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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Guardare l’Islam senza preconcetti

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 Maggio 2020

Per quanto sia stato già scritto e altri pronti a farlo sull’islamismo da credenti ed anche da oppositori, c’è ancora molto spazio per ospitare in questo crogiuolo gli ignoranti che si celano dietro i luoghi comuni e i preconcetti per ovviare il loro deficit di conoscenza. Pensiamo, quindi, di colmare questo vuoto, a ciò che ha originato l’attuale unità culturale islamica.
La carica di califfo, ossia di capo dell’Islam, fu contesa tra due grandi famiglie, quella degli Omniadi e quella degli Alidi, finché si giunse a una scissione del corpo islamico in due grandi parti con conseguenze di grandissima portata anche per la definizione della fede. Il partito degli Alidi diede forma all’eresia sciita (Shi!a) la quale col tempo assimilò ed elaborò ideologie di varia provenienza, estranee all’Islam originario. Così ebbe origine l’unità culturale islamica e che si espresse anche come un sistema di leggi, fomentando l’azione di giureconsulti che si svolse parallelamente all’azione teologica vera e propria, talvolta addirittura intralciandone il passo.
Ancora una volta questo passaggio, tra le diverse caratterizzazioni formali della stessa matrice fideistica, denota il tentativo della “tribù” di distinguersi dalle altre sotto il profilo religioso e che, nell’insieme, è valso a tenerle unite e distinte all’esterno nei confronti delle altre religioni. Ciò, ovviamente, a prescindere dalle forme interpretative particolari così com’è avvenuto nel mondo Cristiano.
Le questioni teologiche più dibattute furono: il libero arbitrio, che nell’ortodossia fu parzialmente negato in favore della predestinazione; la validità delle leggi naturali e delle spiegazioni razionali riguardo ai principi islamici. Più per contrasto alle elaborazioni giuridiche e teologiche, che non contro i principi generali dell’Islam, che di per sé è già completa dedizione a Dio, sorgono le formazioni mistiche islamiche. I mistici islamici detti sufi, donde sufismo, si ritiravano dal mondo per dedicarsi alla contemplazione di Dio, mediante ascesi e mortificazioni. Attorno a loro, in qualche modo, si polarizzava la religiosità del popolo, in un alone di stima e venerazione.
Considerati come santi, se ne venerarono le tombe; e, come maestri, si formarono attorno a loro gruppi di discepoli che, dal sec. XIII, diedero luogo a veri e propri ordini monastici. Nel fenomeno generale del misticismo va compresa l’azione di quei santoni, noti col nome di dervisci, che raggiungevano l’estasi mediante danze estenuanti, musiche, auto ferimenti, e ripetizione meccanica di formule sacre. Al misticismo pratico si deve aggiungere il misticismo filosofico o teologico, e soprattutto quello poetico, che ha germinato una letteratura i cui influssi, quale espressione assoluta di religiosità, sono rinvenibili a tutti i livelli e in ogni particolare indirizzo della religione. Il tratto distintivo, a mio avviso, di tutto ciò è nel voler tenere il sistema politico strettamente connesso a quello religioso. È una svolta che ha degli indubbi vantaggi pratici e possiamo agevolmente identificarli in varia misura. L’insegnamento del Corano dirige tutto l’orientamento politico del mondo musulmano e gli impone le sue norme. I due concetti più interessanti sono quelli della guerra santa e del califfato. La guerra santa (gihad) è l’elemento dinamico della storia islamica; suo tramite si realizzarono l’impero islamico, l’espansione della fede sino a confini lontanissimi, la diffusione della civiltà arabo-islamica in molte parti del mondo. La gihad è considerata dai musulmani come il sesto pilastro della fede da aggiungere ai cinque fondamentali; ma, a differenza di questi, non costituisce un dovere personale per ogni credente, bensì un dovere collettivo: il precetto si può ritenere adempiuto quando tutta la comunità, o almeno una parte di essa, s’impegna valorosamente in una guerra contro gli infedeli.
