Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 220

L’Europa che stiamo perdendo: Il caso dell’Ungheria

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 aprile 2020

Riprendiamo sia pure in “formato ridotto” l’articolo, che ci ha inviato il giornalista Agostino Spataro, in merito ai recenti accadimenti europei e una sua riflessione sull’argomento partendo dall’Ungheria. Per chi vorrà conoscerlo meglio e seguirlo potrà collegarsi a https://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_Spataro. “La decisione del Parlamento ungherese di conferire al premier Orban poteri eccezionali per affrontare l’emergenza Covid 19 é gravissima e inaccettabile. Per capire e informare su ciò che- da tempo- accade in Ungheria non basta scrivere frettolosi articoli pre-confezionati come fanno alcuni inviati dall’Italia, ma fermarsi e cercare di capire le ragioni più profonde del successo elettorale di Orban e della sconfitta della sinistra cui per ben 4 volte (dopo l’89) gli elettori ungheresi affidarono la responsabilità di guidare il governo.Orban mira a collocarsi nel mezzo, a candidarsi come mediatore fra le due entità. Anche per recuperare appieno la fiducia del PP. La forza dei numeri e l’investitura di Donald Trump (ricevuta il 13 maggio scorso a Washington) potrebbero fare di Victor Orban l’ago della bilancia del centro- destra europeo e, sicuramente, il leader dell’area populista. Ruolo cui aspirano in tanti: dalla Le Pen a Matteo Salvini. L’assenza dei rappresentanti di Fidesz a Milano conferma l’esistenza all’interno dell’area populista di questa sorda contesa. Ma i sostenitori di Orban non hanno dubbi: a lui spetta la leadership. Secondo il quotidiano magiaro (https://magyarnemzet.hu/…/diplomaciai-nagyuzem-az-unios-va…/ ), filo governativo, l’Ungheria è oggi una “grande fabbrica” della diplomazia europea e internazionale. E qualche ragione l’hanno. Certo, in ciò c’è l’enfasi della compiacenza mediatica verso il potente di turno (cosa che accade dovunque nel mondo), tuttavia la pretesa non è da sottovalutare. Negli ultimi tempi, Orban si è reso protagonista di una vera offensiva diplomatica. Un turbinio d‘incontri al massimo livello con i principali leader internazionali: da Putin a Ching-Ping, dal premier israeliano Netanyau, costruttore di muri e tenace persecutore delle popolazioni palestinesi, al reazionario presidente brasiliano Bolsonaro, al recentissimo ricevimento di Trump, a Washington, di cui si è detto. Con queste solide relazioni internazionali e con il PIL in crescita del 4,9 %, un saldo positivo della bilancia commerciale di circa 6 miliardi di euro e una disoccupazione (dichiarata) al 3%, (fonte: dati 2018, da Infomercati- Min. Esteri/Italia, 2019), Orban naviga piuttosto tranquillo (come qui molti prevedono) verso la riconferma del 50% nel voto di domenica prossima. Bloccarlo è difficile, tanto più se si continua a combatterlo soltanto con gli insulti, con i luoghi comuni. Senza sforzarsi d’indagare le ragioni del suo successo, le motivazioni di questa massa di elettori che, puntualmente, votano Fidesz.
Perché il successo di Orban, creatura politica di Soros, oggi suo acerrimo nemico? Anche qui: che cosa hanno visto l’uno dell’altro che noi non sappiamo? L’equivoco sul “sovranismo”: la sovranità è un valore non una colpa da emendare. Ma torniamo al populismo che consiglio di non chiamare “sovranismo” perché si fa un altro favore ai populisti. Sovranismo? Che cosa vuol dire?
Si tratta, infatti, di una specie di “parola d’ordine” ripetuta ossessivamente sulla stampa. Impartita da chi? Il risultato potrebbe essere controproducente. Infatti, non basta un “ismo” per dileggiare la sovranità popolare ossia una delle più grandi conquiste della Storia, a base della nostra vigente Costituzione. La sovranità nazionale è un valore fondante e condiviso e non una colpa da emendare, da espiare. In realtà, non si vuole la corresponsabilità, la condivisione dei progetti, ma solo fiaccare, indebolire la sovranità nazionale dei popoli europei destinati ad accodarsi ai disegni egemonici delle superpotenze economiche e militari.
A mio parere, i populismi sono anche conseguenza del grande vuoto, sociale e politico, lasciato dalla sinistra riformista e/o socialdemocratica, inopinatamente, passate dal campo del mondo del lavoro a quello del capitalismo neoliberista e globalista. Mai come oggi il conflitto capitale/lavoro è stato così acuto e asimmetrico, a favore del primo.In questo spazio, animato da masse di cittadini senza un lavoro certo, con meno diritti, abbandonati al loro destino, si sono inseriti, con discorsi ingannevoli, i movimenti, i partiti populisti, i gruppi della destra neofascista, mietendo insperate adesioni e disperati consensi elettorali. E ora siamo qui, in attesa del voto, sperando che l’elettorato non rafforzi loro e indebolisca l’Europa.
