Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

Il coronavirus e l’Europa

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 aprile 2020

di Giuseppe Bianchi. L’Europa è sotto l’aggressione del coronavirus che rimette in gioco i precari equilibri di un’integrazione incompiuta. Anche perché tale aggressione, non avendo precedenti, non consente il ricorso a soluzioni collaudate. Appare giustificata la comune condizione di angoscia di fronte a un evento imprevedibile così come l’emergere di un primordiale istinto della sopravvivenza. Ciascun paese colpito dal virus si è chiuso nei suoi confini e le diverse comunità di cittadini si sono rivolte al proprio Stato per ottenere protezione.Ma anche a livello di singolo paese l’aggressione del virus ha colpito alcuni territori più di altri, in genere quelli più operosi e aperti agli scambi internazionali, con il duplice effetto di creare tensioni inedite fra autorità centrali e locali, e di rendere più costosi i fermi delle attività per evitare i contagi.L’Italia è il Paese che più riflette questa combinazione di condizioni sfavorevoli, non dimenticando l’accumulazione pregressa di debito pubblico e una economia sfibrata da anni di bassa crescita. L’ipotesi che l’Italia possa risollevarsi da sola evocherebbe la capacità straordinaria del Barone di Münchhausen che, prendendosi per la coda della sua capigliatura, si trasse fuori dal profondo pantano in cui era caduto. È lecito porsi una domanda: come si è arrivati a questa Europa dell’economia e della finanza, così tanto diversa dal progetto dei padri fondatori che avevano prospettato una Europa politica fondata su istituzioni comuni aperte alla reciproca solidarietà?Le risposte sono tante e diverse. Ma c’è un elemento che va recuperato. Ancora nel 2004, 25 paesi allora aderenti all’Unione Europea stipularono un trattato con cui si dava vita ad una Costituzione Europea. Un passaggio importante da un’Europa regolatoria ad un’Europa istituzionale, dotata di personalità giuridica, condivisa nei suoi principi costitutivi di civiltà e di prosperità, dotata di istituzioni, politiche e decisioni a sostegno del funzionamento dell’Unione. Un referendum popolare in due paesi, Francia e Olanda (per gli altri paesi fu prevista un’approvazione parlamentare), bocciò il progetto, facendo fallire l’iniziativa. Questo voto popolare mise a nudo la realtà di un’Europa priva di un popolo europeo tuttora distinto per lingua, tradizioni, preferenze dei cittadini, tutte condizioni radicate nella storia di paesi per secoli in conflitto tra loro.Va anche ricordato che i primi sei paesi fondatori di quelli che diventerà l’Unione Europea erano i paesi vinti e distrutti dalla Seconda Guerra mondiale che si unirono nel grido “mai più guerra fra noi”. Tuttavia i padri fondatori erano consapevoli delle difficoltà del loro progetto, tanto che a uno di essi, Jean Monnet, politico francese ispiratore del primo esperimento europeo di Comunità del Carbone e dell’Acciaio, venne autorevolmente attribuita l’idea che “si dovesse portare il popolo europeo all’unificazione senza che se ne accorgesse”. Ciò, ovviamente non fu possibile e l’integrazione europea prese quella connotazione economicistica che rappresentava il minimo comune denominatore allora condiviso tra i paesi membri. Condivisione che resse fino a quando comuni condizioni di crescita economica consentirono ai diversi paesi dell’Unione di partecipare, sia pure in maniera diseguale, al maggiore benessere creato. Poi è entrata in tensione quando i percorsi di accesso alla crescita economica divennero più competitivi premiando i paesi più forti.Il coronavirus ha reso evidente la crisi di questa Europa dell’economia e della finanza, già provata dalla crisi finanziaria del 2008-2011, la cui gestione ha lasciato un’eredità di reciproche incomprensioni e diffidenze.Non sarà questa l’occasione per decisioni radicali sul futuro dell’Europa perché l’emergenza sanitaria non può cancellare con un colpo di spugna le disuguaglianze che ancora dividono i popoli europei. Può essere un’ulteriore tappa evolutiva del processo di integrazione in atto, attraverso una combinazione di interventi.Da un lato, per rafforzare le istituzioni comunitarie già operative, quali BCE, BEI, SME ed altre, allo scopo di facilitare l’accesso a crediti a tasso agevolato da parte dei diversi paesi; dall’altro, per individuare nuovi strumenti finanziari aperti a nuove forme di condivisione dei debiti pubblici necessari per fronteggiare i costi della crisi in atto che richiederanno tempi suppletivi per la loro messa a punto.La storia cammina a passi lenti e le grandi costruzioni richiedono l’impegno di più generazioni. Utile ricordare che l’abolizione della schiavitù all’origine della sanguinosa guerra civile del Nord America, per quanto definita fin dal 1862 nella Costituzione di quel Paese, impiegò cent’anni per divenire realtà. I cambiamenti ora sono più accelerati ma occorre sempre distinguere i movimenti di superficie rispetto a ciò che avviene nella profondità del corpo sociale. La deflagrazione del progetto Europeo sarebbe una catastrofe sociale che avvierebbe il nostro Paese verso un declino inarrestabile. (fonte: https://www.facebook.com/QuaderniISRIL/)

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