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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

La natalità: il nostro male oscuro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 aprile 2020

Il problema più serio e complesso che riguarda il pianeta terra è costituito da una natalità in eccesso, rispetto alle risorse disponibili. È un trend di crescita demografica che potremmo definire fuori controllo. C’è chi afferma che nel 2030 arriveremo a nove miliardi di abitanti. È puramente illusorio credere che il nostro pianeta possa contenerci tutti senza che si creino condizioni gravi di compatibilità ambientale. Per altro già oggi avvertiamo i segni e non sono di certo dei semplici calcoli teorici.
La povertà è il primo punto all’ordine del giorno. In India possiamo toccarla con mano, ma la viviamo anche nelle città così dette dell’opulenza assistendo al degrado delle periferie suburbane, ai clochard che affollano gli angoli delle strade e dormono, dove possono lungo le vie o in rifugi di fortuna. La disoccupazione costituisce un aspetto altrettanto grave se consideriamo che ora vivono nel mondo oltre un miliardo di persone senza lavoro. Per di più è una crescita disomogenea tra un continente e l’altro e tra nazioni. È evidente nelle metropoli, se si pensa che già oggi, a Città del Messico i residenti sono 17 milioni e a Bombay nove milioni.
Segue inevitabile il problema alimentare. In India e in alcune località dell’Africa e dell’America del Sud, oggi si muore di fame. E a distruggere la fauna e la flora stanziale e alterare l’ecosistema delle foreste equatoriali e dell’habitat si finisce con l’andare di male in peggio. Cresce, intanto, il divario tra i paesi più prosperi rispetto a quelli bisognosi di tutto.
Ciò determina, spesso, la necessità di migrare e il procedere in questo senso è, a sua volta, gravido di conseguenze in specie se gli spostamenti sono nell’ordine dei grandi numeri. Nella migliore delle ipotesi subentrano motivi d’ordine pubblico, risentimenti razziali e incapacità di assorbire in modo regolare l’inevitabile eccedenza di manodopera generica.
Se questa è la situazione oggi e, in prospettiva, ci sembra giusto valutare taluni aspetti caratterizzanti l’evoluzione umana. Si era in pochi fino a 10mila anni fa quando si viveva di caccia e d’agricoltura. Man mano che l’energia muscolare fu supportata dalle tecnologie inizialmente primitive e, progressivamente, sempre più artefatte, la popolazione mondiale non trovò di meglio che assumere dimensioni maggiori. In questo modo raggiungemmo il miliardo d’abitanti all’inizio dell’Ottocento.
In due secoli ci siamo poi più che sestuplicati grazie soprattutto alla rivoluzione industriale, alla conversione di materia inanimata in energia e alle accresciute disponibilità alimentari.
Se queste sono le ragioni del nostro sviluppo demografico, le stesse diventano un’arma letale anche in ragione del fatto che ad una natalità in espansione vi fanno da contrappeso le tecnologie che tendono a ridurre il lavoro umano e a renderlo, semmai, sempre più specialistico.
Secondo l’equazione d’Ehrlich, d’altra parte, l’unica variabile precisa resta la popolazione, se vogliamo che l’impatto ambientale sia costante nel tempo, e, di converso, vogliamo garantirci un aumento o, in ogni caso, una non diminuzione del benessere. Ciò, ovviamente, prescinde dal concetto di “ricchezza” individuale.
E’, semmai, in funzione delle risorse materiali, dal modo di organizzarsi della società, ma anche dai sistemi di vita immateriali che noi prediligiamo quali sbocchi ai nostri “appagamenti”: la lettura di un libro o l’ascolto della musica, l’uso di un costoso fuoristrada o di altre forme di svaghi.
Dobbiamo, quindi, insieme, convincerci che il ciclo di crescita, iniziato prorompente con la rivoluzione industriale, è terminato con l’avvento della civiltà post industriale. È un passaggio che avviene in tempi rapidi, rispetto a quelli lenti del riassestamento naturale della popolazione o, se vogliamo, del turn over che per altro è sfalsato dal momento in cui abbiamo allungato la nostra speranza di vita. (Riccardo Alfonso)

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