Aggiungo, da giornalista”senza giornale”, che non è vero che, dopo l’89, il popolo ungherese ha compiuto una sorta di opzione nazionalista, sciovinista perfino.In sostanza, quegli stessi ungheresi che oggi votano Orban (48,9%), taluni anche il Jobbik (un partito reazionario, al 19,6%) non ebbero pregiudizio verso la sinistra, anzi la preferirono.Il ripensamento nacque quando irruppe sulla scena Victor Orban il quale abbracciò, in modo spregiudicato, le bandiera del populismo, del vittimismo e dell’anticomunismo.
Al centro del suo discorso pose le paure di perdere l’identità nazionale, dopo avere perso gran parte del territorio nazionale (Trianon). Il Fidesz, sospinto dal partito ultradestra Jobbik, divenne il campione della riscossa magiara contro i “torti” storici, contro le ingiustizie provocate dalla vecchia Europa del primo dopoguerra e da quella attuale, unitaria, con capitale Bruxelles.Per contro abbiamo una “sinistra” ungherese debole e divisa e carica di errori.Tuttavia, la sua fortuna politica fu agevolata dagli errori della sinistra nella gestione governativa e, soprattutto, dall’attuazione del programma di privatizzazioni dei settori portanti dell’economia ( dalle industrie alle catene commerciali, dall’immobiliare alle strutture alberghiere, ecc,) a favore di capitali provenienti dalle multinazionali europee e d’oltreoceano, ma anche da Russia e Cina. E da altre fonti. Come dire, se ai propri meriti si aggiungono i demeriti altrui il trionfo è assicurato.
In questi giorni, a piazza degli Eroi, il luogo più patriottico e visitato di Budapest, è possibile ammirare 72 bandierine di altrettante città (perdute o sottratte) che vanno dalla Transilvania (oggi rumena) alla Slovacchia, dalla Croazia alla Serbia. A questi ungheresi irredenti Orban ha concesso la doppia cittadinanza, una serie di agevolazioni commerciali e il diritto di voto per le consultazioni magiare. Oltre mezzo milione di elettori che fanno la differenza. Anche questo è un aspetto serio del problema. E inutile dire che su tali “ingiustizie” continuano a soffiare i demagoghi di tutte le risme, gli irredentisti nostalgici, la destra di Jobbik e ancor di più il Fidesz di Orban il quale, per non farsi scavalcare, alza la posta, con il consenso dei vertici della chiesa cattolica.Nonostante le gravi difficoltà attuali, questo percorso può essere ripreso e concluso con successo. L’Europa può ridiventare una bandiera, una speranza per le nuove generazioni, per tutti i popoli europei per un futuro di pace e di solidarietà.
Se si vogliono battere il populismo e isolare le destre fascisteggianti, la sinistra (quella autentica), insieme a tante altre forze sinceramente europeiste devono rioccupare gli spazi perduti e intraprendere, dopo il voto, uno sforzo congiunto per un serio processo di riforma delle politiche e delle istituzioni europee. E’ assurdo che voteremo per un Parlamento che non ha poteri legislativi ampi e vincolanti; così com’è incomprensibile che i vertici, il governo della U.E., siano nominati e non eletti. Così come sono, dette istituzioni non servono granché, tranne che agli addetti ai lavori. La regola aurea della democrazia recita: senza controllo democratico ogni potere può trasformarsi in abuso.
E’ inutile girarci intorno. L’Europa è assediata non tanto dai migranti (che vanno accolti nella solidarietà e nella legalità), quanto da mire e disegni d’influenza di potenze e superpotenze vecchie e nuove. Così come è stata progettata, costruita e diretta, l’U. E. non ha un futuro certo. Continuerà a oscillare, a districarsi fra una decadenza che sembra ineluttabile e una sorta di servitù volontaria dei suoi ceti dirigenti, subalterni ai disegni delle oligarchie finanziarie e delle super potenze. Resterà impigliata fra tentazioni nazionalistiche autoritarie (la nuova destra eterodiretta) e malcelate dipendenze di forze europeiste importanti che sembrano aver rinunciato a battersi per un ruolo autonomo della nuova Europa. Talune fonti ci dicono che la fatale caduta avvenne perché quella mattina apparve sotto le possenti mura un supercannone che riuscì a sfondare i contrafforti e ad aprire diverse brecce che consentirono alle armate ottomane di dilagare dentro la città.Si dice anche che l’inventore di questo supercannone fu un ungherese di nome Orban.Ovviamente, ogni riferimento a fatti e a persone realmente esistenti è puramente casuale.” by Agostino Spataro

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