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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Coronavirus: Pandemia o Pandemonio

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 marzo 2020

A cura di Tazio Storni e Andrea Delitala di Pictet Asset Management. Il mondo si sta ammalando di Coronavirus. Economia e mercati con lui. Ma visto che l’emergenza che stiamo vivendo è innanzitutto un’emergenza sanitaria, riteniamo opportuno cominciare cercando di fare chiarezza sulla situazione dal punto di vista clinico.Bastano pochi numeri per capire meglio di cosa parliamo quando analizziamo gli effetti del Covid-19.Il primo è il tasso di riproduzione, R0, che nel caso del nuovo Coronavirus si attesta intorno a due persone e mezza, il che vuol dire che ogni persona infetta contagia in media tra le due e le tre persone.
Il secondo numero rilevante è il tasso di mortalità, che oscilla tra l’1% e il 7%. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è in media prossimo al 3,5%. Determinante per mantenere tale tasso nella parte bassa dell’intervallo, tra l’1% e il 2%, è evitare una crisi di saturazione delle strutture ospedaliere, come successo nella provincia cinese di Hubei.Per fare un confronto con la SARS, questa presentava un R0 doppio rispetto al Covid-19, pari a 5, e un tasso di mortalità che arrivava fino al 50%. Si trattava, quindi, di un virus molto più virulento di quello attuale, ma il cui contenimento era in realtà più semplice: nel caso della SARS, infatti, solo le persone sintomatiche, chiaramente più facili da individuare ed isolare (la maggior parte necessitava di un ricovero ospedaliero), erano in grado di infettare altre persone. Nel caso del Covid-19, invece, risultano contagiose anche le persone infette che non presentano alcun sintomo (quelli tipici sono febbre e tosse secca).Per questo motivo, l’unica opzione a disposizione dei Governi per bloccarne la diffusione è l’isolamento, imporre delle distanze fisiche e sociali tra i cittadini. Non è un caso che anche il Primo Ministro britannico Boris Johnson abbia deciso di tornare velocemente sui propri passi e seguire gradualmente gli altri Paesi colpiti, adottando misure di distanziamento sociale sempre più rigide.La buona notizia è legata senza dubbio al progresso scientifico.
Molte aziende dell’industria farmaceutica e delle biotecnologie si sono mosse tempestivamente per cercare possibili terapie efficaci e vaccini contro il Covid-19. A nostro avviso, arriveremo ad avere prima delle cure efficaci rispetto ai vaccini. Per quanto riguarda i vaccini, se ne stanno studiando essenzialmente di due tipi:
a base di acidi nucleici (RNA, DNA), più semplici da produrre e con studi clinici già iniziati (da società come Moderna, BioNTech e CureVac), ma potenzialmente meno efficaci dal punto di vista della risposta immunitaria;
base di proteine (proteine singole o interi capsidi virali), più difficili e laboriosi da produrre, ma più efficaci.
Per i primi è possibile che avremo i primi risultati in estate, mentre per i secondi verosimilmente sarà necessario aspettare la fine dell’anno.Sul fronte delle terapie, invece, si stanno studiando principalmente cure biologiche. Oltre alla possibilità di somministrare il siero di pazienti già guariti su pazienti ancora in fase medica critica, una strada che potrebbe rivelarsi sicuramente effettiva ma difficilmente replicabile su larga scala, un’alternativa sono degli anticorpi monoclonali che attaccano un segmento particolarmente vulnerabile del virus (i primi risultati si dovrebbero avere nella seconda metà dell’anno).Ci sono poi delle terapie già esistenti, come Remdisivir e Chloroquina, entrambi già testati con successo in vitro e per i quali si avranno i dati sui test sui pazienti nel mese di aprile o maggio, o come Actemra e Kevzara, in grado di inibire i danni prodotti dal sistema immunitario per reazione al virus (risultati attesi per l’estate).Il Remdisivir, in particolare, viene sviluppato dall’azienda Gilead, su cui siamo investiti all’interno del portafoglio del comparto tematico Pictet-Biotech, dove deteniamo una posizione anche su Regeneron, il cui anticorpo contro il Covid-19 è in fase di test e dovrebbe dare risposte entro l’estate. Si tratta solo di alcune delle aziende in portafoglio che stanno contribuendo alla frenetica ricerca di possibili cure e vaccini.