Il “dar” al-islam (territorio dell’Islam) è il luogo appartenente ai seguaci della vera fede; tutto intorno si stende il dar al-harb (territorio di guerra) che, dove fosse possibile, sarebbe doveroso trasformare in dar al-islam.
I nemici che si convertono alla fede islamica sono accolti nella comunità dei fedeli; sugli altri si esercita o la conquista per forza o quella per trattato. In questo secondo caso, i popoli del Libro (ebrei e cristiani) sono protetti, pagando un’imposta fondiaria; più tardi, questa concessione si allargherà anche agli idolatri. I protetti conservano il possesso della terra e il diritto di praticare il loro culto. La comunità musulmana, considerata un tutto unico, è retta da un khalifa o imam (califfo), che è il successore o meglio il vicario di Maometto, non già nell’insegnamento religioso (che il Corano esaurisce), bensì nell’esercizio di funzioni politiche e giudiziarie, ambito nel quale la sua autorità è illimitata.
Il diritto comprende la Sheriah (legge religiosa) regolatrice del comportamento esterno del fedele verso Allah, verso sé stesso e verso il prossimo; il fiqh’, comprensivo del diritto delle persone, familiare, successorio, patrimoniale, giudiziario e penale, locale con un’appendice riguardante il rituale religioso (giuramenti, voti, animali per il sacrificio, cibi e bevande, leciti e illeciti, vesti e costumanze da evitare). Autore di questo diritto fu Maometto, che dopo la sua emigrazione (egira) dalla Mecca a Medina (622), provvide di volta in volta a dettare le norme necessarie alla vita sociale del sorgente gruppo dei nuovi credenti: norme di carattere giuridico, ma sempre emanazione della sua missione di profeta di Allah, portanti il segno della parola di Dio, di cui egli aveva raccolto la rivelazione. L’osservanza della legge non era solo un dovere civile, ma anche religioso e il potere legislativo non era compito del sovrano ma dei dottori (ulama, preti della legge). Su questi presupposti si fondava il principio cuius religio eius lex, la confessione religiosa ciò determinava la personalità del diritto. Il diritto musulmano non conosce confini di Stato, ma si applica, unico e identico, ovunque esista una comunità musulmana. In questa dilatazione a confini esclusivamente religiosi ca-dono i concetti di nazione e di cittadino. Per gli individui d’altra religione, conviventi con i musulmani, la legge islamica imponeva a costoro il rispetto dei diritti dei fedeli musulmani adeguando la libertà di professare la loro fede religiosa e di agire in conformità di questa. Di qui le numerose giurisdizioni confessionali esistenti nel mondo musulmano. Il principio coranico della fratellanza faceva tutti i musulmani uguali davanti alla legge; solo gli schiavi subivano qualche restrizione, ma erano frequenti le raccomandazioni per la loro liberazione. Nei processi sulle formalità, ridotte al minimo indispensabile, prevaleva la benevolenza e si ricercava con insistenza l’intenzione con cui l’individuo aveva agito e su quella ci si basava per giudicare. Pure nei contratti, tutti bonae fidei, prevaleva la preoccupazione morale: era rigorosamente vietata l’usura ed erano favorite le fondazioni pie. Elementi costitutivi di questo diritto erano le consuetudini vigenti prima di Maometto fra le popolazioni cittadine dell’Arabia nord-occidentale e le modifiche e innova-zioni da lui apportate: si trattava però di un materiale inorganico, per cui se ne fece presto una sistemazione che a cinquant’anni dalla morte del Profeta appare già realizzata per quanto riguarda gli elementi fondamentali. (Da Lezioni di cultura religiosa del Centro Studi Fidest)

Una Risposta a “Guardare l’Islam senza preconcetti”

  1. […] rinnovati auguri. https://fidest.wordpress.com/2020/04/30/islam-siamo-entrati-nel-mese-di-ramadan/ https://fidest.wordpress.com/2020/05/07/guardare-lislam-senza-preconcetti/ […]

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