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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

Viviamo tra presenze soprannaturali?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 marzo 2020

Non a caso tali presenze soprannaturali si rispecchiano in un’epoca, come quella vissuta da Shakespeare, dove il dissidio tra il bene e il male è tanto forte e sentito che pesa su tutte le coscienze indipendentemente dalla loro appartenenza a una fede o no. È il tempo in cui appare, siamo nel 1586, un trattato su “Livres des spectres ou ap-paritions et visions d’esprits, anges et daemons” di Pierre Le Loyer. La pubblicazione ebbe la luce circa quindici anni prima dell’apparizione sulle scene di Amleto ed ebbe, probabilmente, tutto il tempo di riverberarne il dubbio amletico tra il fatto di trovarsi di fronte al fantasma del padre oppure ad una mistificazione del diavolo. Qui tocchiamo uno dei nodi più controversi della demonologia di fine Cinquecento avvalorando un dibattito in corso ai tempi di Shakespeare ad opera anche del problematico studio di Ludwig Lavater “Sugli spettri e spiriti che passeggiano di notte”. L’opera fu tradotta in Inghilterra nel 1572 e fu seguita da quella di Reginald Scot sulla “scoperta della stregoneria”, scritta nel 1584.
Quanto l’influenza dell’Inquisizione possa aver determinato tale approfondimento sul mondo dell’occulto e dei suoi poteri diabolici, non c’è dato di sapere. Possiamo solo soggiungere che l’inquisizione, a nostro avviso, abbia rappresentato la personificazione suprema della violazione della libertà individuale mentre la morale quotidiana dell’osservanza dei precetti, della partecipazione ai sacramenti e ai riti, agisce come una complicata macchina di controllo sociale.
Resta, in definitiva, l’impressione che sono stati agitati fantasmi irrazionali. Si sono mescolati con le comuni e straordinarie credenze che cavalcano gli ordinari timori dell’uomo che pecca e non si pente o che pecca o non appaga la sua coscienza con il pentimento e che questo peccare è anche quello di chi scopre i poteri di una nuova cultura scientifica che fa paura a quella tradizionale. Dai citati testi e da quello altrettanto noto del 1597 sulla Demonologia si tratta ampiamente di maghi e magie, di negromanzia e d’arti illecite, di sortilegi e di spettri e catalogati in umbrae mortuorum, fantasmi, licantropi, incubi e succubi. L’influenza di una siffatta letteratura è tanto forte che non pochi studiosi e letterati riprendono tali temi e li sviluppano. Li fanno interagire nelle loro opere. Prendo ad esempio Christopher Marlowe, nel suo Dottor Faust, e ancora Shakespeare sia nel già citato Amleto sia in Macbeth e in Giacomo Stuart, figlio della sfortunata Maria di Scozia, che si avvale dell’articolata discussione tra due amici Epistemon e Filomates, per presentare al lettore tutte le problematiche legate alla stregoneria e il suo modo di interagire con l’esistenza umana. Possiamo quasi trarne l’idea, forse inconscia, nel postulare la convinzione del come esiste, da una parte, una morale interiore così come da qualche altra parte, sia pure riposta, del nostro inconscio vi deve essere il suo opposto affinché il bene, come la vita e la morte, abbia un suo naturale alter ego. E se il bene è ben noto e la sua strada appare segnata senza esitazioni di sorta, il male con la morfologia delle streghe e le loro pratiche e abitudini, è tutta una storia da descrivere e d’approfondire perché sta proprio nel male la sconfitta dell’essere umano, la sua depravazione ed anche i suoi limiti.
Non è certo un caso se nella famosa scena del sabba con cui si apre la tragedia del rimorso così densa di vaticini (sono usate attraverso le rifrazioni in uno specchio prospettico, le tecniche dell’idromanzia e della catottromanzia), l’ultimo fantasma di re scozzese compare reggendo tre scettri (di Scozia, Irlanda e Inghilterra). In questo scenario Giacomo I, il monarca letterato, si rivela un grande studioso di negromanzia. (Riccardo Alfonso)

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