzioni per produrre sostanze nuove, oggetti che non esistevano ecc.
Alla fine, siamo arrivati alla conclusione che, se è possibile prevedere un limite naturale al numero delle scoperte, non si può dire altrettanto per le invenzioni giacché esse, per ogni generazione, pongono problemi e spingono a nuovi risultati.
Sappiamo, tuttavia per certo che il tutto ha avuto inizio dal nostro corpo, organi e pensieri nel loro insieme, almeno nella versione che è sottoposta alla nostra osservazione. (Riccardo Alfonso)

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