Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 289

Cosa succede in Europa

Posted by fidest press agency su venerdì, 15 maggio 2020

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset e Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management. Era il momento di restare uniti e anzi, come successo già in passato, la crisi attuale doveva rappresentare per l’Europa un’occasione per accelerare il processo di integrazione tra i singoli Paesi. Invece, allo shock esterno rischiano di aggiungersi ulteriori difficoltà derivanti dall’incompleta architettura dell’UME. A gettare un’ombra profonda sulle prospettive future per le istituzioni comunitarie è stata questa volta la Corte Costituzionale Tedesca che, con una sentenza che ha del sorprendente, ha sollevato il dubbio che la BCE potesse non aver rispettato il principio di proporzionalità nel perseguire gli obiettivi di politica monetaria e ha quindi chiesto all’istituto centrale di dimostrare in maniera inequivocabile, entro 3 mesi, che gli effetti economici e fiscali delle sue politiche siano proporzionati a quelli monetari (portare l’inflazione a un livello prossimo, ma inferiore al 2%). Oggetto della disputa è il programma di acquisto di Titoli di Stato (Public Sector Purchase Programme, PSPP), che la BCE ha fatto ripartire a inizio 2019 mentre è, almeno per il momento, esente il recente Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP), attivato per far fronte alla crisi scaturita dalla pandemia di COVID-19.Quanto elaborato dalla Corte Costituzionale Tedesca rappresenta un quantomeno inopportuno ostacolo lungo il percorso di maggiore flessibilità intrapreso tempestivamente dalla BCE per fronteggiare la situazione di estrema emergenza in cui versa l’economia dell’area. Prendendo ad esempio il caso dell’Italia, nel DEF di aprile è stato ipotizzato un deficit fiscale del -10% circa per il 2020, equivalente a un ricorso al debito per un importo di circa € 160 miliardi, senza considerare la quota aggiuntiva di deficit derivante dall’eventuale default degli emittenti garantiti dallo Stato. Le manovre fiscali comunitarie (MES, BEI, SURE), una volta attivate entro l’estate, dovrebbero nel complesso liberare risorse per circa € 85 miliardi per il nostro Paese, non sufficienti a bilanciare l’emissione di nuovo debito. Il Recovery Fund sarà determinante nel medio periodo, ma partirà nel 2021 (salvo qualche finanziamento ponte).Queste misure, come si intuisce esaminando chi avrà interesse a farvi ricorso (perché si indebita sul mercato a costi più elevati), saranno anche sbilanciate nel breve termine a favore dei Paesi più duramente colpiti dal virus e che necessitano maggiormente di un sostegno comunitario, visti i diversi spazi di manovra fiscale a disposizione dei singoli Stati. La loro approvazione funge quindi da barometro di solidarietà e coesione politica, ma da sole non garantiscono la sostenibilità del debito pubblico italiano destinato a salire dal 135% del PIL ad almeno il 155%.
Certo, una domanda che ci si pone spesso è come i titoli (in particolare dei Paesi periferici) detenuti dalla BCE e dalle banche centrali nazionali potranno mai essere reimmessi nel mercato. Nell’ipotesi che prevalgano le forze per l’integrazione su quelle centrifughe, tale quota di debito potrebbe essere un giorno riacquistata da un veicolo ad hoc che si finanzi emettendo obbligazioni sul mercato (con garanzie): si tratterebbe di Eurobond sintetici. Il fatto è che tutte le forme di intervento discusse, di natura fiscale o monetaria, sono già forme indirette di mutualizzazione dalle quali sarà impossibile tornare indietro senza traumi. Quindi auguriamoci, nonostante tutto, la strada virtuosa.
Ciò che è particolarmente interessante rilevare è che, nonostante le borse globali registrino performance negative da inizio anno, le valutazioni azionarie (rapporti P/E) non siano affatto economiche.La crisi provocata dal Coronavirus rappresenta, infatti, una minaccia concreta e rilevante per la crescita economica e per gli utili aziendali. Per questo motivo, il denominatore del rapporto P/E, gli utili, ha subito delle decise revisioni al ribasso, in grado di compensare abbondantemente il calo dei prezzi osservato e, di fatto, far risalire nel breve termine le valutazioni. Non è un caso, quindi, che queste risultino paradossalmente più elevate proprio nei settori più duramente colpiti dall’emergenza sanitaria e dalle conseguenti misure di ‘lockdown’, le cui previsioni di utili sono stati fortemente penalizzate.
Guardando avanti, nel medio periodo, è indubbio che la pandemia in atto stia producendo degli impatti strutturali in alcuni settori, sia in positivo (IT, farmaceutici e comunicazioni digitali) che in negativo (trasporti, turismo, tempo libero, commercio e finanziari). La brutta notizia è che i settori che stanno sperimentando un’accelerazione nell’attuale contesto pesano meno, in termini di utili, rispetto a quelli più colpiti, il che vuol dire che stiamo assistendo a danni strutturali alla crescita degli utili pari a un 10% circa (prendendo a riferimento il mercato mondiale, emergenti inclusi – rappresentato dell’indice MSCI ACWI).
Tuttavia, non è da escludere nel medio termine una buona performance delle azioni dei mercati emergenti, in particolare della Cina. Il Paese asiatico, oltre ad essere stato il primo ad uscire dall’emergenza sanitaria e ad aver quindi sperimentato un minore impatto sugli utili del COVID-19 (-7% vs -20% e -21% rispettivamente di USA ed Europa), non ha ancora beneficiato appieno dell’effetto espansivo sui multipli delle politiche monetarie. La PBoC è infatti rimasta per il momento estremamente cauta, ma qualora dovesse decidere di seguire l’esempio delle controparti sviluppate, l’effetto potenziale sulle valutazioni azionarie potrebbe essere dirompente.
(abstract)

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