È ormai noto che quello che è stato il comportamento dei mercati nelle ultime settimane, violento non solo nella velocità di discesa, ma anche nella volatilità infra-giornaliera, con il VIX che ha toccato il livello massimo dal “lunedì nero” del 1987 e i premi al rischio esplosi a livelli tipici delle fasi di crisi. Movimenti così violenti e concentrati nel tempo spesso si accompagnano a liquidazioni forzate che portano a fasi di illiquidità e scarsa rappresentatività delle quotazioni; questo è ancor più valido in un contesto in cui, oltre ai problemi tecnici, vi sono problemi ‘logistici’ creati dal virus.Lo scenario che scontano oggi i prezzi di mercato è un impatto sulla crescita globale compreso tra il -1% e il -2% per il 2020, coerente con lo scenario intermedio stimato dalla World Bank (in uno studio del 2006 sulle Pandemie) e simile alle ultime stime dei nostri economisti, e un calo degli utili prossimo al 25% concentrato nei primi due trimestri dell’anno.Particolarmente vulnerabile appare l’asset class del credito, in parte in quanto principale beneficiaria delle politiche monetarie straordinarie messe in atto dalle banche centrali di tutto il globo in seguito alla grande crisi finanziaria del 2007-2009, e in parte a causa della brusca riduzione della liquidità sperimentata nelle ultime sedute.Quello che i mercati aspettano è un’inversione della derivata seconda della curva del numero di contagiati in Italia, ossia un rallentamento nel numero di nuovi casi registrati. Di fatto, i mercati attendono la fine dell’emergenza sanitaria acuta, pur non sapendo precisamente per quanto tempo si prolungherà poi il periodo di lento e graduale ritorno alla normalità, in quello che, anche dal punto di vista economico, sembra assumere sempre più la forma di un evento a U, con un forte impatto negativo iniziale, una fase duratura di assestamento e poi un deciso rimbalzo (non a V, come inizialmente ipotizzato da molti).Nel frattempo, sono scesi in campo i soccorritori. Dopo un primo momento di impasse, la politica fiscale e la politica monetaria si sono mosse in modo coordinato a livello globale, nella forma di un “whatever it takes” generalizzato.Dal punto di vista fiscale, abbiamo assistito negli ultimi giorni ad una sequenza di imponenti misure di stimolo, seppur non ancora chiare nei loro dettagli: nel loro complesso, secondo una prima stima, raggiungono quasi l’1,5% del PIL mondiale. In Europa, è stato deciso di non ricorrere ad un intervento centralizzato, rinunciando ad un’occasione per arrivare ad una maggiore integrazione fiscale tra i Paesi membri e optando, piuttosto, ad una deroga sul patto di stabilità.Sul fronte monetario, invece, dopo il tentennamento iniziale, condito anche dalla gaffe di retorica del Presidente Christine Lagarde, è arrivato il bazooka della BCE, che nella notte del 18 marzo ha annunciato un massiccio piano di acquisti per ulteriori €750 miliardi, senza alcun limite per emissione. Restano validi, invece, i limiti per emittente, previsti dal meccanismo delle capital key, ma vi è ampia flessibilità per deviazioni temporanee.Dall’altro lato dell’Oceano, la Fed, anticipando il meeting previsto per il 18 marzo, ha portato i tassi di riferimento nell’intervallo compreso tra lo 0% e lo 0,25%, il range minimo per l’istituto centrale statunitense, che non si è mai spinto nella sua storia in territorio di tassi negativi. In aggiunta, accanto a un piano da $700 miliardi per l’acquisto di titoli di Stato ed MBS, la banca centrale ha varato il programma Commercial Paper Funding Facility, per supportare il credito alle imprese: un veicolo apposito acquisterà direttamente dagli emittenti debito a breve termine fino ad un importo di $1’000 miliardi; il Tesoro fornirà garanzie alla Fed.Nel loro complesso, le nostre stime sulla creazione di nuova liquidità da parte delle maggiori Banche Centrali da qui a fine anno si aggira su 3,6 trilioni di USD, una cifra considerevole, non dissimile da quella messa in campo a seguito della crisi finanziaria del 2008.Considerando che questa è una crisi dell’attività produttiva (sia di domanda sia di offerta) dai contorni incerti, ma non un corto circuito finanziario, ci aspettiamo che le banche centrali riescano ad evitare il credit crunch, almeno a livello di settore bancario (non altrettanto sull’attività di market making degli intermediari).

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