Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 335

Bigenitorialità e parità di genere

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 luglio 2020

La bigenitorialità è legge dal 2006, ma ancora i tribunali non riescono proprio a farsela andar giù. Con pronunce altalenanti, infatti, o di riffa o di raffa, emerge sempre un genitore di serie A e uno di serie B (generalmente il genitore di sesso maschile).
A volte, invece, la superiorità genitoriale di genere femminile è a tal punto postulata che non si sente neppure il dovere di argomentare il perché si chiedano o si concedano provvedimenti sui figli, squilibrati verso l’altro genitore.
Né, del resto, gli stessi giudici sentono vigente un obbligo motivazionale relativo alla suddetta falsa applicazione della legge.
Oppure lo hanno fatto con delle pseudo motivazioni:
1) la bigenitorialità è un principio che va declinato, di volta in volta, non garantendo “parità” di tempi per l’uno e l’altro genitore, ma garantendo solo un imprecisato continuativo “rapporto” con entrambi. Ma che vuol dire, se ciò non prevede poi la parità dei tempi di permanenza dei figli con ciascuno?
Per molte corti, infatti, bigenitorialità può voler dire ad esempio, che se io padre vedo mia figlia di 5 anni una volta alla settimana, dovrei esser a posto, avendo comunque ottemperato al diritto dovere di essere padre, ed avrò con lei un “rapporto al pari della madre”. Molte altre corti hanno fatto persino di peggio, “garantendo” al padre e al figlio una frequentazione di un giorno ogni quindici
2) l’infondato principio psicologico della maternal preference
3) l’esigenza di non “sballottare” il minore, che comporta, chissà perché, sempre la prevalenza della domiciliazione presso la madre, anziché presso il padre.
A ben vedere, nessuna di queste, che chiamo pseudo motivazioni non a caso, ha alcuna ragionevole logica, e di certo non trova in sé la forza di privare il figlio della presenza stabile, paritaria, sebbene turnaria, del genitore che, guarda caso, è sempre il padre.Il risultato è preservare lo status quo. Lo status che vede e vuole confinare il ruolo della donna principalmente nell’ambito familiare (del resto è un lavoro a tempo pieno fare il genitore, soprattutto di figli in età scolare). E che per farlo talvolta mal utilizza l’artificio del ritenerla “migliore” dell’uomo, più adatta, più devota, meno impegnata altrove ecc. Con la conseguenza che il padre si sentirà meno padre, meno bravo, meno devoto, più impegnato altrove ecc…
Il risultato è che i figli cresceranno in questo terreno culturale stereotipato, con i simboli e gli esempi della genitrice collocataria e prevalente, e del genitore delle “visite”.
Credo sia importante, lo dico da avvocata, da madre e da figlia di genitori separati negli anni 80, che i padri colgano l’opportunità della separazione per essere – e se del caso diventare- a pieno genitori di serie A. Ancor più importante che, al contempo, le madri accettino di avere un co-genitore al proprio pari e le conseguenze anche economiche del mantenimento diretto.Per far questo anche la magistratura dovrà applicare con rigore le norme disattese in punto di bigenitorialità, chiamiamola “perfetta”, non lasciando tracce del passato nelle generazioni di oggi. Sono sfide psicologiche e culturali senza le quali, però, non potrà esistere alcuna vera parità di genere. (Claudia Moretti, legale, consulente Aduc)

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